Arriva da Gianni Marino de La Casa di Giuseppe Casciaro una riflessione sulla disputa legato all’ospedale di comunità da realizzare negli doazi del convento di San Francesco a Mkntwlla
Secondo me, la sacralità di San Francesco a Folloni, in terra di Montella, nell’ultimo mezzo secolo ha subìto alcuni colpi, con l’uso improprio di locali e le trasformazioni poco ideali ma solo pratiche. Alla luce di quanto sta succedendo, non mi sembra un’idea peregrina chiedersi se il turismo che predichiamo e pratichiamo conservi la sacralità di un luogo o la snaturi o la riduca a poca cosa. Facendo tesoro di quarant’anni di attività turistica associativa in lungo e largo per l’Europa, mi convinco sempre di più di quanto sia deleteria la concezione consumistica che volenti o nolenti abbiamo del turismo. La nostra concezione è spesso superficiale, mirata alla suggestione momentanea di un’opera d’arte o al piacere edonistico della filiera enogastronomica. Accogliere per far spendere. Spendere per accogliere. Forse sarebbe ora di avventurarsi in una critica radicale del turismo con le armi dell’esperienza, ritornando al significato originario del tour inteso come formazione culturale. Il turismo della società dei consumi non solo è invasivo ma annichilisce la sacralità di ogni luogo. La domanda iniziale, allora, non è peregrina: esiste e persiste ancora la sacralità di un luogo come San Francesco a Folloni o si conservano solo tracce nella sua atmosfera e in alcuni ambienti di per sé sacri? A me sembra che la parte esterna sia quasi del tutta desacralizzata. Spero di sbagliare: il sacro si sente ma non si vede. Non vi sembri allora, anch’essa peregrina un’altra domanda: e se un ospedale di comunità – da fare insieme non certo uno contro l’altro armati – fosse una soluzione per far rivivere la spiritualità francescana dell’origine? Perché non realizzarlo là dove ancora si respira la forza del messaggio evangelico di San Francesco? A dispetto di logiche esclusivamente “ristoratrici”. Il messaggio ci vien proprio dal poverello d’Assisi. L’uomo Francesco era malaticcio e negli ultimi anni divenne quasi cieco tanto da dover essere accompagnato ed assistito. Fu curato con la cauterizzazione degli occhi con il fuoco e lui si rivolse al fuoco per sopportare il dolore. Mentre si operava trovò il tempo di aiutare una povera cieca a curarsi. La malattia lo stava portando alla morte ma lui scrisse: “Laudato sii mio Signore, per quelli che sostengono infirmitate e tribo. lazione. Beati quelli che li sosterranno in pace.. “ . Anche i frati inviati a predicare in terre lontane dovettero confrontarsi con la malattia. Quando uno di loro si ammalava, ovunque si trovavano, gli altri frati non lo dovevano lasciare solo ma restare a curarlo. In una di tale occasione, nacque la vocazione di Sant’Antonio. Perché non cogliere l’occasione per rifondare una nuova sacralità in un luogo già sacro? Forse che Francesco che disprezzava i lebbrosi non cambiò vita per merito loro. La misericordia disprezza i deliri di onnipotenza personali e comunitari. E’ autentico spirito francescano avere compassione del dolore e della malattia di chiunque esso sia e dovunque si trovi. Bisognerebbe guardare il mondo con occhi francescani. Lo dico senza alcuna autorità, malanimo o malafede (ce n’è fin troppa in circolazione): a me sembra che il Sindaco di Montella usi gli occhiali da presbite e il Padre Guardiano quelli da miope. Forse entrambi dovrebbero usare gli occhiali di San Francesco che sapeva vedere pure se cieco.



