di Gianni Marino
Vi sono due luoghi in Irpinia irriducibili – almeno fino a venti anni fa – al turismo mordi e fuggi: l’Abbazia del Goleto e il Convento di San Francesco a Folloni. A cavallo tra l’Alta Valle del Calore e quella dell’Ofanto, con la montagna di Nusco da spartiacque, risalenti ai secoli XII e XIII, il primo fondato da San Guglielmo da Vercelli e il secondo – come da leggenda – da San Francesco d’Assisi, hanno conservato per secoli un’aria intrisa di misticismo percepita anche dal più distratto visitatore. Ho frequentato questi luoghi fin da ragazzo, facendone oggetto di una interminabile ricerca storica. Spesso i diecimila cavalli che affollano la mia mente hanno trovato pascoli in questi luoghi. Goleto e San Franscesco sono luoghi ideali per dialoghi immaginari con persone care, pietre, alberi e i fiori. E sempre mi ritorna in mente quanto scrisse nel 1895 Giustino Fortunato sul Goleto. “ E l’animo, già immalinconito dal silenzio immane e dalla greve aria della ruina, è preso, a poco a poco, dallo strano torpore, dalla pace suprema, che suole, come una specie di contagio, venir su dalle cose morte. Allora torna in mente, più dolce e più tranquilla, la immagine del passato…” Ma oggi è ancora come allora? In tempi in cui abbiamo imparato a consumare anche ciò che non potrebbe consumare? Si respira ancora in questi luoghi l’aria mistica dei secoli passati ? A me sembra che questi luoghi sono ancora sospesi a mezz’aria. Rischiando di diventare anch’essi “non luoghi”. Dipende sempre dall’azione umana: in ogni gesto di cambiamenti bisogna porre sapienza conservativa non distruttiva. Confesso che ho nostalgia del Convento di San Francesco come era agli inizi degli anni 90: un hortus conclusus dove si respirava la Storia di Montella. Poi questo luogo fu sfigurato da un megaparcheggio che dilatandone gli spazi annichiliva in parte la sacralità del luogo. Sembrò a me uno sfregio doloroso dettato dal bisogno pratico. La costruzione di un ospedale di comunità è un altro duro colpo? Il contenzioso in atto dai toni accesi non aiuta a risolvere il problema vero: quale sacralità è possibile qui ed ora a San Francesco a Folloni? E’ la domanda a cui dovrebbero rispondere religiosi e laici. Non servono contrapposizioni ma solo buon senso. Il torto e la ragione spesso sono marito e moglie.
Noterelle storiche
Se vi capita di andare a Montella, ricordate che vedrete donne belle ed altere, che usano nascondere nei capelli neri un pugnetto di cenere per difendersi dai malintenzionati e uomini fieri e bellicosi più dei lupi abitatori di quelle montagne. Così un anonimo viaggiatore del seicento sul carattere degli abitanti di questa cittadina dell’Alta Valle del Calore che a ragione, in una antica “descrittione” del regno di Napoli, era definita nobile e bella terra, ornata del titolo di Contado.
Chi si avvicina alla storia locale irpina, resta favorevolmente impressionato dalla ricchezza del patrimonio etnologico di Montella, che non teme confronti. Un patrimonio etnologico, sociale e culturale, di tutto rispetto: dal fondo di antiche leggende (Sacco di San Francesco, Abate Goglia, Grotta del Caperone) alla potenza espressiva del suo dialetto (quasi una lingua la definiva negli anni trenta la studiosa Olga Marano). Chi poi si chiedesse da dove derivi tale cospicio patrimonio e del perché si sia conservato intatto per tanti secoli, non riuscirebbe a trovare facilmente risposte esaustive. A Montella, storia e antropologia culturale (una volta si chiamava folclore) si incontrano a metà strada e la loro sintesi produce “narrazione storica o storia narrata”. E con grande probabilità il carattere tenace e passionale de suoi abitanti (nel bene o nel male) non deriva tanto dalla “natura montanara” ma soprattutto dal contesto socio-culturale a tinte forti e ben tramandato dalle diverse generazioni. Non so se ha senso ancora parlare del “montellese” come di un paese con peculiarità tutte sue. Anzi sembrerebbe che tale chiave di lettura antropologica sia piuttosto forma residuale di una certa cultura positivista dura a morire. Tant’è.
Negli antichi statuti del Comune di Montella, l’inizio della raccolta delle castagne era fissato per il 4 ottobre, giorno di “san francisco”. Era la prova di una consolidata venerazione per il Santo di Assisi. Tutto ebbe inizio quando, secondo quanto scrisse nel 1600 il monaco irlandese Luca Wadding, nel gennaio del 1222 San Francesco da Benevento diretto a San Michele sul Gargano passò per l’Irpinia e respinto dagli abitanti di Montella trovò rifugio sotto un albero.
La notte nevicò abbondantemente ma il giorno dopo con grande sorpresa nemmeno un fiocco di neve era caduto per un centinaio di metri attorno all’albero. Invitato a restare, San Francesco decise di partire lasciando due fratelli che fondarono un convento. Era passato poco tempo e la leggenda vuole che un’altra nevicata isolò i monaci che patirono la fame. San Francesco che si trovava in Francia chiese al re due sacchi di pane che furono recapitati da due angeli presso la porta del convento. I monaci utilizzarono il sacco per farne un tovaglia per l’altare.
Anni dopo un brigante, inseguito dai soldati, si rifugiò in chiesa. Non potendo uscire e avendo il giubbone strappato pensò di ripararlo con un po’ di tela del sacco. Quando tentò la fuga, i soldati gli spararono addosso ma si accorse di essere diventato invulnerabile ai colpi di arma da fuoco. Allora i monaci fecero del sacco centinaia di reliquie molto ricercate. Ne nacque una accesa polemica : poteva mai un Santo difendere un malfattore? Al povero vicario di Nusco Francesco Noya che negava tali qualità della tela gliene dissero di tutti i colori. Durante la prima guerra mondiale ai soldati montellesi in partenza per il fronte furono donate tali reliquie.
Il fondo leggendario montellese è il più significativo in Irpinia per capire la storia del nostro territorio: come spesso capita, da un episodio di storia locale, apparentemente circoscritto e forse mai avvenuto, puoi passare alla Storia grande, tragica e terribile, che attraverso i secoli arriva fino a noi. Fino a qualche decennio fa, ad esempio, era inconcepibile l’idea stessa di un Papa con il nome Francesco. Da anni nella mia biblioteca aumentano i libri dedicati a Francesco, il santo della “fratellanza universale”, il messaggio più rivoluzionario apparso nella storia occidentale. Il santo pazzo, il santo dei poveri il santo che immaginava la pace fra il lupo e l’agnello. Sono libri letti e riletti, che chiedono solo di essere ascoltati e mettersi all’opera: per costruire cattedrali di pace bisogna saper costruire soffitte di pace.




