di Egidio Leonardo Caruso
Fin dal suo insediamento l’esecutivo guidato dalla premier Giorgia Meloni ha posto fra le priorità del proprio mandato la realizzazione di una serie di riforme considerate irrinunciabili per cambiare il volto del Paese e garantire una maggiore stabilità e governabilità, su tutte la riforma del sistema giudiziario e la legge elettorale. Proprio in quest’ottica è stato istituito un dicastero ad hoc denominato: Ministero per le Riforme Istituzionali e la Semplificazione Normativa, guidato dalla ministra Maria Elisabetta Alberti Casellati, giurista e docente universitario, con una lunga esperienza nelle istituzioni, oltre che fedelissima di Berlusconi.
Obiettivo dichiarato in questa legislatura dotare il Parlamento italiano di un nuovo sistema elettorale. Lo scorso 3 Novembre 2023 su proposta del Presidente Giorgia Meloni e del ministro competente, il Consiglio dei ministri ha approvato l’esame del disegno di legge costituzionale, per l’introduzione dell’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri e la razionalizzazione del rapporto di fiducia. La proposta di riforma costituzionale, mira a: consentire l’attuazione di indirizzi politici di medio-lungo periodo; consolidare il principio democratico, valorizzando il ruolo del corpo elettorale nella determinazione dell’indirizzo politico della Nazione; favorendo così la coesione degli schieramenti elettorali; al fine di evitare il transfughismo e il trasformismo parlamentare.
Il testo opera su cinque punti-chiave:
1. Introduzione di un meccanismo di legittimazione democratica diretta del Presidente del Consiglio dei ministri, eletto a suffragio universale con apposita votazione popolare che si svolge contestualmente alle elezioni per le Camere, mediante una medesima scheda. Si prevede, inoltre, che il Presidente del Consiglio sia eletto nella Camera per la quale si è candidato e che, in ogni caso, sia necessariamente un parlamentare;
2. fissa in cinque anni la durata dell’incarico del Presidente del Consiglio, favorendo la stabilità del Governo e dell’indirizzo politico;
3. garantisce il rispetto del voto popolare e la continuità del mandato elettorale conferito dagli elettori, prevedendo che il Presidente del Consiglio dei ministri in carica possa essere sostituito solo da un parlamentare della maggioranza e solo al fine di proseguire nell’attuazione del medesimo programma di Governo. L’eventuale cessazione del mandato del sostituto così individuato, determina lo scioglimento delle Camere;
4. affida alla legge la determinazione di un sistema elettorale delle Camere, che attraverso un premio assegnato su base nazionale, assicuri al partito o alla coalizione di partiti collegati al Presidente del Consiglio il 55% dei seggi parlamentari, in modo da assicurare la governabilità;
5. supera la categoria dei senatori a vita di nomina del Presidente della Repubblica, precisando che i senatori a vita già nominati restano comunque in carica.
A meno di due anni dal voto resta d’attualità il dibattito intorno alla legge elettorale, che divide sia i partiti al governo che quelli all’opposizione. Al momento l’ipotesi più accreditata attribuita alla maggioranza sarebbe quella di distribuire i seggi in base ai voti, ma garantendo alla coalizione vincente un numero aggiuntivo di parlamentari, sufficiente ad ottenere la maggioranza. Si tratterebbe di un premio di maggioranza “mobile”, che varierebbe in base al margine conseguito sull’avversario: il 55% a chi ottiene più del 40-42% dei voti; oppure, il 60% a chi invece, ottiene più del 45% dei voti. Il modello proposto ricalcherebbe quello già utilizzato per le elezioni regionali, ovvero un proporzionale corretto con un premio di maggioranza che garantisca la governabilità.
Per Riccardo Magi segretario di + Europa; “Si tratta di un vero e proprio premio di minoranza che trasforma in maniera forzata una minoranza in maggioranza, ciò garantirebbe alla destra la vittoria alle prossime elezioni”.
Si ragiona anche sul superamento dei collegi uninominali, che però penalizzerebbe quei partiti che dispongono di roccaforti territoriali (es. FI, Lega), che consentono di eleggere parlamentari anche con percentuali di voto relativamente basse a livello nazionale. Con un sistema proporzionale puro, questi vantaggi territoriali verrebbero meno, rendendo ancor più netti i rapporti di forza interni alle diverse forze politiche. In caso di abolizione dei collegi del Rosatellum, per la scelta dei candidati, si starebbe pensando ad un sistema che preveda il capolista bloccato e i restanti componenti della lista, eletti mediante le preferenze oppure, a listini corti bloccati (come già avviene attualmente nella quota proporzionale del Rosatellum). Si tratta di un sistema elettorale, in cui i partiti presentano una lista ordinata di candidati e gli elettori votano solo il simbolo del partito, non le persone. Ciò che accade con il sistema vigente quindi, si vota il partito mentre i candidati, vengono eletti seguendo l’ordine di composizione della lista, deciso dal partito stesso.
La questione relativa alla rappresentanza rappresenta un tema quanto mai attuale, ancor di più in momento in cui il fenomeno dell’astensionismo è predominante, e l’elettorato è sempre meno partecipe in occasione di qualsivoglia consultazione elettorale. Se per un verso, il voto di preferenza viene proposto quale esplicazione del principio di libertà del voto, per altro verso, l’assenza di qualunque possibilità di esprimere preferenze, è spesso collegata sia alla lotta contro qualunque forma di voto di scambio, sia all’inopportunità di consentire (o anche, incoraggiare), forme di concorrenza all’interno dei partiti negli appuntamenti elettorali. Molto dipende anche dal sistema elettorale che si predilige, a tal proposito l’orientamento espresso dalla Corte Costituzionale, limita progressivamente il ricorso all’uso delle liste bloccate (specialmente quelle lunghe), considerandole potenzialmente lesive della libertà di scelta dell’elettore e del principio di rappresentanza. Pur non imponendo le preferenze, la Corte è tendenzialmente favorevole a meccanismi che permettano una più diretta individuazione degli eletti, come evidenziato nella sentenza 1/2014 che ha dichiarato l’illegittimità delle liste bloccate del “Porcellum”.
L’orientamento verso una scelta più diretta da parte dell’elettore, mira a garantire una maggiore rappresentatività e un rinnovato rapporto tra elettore ed eletto, quale elemento ritenuto fondamentale per la democraticità del voto.
Un altro punto non secondario, riguarda la definizione delle cosiddette “soglie di sbarramento” per l’ingresso in Parlamento, si tratta di percentuali minime di voti, che un partito e/o coalizione devono ottenere per conquistare dei seggi. L’intento è quello di evitare un’eccessiva frammentazione politica, il tutto va fatto, nel rispetto del perimetro tracciato dalla Corte Costituzionale. A tal proposito secondo le ultime indiscrezioni, il nuovo sistema elettorale potrebbe prevedere l’innalzamento al 4% della soglia per la singola lista, mentre lascerebbe invariata al 3% quella relativa alla lista singola interna alla coalizione.
La maggioranza intende andare avanti spedita sulla riforma del sistema di voto, a confermarlo anche Alberto Balboni, senatore di FdI e Presidente della Commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama: “La nuova legge andrà approvata “entro il 2026, per evitare il rischio di un pareggio che significherebbe ingovernabilità”, dice Balboni in una intervista. Ma a suggerire di fare presto, spiega una fonte delle opposizioni, è anche il Codice di buona condotta stilato dal Consiglio d’Europa, una indicazione non vincolante, che prevede di non modificare la legge elettorale meno di un anno prima dalla data del voto.
Le opposizioni al momento, sono in attesa che la maggioranza faccia la propria proposta: “Noi al momento non ci muoviamo, anche perché qualsiasi mossa potrebbe servire a togliere le castagne dal fuoco a Meloni e compagni”, è il ragionamento proveniente da fonti dem. In ogni caso è prerogativa della maggioranza, una volta trovata la quadra, aprire il confronto con le opposizioni.
Nel Pd si valutano diverse ipotesi: c’è chi non disdegnerebbe una serie di consultazioni come quelle già svolte da Giorgia Meloni sul premierato, una seconda opzione che filtra dagli ambienti dem, riguarda la possibilità di costituire una sorta di “consiglio dei saggi”, con esponenti designati da ciascun partito. Tuttavia gli interessi non sono omogenei, un sistema che rafforzi il partito principale di ogni coalizione, potrebbe favorire Fratelli d’Italia, così come il Partito Democratico nel centrosinistra, mentre Il Movimento 5 Stelle storicamente favorevole al proporzionale puro, oggi potrebbe invece, trarre vantaggio dai collegi uninominali al Sud. Mentre una soglia di sbarramento bassa, faciliterebbe a partiti più piccoli come Azione, Italia Viva e +Europa.
Tuttavia fra i tanti nodi da sciogliere c’è l’elezione diretta del Presidente del Consiglio, (premierato). Come confermato recentemente da Andrea De Priamo, senatore in quota FdI nella I˄ Commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama: “dotarsi di una nuova legge elettorale non significa assolutamente abbandonare la riforma del premierato, che resta fondamentale come ribadito a più riprese dalla stessa premier, è la madre di tutte le riforme, perché rientra nell’ottica di favorire la sovranità dei cittadini; sebbene a differenza della legge elettorale, non varrà nelle elezioni 2027”.
Il disegno di legge costituzionale licenziato dal Senato lo scorso giugno, attualmente in attesa del passaggio alla Camera, contiene importanti novità fra cui: la modifica dell’Art. 92 della Costituzione:” Il Presidente del Consiglio è eletto a suffragio universale e diretto per cinque anni, per non più di due legislature consecutive, elevate a tre qualora nelle precedenti, abbia ricoperto l’incarico per un periodo inferiore a sette anni e sei mesi. Le elezioni delle Camere e del Presidente del Consiglio, hanno luogo contestualmente”. In tal caso il Presidente della Repubblica, non nomina più, come accade ora, il Presidente del Consiglio e i ministri, ma <<conferisce al Presidente del Consiglio eletto, l’incarico di formare il Governo; nomina e revoca, su proposta di questo, i ministri>>.
Inoltre la riforma va a modificare anche l’Art. 94 comma 3 della Carta Costituzionale: <<Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia. Nel caso in cui non sia approvata la mozione di fiducia al Governo presieduto dal Presidente eletto, il Presidente della Repubblica rinnova l’incarico al Presidente eletto di formare il Governo. Qualora anche in quest’ultimo caso il Governo non ottenga la fiducia delle Camere, il Presidente della Repubblica procede allo scioglimento delle Camere».
Si aggiunge:<< In caso di revoca della fiducia mediante mozione motivata, il Presidente del Consiglio eletto rassegna le dimissioni e il Presidente della Repubblica scioglie le Camere. Negli altri casi di dimissioni, il Presidente del Consiglio eletto, entro sette giorni e previa informativa parlamentare, ha facoltà di chiedere lo scioglimento delle Camere al Presidente della Repubblica, che lo dispone. Qualora il Presidente del Consiglio eletto non eserciti tale facoltà, il Presidente della Repubblica conferisce l’incarico di formare il Governo, per una sola volta nel corso della legislatura, al Presidente del Consiglio dimissionario o a un parlamentare eletto in collegamento con il Presidente del Consiglio>>.
Viste le strette tempistiche per l’approvazione di una nuova legge elettorale, qualora le interlocuzioni con le diverse forze di opposizione non produrrebbero un disegno di legge ampiamente condiviso, perché “le regole del gioco” siccome riguardano tutti, è sempre auspicabile scriverle insieme, non è escluso che la premier Meloni essendo molto determinata a realizzare la riforma; possa decidere di forzare la mano, proponendo un ddl di iniziativa del governo, sfidando così; un’altra regola consolidata nella “Seconda Repubblica” per la quale: lo schieramento che promuove il cambiamento della legge elettorale pochi mesi prima del voto, esce poi sconfitto alle elezioni successive. È successo al centrosinistra nel 1994, con la prima applicazione del Mattarellum, al centrodestra nel 2006 con il debutto del Porcellum e di nuovo al centrosinistra nel 2018, con l’introduzione del Rosatellum.
Vista la complessità della materia, l’eterogeneità delle posizioni in campo e i possibili rischi sotto il profilo costituzionale, viene da chiedersi: qual è il limite oltre il quale vale la pena spingersi pur di realizzare il cambiamento? Non ci resta che attendere….



