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Cogliano, storia di un sovversivo nel Sud della seconda metà del Novecento

E’ il ritratto di un “Rivoluzionario di professione”, convinto della carica utopica che sempre deve contraddistinguere la politica ad emergere dal volume di Annibale Cogliano “In terra di lupi. Lo studio, l’amore, la politica di un sovversivo nella seconda metà del Novecento”, La Valle del tempo edizioni. Un’autobiografia potente e appassionata in cui la dimensione privata abbraccia quella pubblica, a partire dal sogno infranto dello sviluppo, in una terra sacrificata sull’altare del clientelismo e del potere come dimostrerà il fallimento del progetto dell’Irisbus di Flumeri. Una passione, quella per la politica e il sogno di una società più giusta, nata attraverso la folgorazione per le parole del Diavolo, Nicola Colella, il Lucifero del Volo dell’Angelo, contadino comunista e cattolico capace di mettere in discussione lo sguardo di quel ragazzino sul reale, rovesciando la sintassi da lui conosciuta per interpretare il mondo, smascherando potenti e falsi eroi.  Decisivo si rivelerà anche l’ascolto di due sacerdoti capaci di lasciare il segno nella comunità, dall’abate democristiano che non conosceva i chiaroscuri e stigmatizzava il comunismo come unico nemico al giovane parroco don Gerardo che amava taverne e bettole, perchè ritenute vive e sanguigne, capace di tradurre in azioni concrete  le aperture del Concilio. Fino all’adesione all’Azione Cattolica di cui diventerà dirigente e alla fascinazione esercitata dal professore eretico che parlava di Niestche.

Annibale prenderà, a poco a poco, coscienza del potere della parola “Il cammino della nuova arma veniva da lontano. In quarta elementare avevo sfidato l’autorità del mio maestro in una scampagnata scolastica. Saremmo dovuti tornare con la fine dell’orario di lezione ma il maestro, che era anche sindaco del paese e aveva fretta di andare in municipio, era interessato ad anticipare il rientro. Io mi richiamai all’orario e il maestro mise ai voti la sua proposta: percorrere la sciorciatoia in luogo della strada più lunga percorsa all’andata. Su venti compagni di classe solo due alzarono la mano con me. Imparai confusamente, allora, che la democrazia non poteva essere di soli numeri”. Un’arma, quella della parola, perfezionata attraverso la scrittura e l’oratorio e la lettura di ogni genere di libro o rivista fino alla scoperta del cinema “Imparai a devastare le maschere, prendendo a bersaglio preferito le mie. Non potendo vivere secondo quelle che mi attribuivano cominciai a scioglierne prima i colori e poi a disfarne le forme. Nello stesso tempo, mano a mano, imparai a conoscere le anime dei miei persecutori e detrattori, che presto mi apparvero nude e povere”. Per tutti, quel ragazzo, continuamente preso in giro, diventarà il fuochista, riferimento a quella volta in cui era stato incauto nel raccogliere i fuochi d’artificio, per poi metterli ad asciugare e insieme richiamo a un carattere inquieto, espressione di “un’ambivalenza semantica che è rimasta, per indicare sino ad oggi sia un rompiscatole generoso che un attentatore del quieto vivere”.

Poi, il cammino sui luoghi del “Cristo si è fermato ad Eboli” per comprendere la ricchezza e insieme il reale volto del mondo contadino, la fuga a Parigi in autostop, contagiato dagli ideali del ’68 e l’esperienza – parallela a quella della Sapienza – per studiare scienze sociali alla Gregoriana di Roma (Gesuiti), un’università che era crocevia di idee, culture, linguaggi, “la più grande lezione di laicità che abbia vissuto in un ambiente di ricerca”, laboratorio di una comunità che credeva nella possibilità di migliorare la societa, dove la censura non esisteva e l’unica sfida era far convivere ideologia e atteggiamento scientifico. Per comprendere che  “La mia grande aspirazione era militare in un partito di sinistra a tempo pieno, come rivoluzionario di professione”. Uno solo l’obiettivo, costruire relazioni per poi tornare nel Mezzogiorno e contribuire alla crescita dei territori in cui era nato.

Poi, il progressivo avvcinamento alle idee comuniste, temute e osteggiate dal suo stesso padre e la prima denuncia ricevuta, con l’accusa di vilipendio delle forze armate per aver offeso il maresciallo locale, intromessosi nel comizio del Pci. Cogliano capirà presto che la lotta armata, gli scontri con la destra nelle piazze non possono condurre da nessuna parte, molto meglio  dedicarsi al doposcuola quotidiano per i bambini delle borgate di Roma. Fino all’esperienza con il gruppo eretico del Partito di Unità Proletaria per il comunismo, portata avanti attraverso un monolocale fittato nel paese natale ma sperimentata anche durante la leva a Torino e poi a Roma, seguendo l’esempio di Rossanda e Magri. Un progetto di cui toccherà con mano le grandi potenzialità ma anche la forte sterilità e l’incapacità di incidere sulla società. Costante tra la pagine la riflessione sugli errori del Pci nei difficili anni del terrorismo, l’accusa rivolta al partito è quella di aver snaturato sè stesso, rinunciando a quegli stessi diritti per i quali si era battuto “Il Partito Comunista riscoprì l’anciem regime e la delazione interessata, trasformando lo Stato di diritto in premi e castighi”

A condizionare tutta l’esistenza del protagonista – sono tra le pagine più belle del volume – il rapporto con la due madri, a partire dall’abbandono, quando aveva solo 5 anni da parte della madre naturale,  scappata di casa a sedici anni per andare dal padre di cui si era invaghita e più volte riportata a casa dalla famiglia. Quella madre che ricomparirà solo poche altre volte nella sua vita ma che il protagonista cercherà sempre di ritrovare, inseguendo quel fantasma ovunque, rassegnandosi a quell’assenza solo dopo la sua morte, con la scoperta della serenità ritrovata dalla donna con il nuovo marito a Napoli. Un’assenza che Annibale avvertirà con forza malgrado l’affetto della madre adottiva e il legame fortissimo con quel padre contadino e piccolo proprietario, burbero e insieme rassegnato a un destino avverso. Quel padre che non si aspettava mai niente nè dallo Stato, nè dalle persone, nè da Dio. “I potenti non erano per lui mammelle di vacca da cui succhiare ma solo un potere da tenere a bada, da cui non avere fastidi, soprattutto da quando aveva un figlio”. E così non esiterà a rinunciare alle provvidenze che arrivavano dal Vaticano o ai viveri della solidarietà nazionale del dopoterremoto perchè inquinati dai potenti.  Ad emergere il senso di un amore incondizionato, più forte dei pregiudizi e della propria visione del mondo, poichè, pur non approvando alcuni comportamenti del figlio, gli aveva imposto un unico comandamento, quello di studiare, convinto che quella fosse la strada per il riscatto.

Di grande intensità il racconto dell’amore dolcissimo per Paola, studentessa di lettere che lo farà sentire accettato così come era, malgrado la sua “diversità”, pronta a seguirlo nel suo sogno di cambiare il mondo, a dargli conforto con la sua fiducia nel domani “Fu il mio primo amore e la più grande apertura al mondo di quegli anni giovanili”. Una storia che culminerà con il momento doloroso della gravidanza interrotta, al termine di un lungo e sofferto braccio di ferro per decidere se tenere o no il bambino. Un’ombra dolorosa, quella del figlio mai avuto, che continuerà a tornare in maniera insistente nella sua vita “quando accetterà di essere scelto come padre da un giovane che lo aveva adottato”. “Avevo detto sinora a me stesso che non volevo il peso di un bambino. Si, ma forse e più, non volevo il bambino che ero stato”

Il volume sarà presentato il 29 febbraio, alle 17, al Circolo della Stampa. Relazioneranno le docenti Claudia Iandolo e Luisa Bocciero e l’editore Mario Rovinello.

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