Conoscere la storia aiuta a comprendere il presente: è chiaro, dice Gianfranco Rotondi, che ha aperto l’incontro organizzato dalla Fondazione Giorgio Almirante per la presentazione del libro di Caio Giulio Cesare Mussolini, Mussolini e il fascismo. L’altra storia. L’autore è il pronipote del “Duce”.
Ad introdurre i lavori è stata Sonia Lombardo. Sono intervenuti Valentina Carnielli, Giuliana de’ Medici, segretaria nazionale della Fondazione Giorgio Almirante, e lo stesso Rotondi.
Il parterre al Circolo della Stampa di Avellino era gremito: Sergio Rastrelli, Giovanni D’Ercole, Sabino Morano, Antonia Ruggiero, tra gli altri.
Per Rotondi, che si dichiara – a ragione – ultimo custode della Democrazia Cristiana, per favorire una reale comprensione della storia recente è necessario partire proprio dal periodo del fascismo. In questo senso, il rapporto tra fascismo e Democrazia Cristiana non va letto in versione riduttiva, ma nella sua dimensione storica complessiva.
“Con la famiglia Mussolini vi fu un rapporto rispettoso e corretto. La famiglia Mussolini fu composta da persone rispettose della Repubblica e delle sue regole. Nessuno di loro ha mai avuto comportamenti contrari alla fedeltà alle istituzioni democratiche e ai rappresentanti eletti”, ha affermato Rotondi, precisando: “Chi contesta questa ricostruzione ha diritto di farlo, e lo dico con rispetto”. Rotondi cita anche Renzo De Felice, considerato il più grande storico del Ventennio.
Caio Giulio Cesare Mussolini ha insistito sulla complessità della lettura storica: “La storia non è fatta di categorie morali elementari come ‘buono’ o ‘cattivo’. È molto più complessa. E soprattutto, la storia va studiata sui libri di storia e attraverso gli storici”. Da qui il richiamo alla necessità di “leggere i dati e studiare le fonti per evitare la mistificazione”, citando nuovamente De Felice.
“Quando si rappresenta Mussolini come una macchietta grottesca – ha proseguito – si compie un’operazione storicamente scorretta. Anche Marco Travaglio ha detto che il fascismo è stato una cosa seria, e aveva ragione: Mussolini non era una macchietta”. Secondo l’autore, Mussolini era considerato anche all’estero, “da Roosevelt a Lenin”.
L’autore ha poi ricordato l’infanzia trascorsa accanto ai familiari: “Erano attori, in prima linea o come comparse, di quel periodo storico così complesso. Io vedevo il rispetto e l’affetto che molte persone avevano verso la famiglia Mussolini”. Da qui la riflessione sul cognome: “Uno se lo trova, non fa nulla per trovarselo. Sta alla persona decidere come valorizzarlo”.
Al bando, dunque, semplificazioni e mistificazioni: “Quando si parla di Mussolini si pensa sempre a Piazzale Loreto, alla testa in giù. Ma molta di questa narrazione è frutto di ignoranza storica. Ferruccio Parri definì quell’episodio una ‘macelleria messicana’. Ancora oggi c’è chi sostiene che ‘non sia stato finito il lavoro’”.
In conclusione, il riferimento alle contestazioni: “Le polemiche, spesso sterili e assolutamente inconsistenti, da parte di gruppi di sinistra che invito al confronto ma che non si presentano mai, lasciano il tempo che trovano”.
Infine, il passaggio sulle immagini di Avellino bombardata: “Quelle foto sono un autogol per chi le espone. Avellino fu bombardata dagli americani dopo l’8 settembre, che non fu un armistizio ma una resa incondizionata: le parole sono importanti. Avellino non era un obiettivo militare. Fu bombardato il mercato, con tremila vittime. Il fascismo combatteva quel nemico. Piaccia o no: eravamo alleati con i tedeschi”.
Ma ci sono fatti che non possono essere ignorati: è il messaggio di Rete per la Pace e ANPI. Altrimenti si darebbe una lettura semplicistica, proprio ciò che Mussolini cerca di evitare nel suo L’altra storia. I fatti da tenere a mente per una valutazione sincera sono sintetizzati nei cartelli e nelle foto esposti in occasione dell’incontro: il fascismo fu anche leggi razziali e alleanza col nazismo, repressione sanguinaria del dissenso, rovina e morte. Fatti, un’altra storia non esiste.




