di Virgilio Iandiorio
Per capire le motivazioni più profonde dei moti di protesta che stanno avvenendo in Iran, il riferimento ricorrente è al libro di Azar Nafisi pubblicato negli Stati Uniti 2003, e l’anno dopo nell’edizione italiana, intitolato “Leggere Lolita a Teheran”.
Leggere il romanzo di Wladimir Nabokov “Lolita” in Iran era un reato. Il romanzo, infatti, pubblicato la prima volta nel 1955, aveva suscitato immediato scandalo nei paesi occidentali perché narrava la passione di un uomo maturo per una ragazza non ancora adolescente. Come poteva questo romanzo passare inosservato in una nazione fondamentalista?
“Nell’autunno del 1995 -scrive Azar Nafisi nel suo romanzo- dopo aver dato le dimissioni dal mio ultimo incarico accademico, decisi di farmi un regalo e realizzare un sogno. Chiesi alle sette migliori studentesse che avevo di venire a casa mia il giovedì mattina per parlare di letteratura. Erano tutte ragazze, dato che, per quanto si trattasse di innocui romanzi, insegnare a una classe mista in casa propria sarebbe stato troppo rischioso”.
Questo gruppetto di studentesse:” Per circa due anni, quasi tutti i giovedì mattina, con il sole e con la pioggia, sono venute a casa mia, e quasi ogni volta era difficile superare lo choc di vederle togliersi il velo e la veste per diventare di botto a colori. Eppure, quando le mi studentesse entravano in quella stanza, si levavano di dosso molto di più. Lentamente ognuna di loro acquisiva una forma, un profilo, diventava il suo proprio, inimitabile sé. Quel piccolo mondo, quel soggiorno con la finestra che incorniciava i miei amati monti Elburz, diventò il nostro rifugio, il nostro universo autonomo, una sorta di sberleffo alla realtà di volti impauriti e nascosti nei veli della città sotto di noi”.
Sottolinea la Nafisi:“ Se oggi voglio scrivere di Nabokov, è per celebrare la nostra lettura di Nabokov a Teheran, contro tutto e contro tutti. Dei suoi romanzi scelgo quello che ho insegnato per ultimo, e che è legato a così tanti ricordi. E’ di Lolita che voglio scrivere, ma ormai mi riesce impossibile farlo senza raccontare anche di Teheran. Questa, dunque, è la storia di Lolita a Teheran, di come Lolita abbia dato un diverso colore alla città, e di come Teheran ci abbia aiutate a ridefinire il romanzo di Nabokov e a trasformarlo in un altro Lolita: il nostro”.
“Vivevamo in una cultura -scrive la Nafisi– che negava qualsiasi valore alle opere letterarie, a meno che non servissero a sostenere qualcosa che sembrava più importante: l’ideologia. Il nostro era un paese dove tutti i gesti, anche quelli più privati, venivano interpretati in chiave politica. I colori del mio velo o la cravatta di mio padre erano un simbolo della decadenza occidentale e delle tendenze imperialiste. Non portare la barba, stringere la mano a persone dell’altro sesso, applaudire o fischiare agli incontri pubblici erano considerati atteggiamenti occidentali e quindi decadenti, parte del complotto imperialista per distruggere la nostra cultura”.
Una considerazione della Nafisi ci può aiutare a comprendere meglio quello che sta succedendo per le strade e le piazze dell’Iran:“ Ci tengo a ripetere ancora una volta che noi non eravamo Lolita, l’ayatollah non era Humbert [il protagonista del romanzo di Nabokov] e l’Iran non era quello che Humbert chiama il suo principato sul mare. Il romanzo non è una critica alla Repubblica islamica, ma una denuncia dell’essenza stessa di ogni totalitarismo”.



