Rosa Bianco
C’è qualcosa di profondamente simbolico — e insieme di drammaticamente concreto — nell’incontro svoltosi a Torrioni, comune dell’Irpinia, nell’ambito del Festival nazionale “Scuola per Abitare”. Non una passerella istituzionale, ma un laboratorio civile: un luogo dove il Paese reale prova, ancora una volta, a interrogarsi su sé stesso. E, soprattutto, sul proprio squilibrio più antico: la questione meridionale.
Il titolo scelto — “Demografia, Mezzogiorno e Democrazia” — coglie il nodo essenziale. Perché lo spopolamento delle aree interne non è soltanto una questione statistica: è una ferita democratica. Dove arretrano i servizi, arretra lo Stato; dove scompaiono le comunità, si indebolisce la cittadinanza. E dove manca una visione, si moltiplicano le politiche emergenziali.
È qui che si apre il vero vulnus.
Da decenni il Mezzogiorno viene trattato come un problema da gestire, non come una risorsa da sviluppare. Dalla fine della Cassa per il Mezzogiorno fino alle più recenti promesse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, si è assistito a una sequenza di strumenti straordinari che hanno finito per produrre una normalità fallimentare. Interventi a pioggia, progettualità frammentate, incapacità cronica di costruire infrastrutture durature e servizi essenziali.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: territori svuotati, giovani costretti a partire, economie locali incapaci di reggere la competizione globale.
Eppure, proprio da Torrioni arriva una lezione controcorrente.
L’idea che emerge da Scuola per Abitare è semplice quanto rivoluzionaria: il Mezzogiorno non ha bisogno di essere salvato, ma di essere messo nelle condizioni di vivere. Non servono nuove emergenze, ma politiche ordinarie finalmente efficaci. Non servono bandi episodici, ma una strategia strutturale. E, soprattutto, non servono narrazioni compassionevoli, ma una visione nazionale.
Perché il Sud non è una periferia: è la cerniera dell’Italia nel Mediterraneo.
In questo senso, la questione meridionale non può più essere considerata un capitolo separato delle politiche pubbliche. È, al contrario, la chiave per ripensare l’intero modello di sviluppo del Paese. Le aree interne — dall’Irpinia alla Lucania, dalla Calabria all’entroterra siciliano — rappresentano oggi il banco di prova più avanzato: lì si misura la capacità dello Stato di garantire diritti fondamentali, dalla sanità alla scuola, dalla mobilità alla connettività.
Ma per farlo serve ciò che oggi manca: una classe dirigente all’altezza.
L’Italia ha già conosciuto una stagione in cui la politica era capace di visione. Figure come Alcide De Gasperi, Pasquale Saraceno, Adriano Olivetti, Enrico Mattei, Fiorentino Sullo seppero immaginare un Paese che cresceva insieme, non a velocità differenziate. Non erano accomunati da ideologie identiche, ma da una convinzione profonda: lo sviluppo non è mai neutrale, è sempre una scelta politica e morale.
Oggi la frammentazione amministrativa, la debolezza delle istituzioni locali, la mancanza di coordinamento tra livelli di governo sono diventati alibi per l’inazione. Nel frattempo, il dibattito pubblico si è impoverito, oscillando tra assistenzialismo e retorica meritocratica, senza mai affrontare il nodo strutturale: l’assenza di uno Stato capace di garantire uguaglianza territoriale.
Eppure, esperienze come quella di Torrioni dimostrano che esiste ancora un tessuto civile vivo. Amministratori, imprenditori, associazioni, giovani professionisti: una comunità che non chiede sussidi, ma strumenti. Non invoca deroghe, ma diritti. Non cerca scorciatoie, ma prospettive.
È da qui che bisogna ripartire.
Una nuova politica per il Mezzogiorno deve fondarsi su tre pilastri: servizi essenziali garantiti, infrastrutture materiali e immateriali, e una visione di lungo periodo. Senza scuole, ospedali e trasporti non c’è residenza possibile; senza connessioni digitali non c’è economia contemporanea; senza una strategia nazionale non c’è coesione.
Ma soprattutto, bisogna cambiare sguardo.
Pensare l’Italia come una nazione unica non è una formula retorica: è una necessità storica. Il destino del Nord e quello del Sud non sono separabili. La competitività industriale, la sostenibilità demografica, il ruolo geopolitico del Paese passano inevitabilmente dal rilancio del Mezzogiorno.
Perché la via italiana al Mediterraneo — economica, energetica, culturale — passa da qui.
Torrioni, in questo senso, non è solo un luogo. È un segnale.
Un piccolo centro che, invece di rassegnarsi allo spopolamento, prova a costruire pensiero. E ci ricorda che la questione meridionale non si risolve con decreti emergenziali, ma con una scelta politica radicale: tornare a credere nello sviluppo come progetto collettivo.
La domanda, allora, non è se il Sud può farcela.
La domanda è se l’Italia è ancora capace di immaginarsi come un Paese intero.
A questa riflessione si accompagna il doveroso ringraziamento al Comune di Torrioni e alla sindaca Annamaria Oliviero per l’ospitalità e l’accoglienza, nonché a tutti coloro che hanno contribuito alla riuscita dell’iniziativa: nella sessione mattutina Francesca Vitelli, Virgilio Caivano, Giacomo Rosa, Ciro Iengo e Giulia Perfetto, con il coordinamento e la moderazione di Fabio Galetta; e nella sessione pomeridiana, “Next Generation Irpinia”, Arianna Geronzi, Emanuela Conforti, Emiliano Iandoli, Marco Famiglietti, Enrico Pennacchio e Marina Villani, guidati da Pasquale Luca Nacca, presidente dell’Associazione Insieme per Avellino e per l’Irpinia, organizzatrice della giornata. Un riconoscimento particolare va inoltre ai momenti conviviali che hanno arricchito la giornata, valorizzando l’identità territoriale attraverso la degustazione di prodotti tipici e vini locali, grazie alla partecipazione delle cantine Cennerazzo, Colline del Sole, Terre di Aione e Carlo Centrella, testimoni vive di un patrimonio enogastronomico che è parte integrante della visione di sviluppo del Mezzogiorno.
E chiudere con Gramsci non è un azzardo retorico, ma un richiamo alla profondità teorica di chi ha compreso da subito la natura nazionale e strutturale della questione meridionale. In “Alcuni temi della questione meridionale”, Gramsci sottolineava che la questione meridionale non è un “fatto locale”, ma il prodotto storico di relazioni politiche ed economiche sbilanciate tra Nord e Sud, e che richiede una trasformazione generale del Paese, non semplici “interventi speciali”. Questa consapevolezza viene evocata a Torrioni: la sfida non è tamponare emergenze demografiche o amministrative, ma costruire un’Italia unita e progettuale, dove Nord e Sud siano protagonisti insieme, con servizi, infrastrutture e dignità per ogni comunità dello stivale.




