di Virgilio Iandiorio
Le notizie che ci giungono dall’Iran non sono certamente rassicuranti. E poi ci sono i commenti e gli interrogativi. Perché gli Iraniani si ribellano? Naturalmente le risposte non sono chiare e senza ambiguità. Quando non si conosce non dico la storia e la cultura di un popolo, ma nemmeno la sua collocazione geografica, meglio affidarsi alle parole di chi vive o ha vissuto in Iran.
La scrittrice Azar Nafisi è nata a Teheran nel 1948. Nel 1997 è emigrata negli USA, dove insegna letteratura inglese all’università Johns Hopkins di Washington. il suo romanzo di maggiore successo Leggere Lolita a Teheran è stato pubblicato nel 2003.
Mi piace riportare qualche passo di un’altra sua opera “Le cose che non ho detto” (Things I’ve been Silent About, 2008), che ci aiutano a comprendere il dramma attuale del suo popolo.
“Ripensando adesso alla nostra storia, quello che mi sorprende non è tanto l’enorme potere dei capi religiosi nel nostro paese [si riferisce ai moti del 1963 scoppiati per protestare contro la legge che dava il diritto di voto alle donne], quanto invece l’incredibile rapidità con cui uno stile di vita moderno e laico aveva preso piede in una società dominata dall’ortodossia religiosa e dal dispotismo politico. La sostituzione della legge religiosa con un sistema giudiziario moderno attuata dai Pahlavi [la dinastia dello scià di Persia] fu per il clero un danno sostanziale, di una portata enorme…A partire dalla Rivoluzione costituzionale all’inizio del secolo fino ai disordini del 1963 e alla Rivoluzione iraniana del 1979, la sanguinosa lotta che divise l’Iran non fu soltanto politica, ma anche culturale e ideologica. Esistenziale, si potrebbe dire”.
Azar Nafisi affida alla nostra lettura questa sua riflessione sul silenzio.” Sono tante le forme del silenzio. C’è il silenzio che uno Stato tirannico impone ai suoi concittadini, rubandogli i ricordi, riscrivendo la loro storia, imponendogli una nuova identità. C’è il silenzio dei testimoni che scelgono di ignorare o di tacere la verità; c’è il silenzio delle vittime che a volte diventano complici dei loro carnefici. E poi ci sono i silenzi che ci concediamo su noi stessi, la nostra personale mitologia, le storie che sovrapponiamo alle nostre realtà”.



