Ripartire dai valori della Resistenza e della lotta al fascismo per tradurli in azioni concrete nel nostro presente. Spiega così Anna Giardino l’idea da cui nasce il volume “Partigiani e rivoltosi irpini”, a cura di Annibale Cogliano e della sezione Anpi di Forino, pubblicato con il patrocinio dei Comuni di Forino, Frigento, Avellino, Contrada, Montella, Montefusco, Lioni, dell’Anpi, dei Quaderni Irpinia e della pro loco Sant’Angelo dei Lombardi. Uno studio nato all’indomani dell’intitolazione della sezione Anpi a due partigiani di Forino, Michele Giardino e Umberto Romito “che ha acceso in me – prosegue Giardino – l’esigenza di esplorare più a fondo le zone d’ombra della loro vita partigiana”. Una ricerca partita dalla consultazione online del Fondo Ricompart che custodisce 700 nomi di donne e uomini irpini che chiesero il riconoscimento della qualifica di partigiano. A prendere forma uno spaccato della Resistenza armata degli irpini, dalla presenza dei gruppi antifascisti ad Avellino e in Irpinia con nomi come quelli di Carlo Muscetta e Antonio Maccanico, ai soldati che scelsero di combattere sui diversi fronti contro i tedeschi, dalle isole greche ai Balcani. Senza dimenticare le rivolte municipali che infiammarono la provincia fra l’autunno del ‘43 e l’estate ’44, caricandosi di una forte valenza antifascista, da Calitri a Lacedonia, da Frigento a Flumeri.“Varie dunque sono le anime delle formazioni combattenti – scrive Annibale Cogliano – quella più antica e politicizzata degli antifascisti tenuti dal regime sotto vigilanza, o liberati dalle carceri e dal confino dopo l’8 settembre del 1943, o ritornati dall’estero; quella di giovani che nella guerra hanno maturato ideali antifascisti; i giovani che si sottraggono all’arruolamento coatto nell’Italia occupata; quella dei soldati e degli ufficiali che tentano di sottrarsi alla deportazione in Germania (Cefalonia, Corfù, Montenegro solo per citarne alcune); quella degli internati militari, che preferiscono la prigionia sia per fedeltà al re, sia perché stanchi di combattere, sia perché non vogliono riprendere le armi per la Repubblica di Salò”.
Storie di partigiani, come quella di Michele, nonno di Anna, fuochista presso le ferrovie, partigiano, catturato in Francia, prigioniero a Marsiglia, dove fu aiutato da una famiglia del luogo prima di tornare a casa. O di Pietro Gambone, partigiano montellese, raccontato da Antonio Camuso. Ha 29 anni quando viene ucciso dai tedeschi a Imperia il 18 marzo 1945. A vegliare la sua salma gli abitanti di quei borghi dove aveva trovato rifugio. Dopo l’8 settembre del 1943, all’indomani dello sbandamento del suo reparto e del proclama che intimava ai giovani di presentarsi ai distretti per essere arruolati nelle fila della Repubblica Sociale, Gambone, soldato fotofonista dell’Unità di Guardia alla Frontiera, raggiunge i partigiani in montagna e si unisce alla banda Marco, che confluirà poi in una delle più temibili brigate partigiane della Liguria, la Federico Cascione. Tra le azioni portate avanti il disarmo dei Repubblichini a Briga Marittima, la presa della postazione nazifascista di Santa Brigida fino all’eroica resistenza contro i reparti tedeschi a Carmo Langan. Durissima sarà l’offensiva dei tedeschi per smantellare le forze partigiane attraverso incendi, stragi, saccheggi e rappresaglie contro la popolazione locale. La divisione Cascione deve fare i conti, inoltre, con il clima rigido dell’inverno e la mancanza di scorte e munizioni, Pietro contribuisce a difendere le repubbliche partigiane di Pigna e Triora, riesce a salvare i suoi compagni dall’accerchiamento spostandosi al confine francese. Sarà catturato dai tedeschi insieme ad una decina di altri giovani e fucilato a Carpenosa, frazione di Molini di Teora per rappresaglia contro il ferimento di un soldato tedesco.
Storie di coraggio come quella di Antonio Grossi, ufficiale dell’esercito a capo partigiano della 149° Divisione Garibaldi nelle Langhe, con la 48° Brigata Dante di Nanni, tra coloro che riusciranno a tornare a casa, ricostruita da Carmine Clericuzio, o di Aniello Coppola, il comandante Nino, che scelse di imbracciare le armi e combattere da ex ufficiale di polizia della caserma di Como. raccontato dal figlio Giovanni. “Ti sei mai chiesto – spiega il comandante Nino nel tentativo di chiarire le ragioni della scelta all’indomani dell’armistizio -in quale specie di patria avremmo potuto vivere se i nazisti avessero vinto la guerra?….Per me come per tanti altri commilitoni la politica era vita morale, non opportunità o moralismo. Per la mia generazione la Resistenza rappresentò un singolare momento di crescita, di formazione, di educazione alla vita, di responsabilità e valori”.. Dallo studio d Vincenzo Lucido dedicato a Saverio Lucido, sopravvissuto all’eccidio di Cefalonia a quello di Antonetta Tartaglia che ricostruisce le vicende di Francesco Pepicelli, martire delle Fosse Ardeatine, dal contributo di Michele Vespasiano che ripercorre la storia di Felice Sena, vicebrigadiere della Polizia presso la questura di Verona, che mise a rischio la propria vita riuscendo a salvare molti ebrei, al saggio di Alessandro Romito su Umberto Romito, partigiano in Friuli. Fino alla bellissima storia di Elide Brusadin, nativa di Calitri, staffetta partigiana tra Rieti e le campagne aquilane, combattente nel battaglione Giulio Prizio della Banda Gio o al sacrificio di Teobaldo Caggiano, nativo di Taurasi, capitano dei Carabinieri, caduto a Cefalonia, insignito della medaglia d’oro alla memoria.
Ad emergere dalle differenti storie la difficile scelta all’indomani dell’armistizio per una generazione che era vissuta sotto una dittatura e aveva ascoltato un’unica voce, fino alle durissime condizioni di vita tra boschi e montagne per chi sceglieva di aderire alla Resistenza, tra continui spostamenti, baite e stalle come luoghi di rifugio fino alla scarsità di armi e rifornimenti, a causa dei continui rastrellamenti dei tedeschi. Ma sono soprattutto storie di chi scelse di stare dalla parte degli ideali, offrendo un contributo decisivo alla lotta, attraverso il controllo delle vie di accesso e ponti e la strenua difesa della popolazione locale. E’ Ciro Raia nella bella prefazione a porre l’accento su come sia il trasformismo la chiave di lettura delle vicende storiche del Mezzogiorno, e sarà proprio il trasformismo a favorire l’affermarsi del fascismo tra le classi dirigenti del Sud, in un contesto caratterizzato da miseria, lontananza dalla politica del popolo o silenzio e complicità delle istituzioni. Di qui la difficoltà di organizzare in Irpinia un momento resistenziale. Malgrado ciò, il contributo dell’Irpinia alla Liberazione dell’Italia fu generoso “Risultarono 716 i nominativi di quanti chiesero il riconoscimento della qualifica di partigiano. A questo dato di aggiungono i nominativi raccolti da altre fonti, per un totale di 751 censiti. Il nucleo più massiccio apparteneva alla città capoluogo, ad Avellino con 170 nominativi ma numerosi furono anche in altre piccole realtà, come Ariano Irpino (36), Atripalda (28), Montoro (18), Rotondi (17), Pietrastornina (15), Altavilla (14)”.
Raia pone l’accento anche sul valore di cui si caricarono le rivolte popolari delle comunità irpine che si ritrovarono a toccare con mano l’orrore della guerra, solo all’indomani dei bombardamenti degli angloamericani e delle razzie dei tedeschi. Non sempre queste insurrezioni ebbero un chiaro carattere politico ma furono una chiara espressione di ribellione contro il potere “Quelle rivolte tuttavia furono il sintomo della ripresa di un evento comune, determinando anche il recupero di due categorie della politica ben precise: la scelta e la collettività. Se fascisti si era stati per ignavia, per apatia, per mancanza di pane, antifascisti si divenne per una scelta intima, per la speranza di cambiamento, per un senso di liberazione e libertà per poter finalmente decidere di decidere”. Non ha dubbi Raia, la Resistenza non si originò da un giorno all’altro, non fu determinata solo dalla necessità di liberarsi dal nazifascismo ma dal sogno di una società migliore “E tutti quelli che contribuirono al positivo esito del nobile quanto arduo progetto, serbavano in animo la speranza di costruire un Paese nuovo in cui la Costituzione potessero essere garanzia dei diritti di tutti”. Anche se non mancò l’amarezza da parte di chi aveva visto deluse le proprie speranze. Se lo chiede il partigiano Aniello Coppola in una biografia curata dal figlio “Ho combattuto nazisti e camicie nere. E dopo? Nel difficilissimo e tormentato processo di transizione che segna il passaggio dal regime monarchico alla Repubblica ho dovuto assistere a cose che non avrei mai voluto vedere, la gran parte di quelli che avevo sconfitti erano tornati in auge a comandare sotto altre casacche”
A curare i contributi Antonio Camuso, Carmine Clericuzio, Giovanni Coppola, Rodolfo De Rosa, Pasquale Di Lorenzo, Pierluigi Felli, Gabriele Galetta, Anna Guardino, Eric Gobetti, Emilio Jacoboni, Ciro Labruna, Vincenzo Lucido, Giancarlo mauro, Anna Teresa Millesimi, Ines Millesimi, Alfonso Porcaro, Ciro Raia, Alessandro Romito, Antonio Testa, Antonetta Tartaglia, Michele Vespasiano.
Il volume sarà presentato l’8 settembre, a Palazzo Caracciolo. A portare i propri saluti Antonio Galetta, presidente Anpi di Forino, Rizieri Buonopane, presidente della Provincia di Avellino. Interverranno Ciro Raia, coordinatore regionale Anpi Campania, Vincenzo Calò, segreteria nazionale Anpi, i coautori Anna Giardino e Annibale Cogliano. Modera Marika Borrelli