di Alfonso Leo *
In Italia oggi tutti parlano di “salute mentale”. È diventato un mantra, anche se è un’emergenza. Eppure, mentre si moltiplicano i discorsi, i giovani continuano a stare male, anzi peggio. Le ricerche più recenti mostrano che oltre 16 milioni di italiani vivono un disagio psicologico significativo. Tra questi, i più colpiti sono i giovani: più di 700.000, secondo stime dell’UNICEF, soffrono di ansia, depressione, attacchi di panico. E il dato più inquietante è un altro: quasi la metà non chiede aiuto a nessuno. Non perché non vogliano. Perché non trovano un luogo dove la loro parola non venga immediatamente “aggiustata”. In questo panorama, la psicoanalisi lacaniana è un corpo estraneo. E per fortuna!
Il sintomo non è un errore: è una scelta (inconsapevole, ma scelta).
La psicoanalisi lacaniana parte da un’idea che oggi suona quasi oscena: il sintomo non è un guasto. È una soluzione.
Lacan lo diceva senza giri di parole: il sintomo è un modo di godere, un modo di tenersi insieme, un modo di sopravvivere al reale, non è un intruso da espellere, è un messaggero da ascoltare. Quando Jacques Lacan distingueva nettamente la psicoanalisi dalla psicoterapia, non lo faceva per snobismo accademico. Stava difendendo qualcosa di radicale: l’idea che l’essere umano non sia una macchina da riparare, ma un soggetto da ascoltare. Le psicoterapie, nella loro varietà, mirano spesso all’adattamento: aiutare la persona a funzionare meglio, a soffrire meno, a rientrare nei parametri di una normalità socialmente condivisa.
La psicoanalisi lacaniana fa l’opposto. Non promette il benessere, non vende la felicità. Jacques-Alain Miller ha scritto che “la psicoanalisi non è fatta per rendere felici, ma per rendere meno stupidi”. Frase brutale, ma illuminante: l’analisi mira alla verità del soggetto, non al suo comfort.
Ma allora siamo condannati a portarci dietro i nostri sintomi per sempre? Non esattamente. Lacan, nell’ultimo periodo del suo insegnamento, introduce un concetto affascinante: il sinthomo (con l’antica grafia francese). Se il sintomo è ciò che ci fa soffrire senza che ne comprendiamo il senso, il sinthomo è il sintomo attraversato, metabolizzato, trasformato in uno stile di vita.
Il sinthomo è ciò che resta quando abbiamo rinunciato alla pretesa di essere guariti, quando abbiamo accettato la nostra particolare follia e l’abbiamo trasformata in una risorsa. È il modo unico, irripetibile, con cui ciascuno di noi annoda insieme il proprio corpo, le proprie parole, la propria storia. Non è più qualcosa che subiamo, ma qualcosa che abitiamo creativamente.
Pensate agli artisti, agli scrittori, ai creatori: spesso il loro genio nasce proprio dal saper fare opera con il proprio sintomo. La malinconia di Pessoa diventa eteronimia poetica, l’ossessione di Kafka diventa letteratura del labirinto burocratico, l’angoscia di Van Gogh diventa esplosione cromatica. Non sono “guariti” dalla loro sofferenza: l’hanno trasformata in linguaggio, in forma, in dono per il mondo. E Lacan usa proprio Joice come esempio.
“La psicoanalisi non cura: apre”. Apre a cosa? Alla possibilità di non essere più vittime inconsapevoli della propria storia. Apre alla responsabilità di assumere il proprio desiderio, invece di subirlo. Apre alla libertà vertiginosa di inventare la propria esistenza, invece di ripetere copioni già scritti.
Lacan ha parlato di “soggetto supposto sapere”: quando iniziamo un’analisi, proiettiamo sull’analista l’illusione che lui o lei abbia le risposte. Ma il percorso analitico consiste proprio nello smontare questa illusione. L’analista non sa cosa è meglio per voi. Nessuno lo sa. L’unica persona che può scoprirlo siete voi stessi, attraverso il lavoro paziente della parola, dell’associazione libera, del confronto con le proprie contraddizioni.
Questa è l’etica della psicoanalisi lacaniana: non offrire false consolazioni, non promettere adattamenti illusori, ma accompagnare il soggetto verso la propria verità, per quanto scomoda possa essere. Non aggiustiamo persone come si aggiustano elettrodomestici. Ascoltiamo soggetti che cercano di capire perché hanno costruito la loro vita in quel modo particolare, e cosa potrebbero farne di diverso.
Alla fine di un’analisi, se mai si può parlare di una fine, non si è guariti. Si è diversi. Si è più liberi, non perché si è eliminato il sintomo, ma perché si è capito cosa esso proteggesse, cosa occultava, cosa permetteva di non vedere. E forse, se si è fortunati, si è trovato un modo di convivere con la propria mancanza che non passi per la sofferenza sterile, ma per una creazione vitale.
La psicoanalisi non vi renderà felici. Non vi adatterà al mondo. Ma potrebbe rendervi meno estranei a voi stessi. E in un’epoca che ci vuole tutti performanti, ottimizzati, “mentalmente sani” secondo standard prefabbricati, questa potrebbe essere la forma più radicale di libertà possibile.
In un’Italia che parla tanto e ascolta poco, la psicoanalisi lacaniana compie il gesto più scandaloso possibile: “non aggiusta persone. Ascolta soggetti.” E questo, oggi, è rivoluzionario. E forse è proprio questo che oggi fa più paura.
- medico psicoanalista




