E’ la dirigente dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Avellino Fiorella Pagliuca a sittolineare con forza come la tragedia di Crans Montana sia un monito che parli a tutta la società “Questa tragedia urla dentro, spezza il respiro, annienta il pensiero.
Non passa. Non si attenua. Non si archivia.
Ti prende allo stomaco e non ti lascia dormire.
E fa ancora più male perché, insieme al dolore, arrivano le parole peggiori: commenti freddi, feroci, scritti da chi ha perso il senso del limite, del rispetto, dell’umanità.
Erano giovani, molti minorenni. Come lo siamo stati tutti. Con quella fiducia incosciente nella vita, con la convinzione che il divertimento sia un diritto e che qualcuno, da qualche parte, stia vigilando. Erano giovani vite affidate agli adulti, ai luoghi sicuri e alla responsabilità di chi avrebbe dovuto proteggerli.
Perché è così che dovrebbe essere: gli adulti proteggono, i ragazzi si affidano.
E invece, ancora una volta, si è spezzato qualcosa.
Non solo per un incendio che non sarebbe dovuto mai divampare, ma per ciò che è venuto dopo.
Per il bisogno di trovare colpe nei più fragili, per la violenza di chi giudica da lontano, come se la morte potesse essere spiegata, ordinata, resa “razionale”, come se la loro fine abbia bisogno di una colpa per essere sopportata.
La domanda non è perché un ragazzo abbia filmato.
La domanda è perché un locale per accogliere giovani si sia trasformato in una trappola mortale, perché una volta accesa la prima scintilla non sia stato fermato tutto subito.
La domanda è perché non vi erano adulti pronti ad intervenire, personale preposto alla sicurezza, procedure di evacuazione in caso di emergenza.
Perché la sicurezza, che dovrebbe essere invisibile ma assoluta, sia mancata proprio dove serviva di più.
Leggere: “stavano filmando” mentre ancora vi sono ragazzi gravemente ustionati sospesi tra la vita e la morte fa male perché è un modo vigliacco di spostare lo sguardo.
Perché la verità è che non toccava a loro salvarsi da soli.
Toccava a chi gestiva quel luogo, a chi avrebbe dovuto fare controlli rigorosissimi prima di concedere autorizzazioni, a chi avrebbe dovuto immediatamente far evacuare tutti i ragazzi.
Lì dentro poteva esserci chiunque: un nostro figlio, un fratello, un’amica. Le persone che amiamo di più.
Io tremo davanti a questa verità.
E poi ci sono le famiglie. Quelle madri. Quei padri.
Che hanno salutato dei figli.. e che non hanno più rivisto. Quante volte salutiamo i nostri figli prima di un’uscita o di una festa dicendo: divertiti amore e sii prudente, ben consci che non tutto dipenderà da loro e dalla loro prudenza o responsabilità!!!
Personalmente lo vivo come un rito consolatorio e non chiudo occhio finché non li so nei loro letti al sicuro!!
Ora penso al dolore di quei genitori e penso che sia il cuore che smette di battere per sempre, perché è un dolore che non si elabora, non si spiega, che resta inciso nella carne per sempre.
E sapere che, mentre loro crollano e sono morti dentro per sempre, qualcuno si permette di pontificare è intollerabile.
Qui non manca il buonsenso dei giovani. Qui manca una vera e non ipocrita cultura della sicurezza su cui tutti dobbiamo lavorare.
E certamente dovremo
cominciare a costruirla in modo autentico a scuola, in famiglia, in ogni luogo di lavoro e di divertimento, negli spazi pubblici, nella propria casa come in strada.
Una cultura che non si insegna con le prediche ma con i fatti e che si apprende con le pratiche quotidiane, con i comportamenti e non una tantum, ma ogni giorno e in ogni attimo della vita.
Perché la sicurezza non è una perdita di tempo nel mentre si fa altro o si insegna altro. Non è un adempimento burocratico.
La sicurezza è amore per la vita. È responsabilità.
È rispetto. Ed è una colpa collettiva quando viene ignorata”. Se questo dolore lo sentiamo per davvero trasformiamolo in RESPONSABILITÀ e parliamone ancora, non per giudicare ma per proteggere la VITA, perché credo che questo sia l’ultimo atto di civiltà e di umanità che ci resta.
Perché quando muoiono dei giovani,
muore un pezzo di futuro e muore per sempre qualcosa di noi.
Alle famiglie delle vittime va tutto ciò che resta quando le parole non bastano:
silenzio, rispetto, vicinanza”.



