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Quando la persona viene prima della divisa che indossa

Giulia Di Cairano

Con il suo posto di lavoro il Generale Pietro Oresta, ormai ex comandante della Scuola Marescialli e Brigadieri dei Carabinieri di Firenze, ha dovuto pagare il fio di aver suggerito, nel discorso pronunciato agli allievi al termine del corso, che la persona viene prima della divisa che indossa, alludendo al suicidio di una carabiniera venticinquenne avvenuto nella scuola lo scorso anno. Nel suo monito “Ricordatevi che il vostro benessere e quello dei vostri familiari, la vostra vita, sono superiori a qualunque istituzione o procedura” qualcuno ha letto il seme di una minaccia, in potenza e non ancora in atto, contro la fedeltà istituzionale, interpretando Oresta come una tessera da rimuovere prima che inneschi un effetto domino, che, come è noto, tende a essere una reazione a catena i cui eventi si verificano in sequenza e simili. Per una lettura alternativa delle sue parole, occorre pensare la realtà come non sempre e non solo riducibile a rapporti lineari di necessità tra causa ed effetto. Piuttosto che minare la credibilità dell’Arma dei Carabinieri e disconoscerne l’autorevolezza, il discorso di Oresta restituisce alle istituzioni democratiche la complessità su cui ontologicamente si strutturano: la democrazia funziona attraverso le norme e ogni istituzione bisogna di una certa rigidità e del rispetto dei ruoli e dei compiti; tuttavia, le regole sono sempre perfettibili. Se l’anarchia annulla qualsiasi valore e l’autocrazia impone verità come assolute e universali, la democrazia è quel sistema che non crede nell’esistenza di un criterio di perfetta distinzione tra verità ed errore, ma, anziché lasciare tutto al caso e dunque al caos, attraverso il principio individualistico di “una testa, un voto” genera un’unità che, pur non essendo immutabile, è valida e va accettata entro i suoi limiti temporali e di scelta maggioritaria. Questo significa che le decisioni dei vertici di una istituzione democratica vanno rispettate, ma si ha il diritto al dissenso. Non significa non obbedire agli ordini, ma non farlo ciecamente e acriticamente, creando una cultura del servilismo più che del servizio pubblico, non riproporre cioè il “credere, obbedire, combattere”. Valutare l’umanità e la sensatezza di quanto richiesto e fermarsi di fronte a un disagio psicologico o fisico sono indicatori positivi della salute della democrazia. Quando Oresta ha asserito che aiutare un anziano ad attraversare la strada ha più impatto di trovare 300 tonnellate di cocaina e arrestare 20 persone, non ha invitato i carabinieri a non smascherare traffici illegali, ma forse a capire che un gesto di cura dell’altro è più rivoluzionario di una punizione che, pur essendo necessaria, agisce sulla conseguenza e non sulla causa perché si possono e si devono arrestare gli spacciatori, ma questo non ferma il disagio che porta le persone a fare uso di sostanze e che affonda le radici nell’individualismo della società contemporanea e anche se non sono chiamati a risolverlo, i carabinieri possono dare un proprio contributo attraverso l’esempio.

A distanza di quasi 500 chilometri da Firenze, si è congedata un’altra figura istituzionale, certamente diversa dalla prima ma altrettanto attenta alla società e a più giovani: quella del Colonnello Domenico Albanese, al vertice del Comando Provinciale dei Carabinieri di Avellino fino al passaggio di consegne con il collega Angelo Zito. Dopo aver condotto con grande impegno il suo mandato ad Avellino, il Colonnello Albanese rivestirà un importante incarico a Roma. Quest’articolo non ha la pretesa di forzare un’analogia tra due personalità differenti, ma si propone il tentativo di portare all’attenzione dei lettori due esempi di cura e immaginazione istituzionale e sociale, a dimostrazione che le istituzioni le fanno le persone e che generalizzare, in positivo o in negativo, tradisce la pluralità arricchente che compone il nostro Paese. In particolare, nella lotta di Albanese alla criminalità organizzata e nella dedizione alla causa della legalità diffusa, si è visto un forte legame con il territorio irpino e con i giovani. Nella narrazione dominante, le persone delle aree interne e le persone giovani sono tra le più marginalizzate in Italia e chi è giovane e irpino lo sa bene. Superare la categorizzazione dei giovani in una massa informe, nel cui grigiore si perde quell’essere unico e irripetibile che tutti noi siamo, e battersi per le cose umili, per la forma di un paese, per il valore di una provincia, come Pasolini per il selciato di Orte, sono operazioni che richiedono tempo, serietà e interesse e Albanese li ha messi a servizio dell’Irpinia. Scelte come quella di celebrare il 211° Annuale di Fondazione dell’Arma dei Carabinieri il 5 giugno nella piazza Mazzini di Avellino simboleggiano la responsabilità quotidiana di prendersi cura delle zone più periferiche e difficili. Albanese assomiglia al maresciallo – nato dalla penna di Maurizio de Giovanni per il Calendario Storico dell’Arma dei Carabinieri 2025 – che scrive brevi ma dense lettere al figlio per educarlo, raccontandogli le sue esperienze di lavoro a servizio degli altri. Bisogna sempre dire ti voglio bene, “meglio una volta in più che una in meno”. Come scrive nell’introduzione del calendario il Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Teo Luzi, “se c’è un tempo della vita che non va mai sprecato, è quello in cui parliamo ai giovani”. Il maresciallo di fantasia ammonisce il figlio sulla possibilità di diventare qualcuno di molto diverso da sé a causa dell’effetto del branco, sotto cui può trovarsi anche il più diligente dei ragazzi, gli parla degli hikikomori e del cyberbullismo, gli insegna il rispetto per le donne, riconoscendo al femminicidio le sue specificità culturali a differenza di un qualsiasi omicidio. È un testamento morale che persone e personalità come Albanese sono state in grado di accogliere e sostanziare nella realtà. I titoli di due brani, “La civiltà dei piccoli gesti” e “La ragione parla a voce bassa”, dovrebbero essere letti in tutte le scuole e riletti dai figli ai genitori. Non si tratta di pensare utopisticamente che i carabinieri e gli scrittori salveranno il mondo, ma di sforzarsi a essere più attenti e gentili verso il prossimo, ognuno con i propri mezzi. Parafrasando il Maestro Riccardo Muti, a conclusione del concerto “Note di Legalità” dell’Orchestra Domenico Cimarosa del Conservatorio di Avellino e della Fanfara del X Reggimento Carabinieri Campania – in cui sono state eseguite da giovani talenti opere classiche, come la Carmen e l’Ouverture del Guglielmo Tell, e moderne, come The typewriter di Jerry Lewis e La califfa di Morricone – il Colonnello Albanese ha detto che “ogni orchestra è una metafora della società, non importa quale spartito si è chiamati a leggere o lo strumento che si ha a disposizione, l’importante è che ciascun elemento faccia il meglio che può per realizzare l’armonia del bene comune”.

 

 

 

 

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