Paolo Saggese
“[…] in continuità con l’Enciclica Dilexit nos, Papa Francesco stava preparando, negli ultimi mesi della sua vita, un’Esortazione apostolica sulla cura della Chiesa per i poveri e con i poveri, intitolata Dilexi te, immaginando che Cristo si rivolga ad ognuno di loro dicendo: Hai poca forza, poco potere, ma ‘io ti ho amato’”.
Queste sono alcune delle prime riflessioni con cui Papa Leone XIV introduce “Dilexi te. Esortazione apostolica sull’amore verso i poveri” (Libreria Editrice Vaticana, Roma, 2025), un volumetto dedicato all’amore verso i poveri, i malati e i sofferenti, che sono al centro dell’amore di Cristo e dei cristiani nei confronti di chi più ha bisogno.
Si tratta di un’“Esortazione” iniziata da Papa Francesco e continuata dal nuovo Papa, perché “anch’io [Papa Leone] ritengo necessario insistere su questo cammino di santificazione, perché nel ‘richiamo a riconoscerlo nei poveri e nei sofferenti si rivela il cuore stesso di Cristo, i suoi sentimenti e le sue scelte più profonde, alle quali ogni santo cerca di conformarsi’” (p. 9).
Al centro dell’“Esortazione” vi è la figura di san Francesco, che “nel lebbroso fu Cristo stesso ad abbracciarlo, cambiandogli la vita. La figura luminosa del Poverello non cesserà mai di ispirarci” (p. 13).
Qui si allude al celebre incontro con il lebbroso, un episodio centrale nella vita del santo, che Francesco misteriosamente sente di dover abbracciare e baciare, superando il suo naturale ribrezzo. Questo gesto apparentemente inspiegabile produce una “rivoluzione” interiore e conduce il futuro santo dal rifiuto alla fiducia, all’amore, alla misericordia: verso il prossimo, verso Dio, verso sé stesso!
Così Francesco diventa un “essere” nuovo!
Nella pagine successive Papa Leone, sulle orme di Papa Francesco, dedica riflessioni importanti anche alla “cura dei malati”, sottolineando che “la compassione cristiana si è manifestata in modo peculiare sulla cura dei malati e dei sofferenti. Sulla base dei segni presenti nel ministero pubblico di Gesù – la guarigione di ciechi, lebbrosi e paralitici -, la Chiesa comprende che la cura dei malati, nei quali riconosce prontamente il Signore crocifisso, è una parte importante della sua missione” (p. 50).
E continua: “La tradizione cristiana di visitare i malati, lavare le loro ferite e confortare gli afflitti non si riduce semplicemente a un’opera di filantropia, ma è un’azione ecclesiale attraverso la quale, nei malati, i membri della Chiesa ‘toccano la carne sofferente di Cristo’” (p. 51).
Il Pontefice ricorda anche a tutti noi che san Francesco, “prendendo in sposa la povertà, volle imitare Cristo povero, nudo e crocifisso. Nella sua Regola, chiede che ‘i frati non si approprino di nulla, né casa, né luogo, né alcun’altra cosa. E come pellegrini e forestieri in questo mondo, servendo al Signore in povertà e umiltà, vadano per l’elemosina con fiducia, e non si devono vergognare, perché il Signore per noi si è fatto povero in questo mondo’” (pp. 64-65).
Potremmo continuare ancora con altre e simili citazioni, ma sarebbe fatica superflua. Il volume è particolarmente utile, perché, richiamando la dottrina sociale della Chiesa, inaugurata con la Rerum Novarum di Leone XIII, si intende rinvigorire un impegno che non è più rinviabile, in un mondo dominato dalla violenza e dal consumismo, dominato da un capitalismo amorale, che ogni giorno mostra il suo volto violento e feroce, distruttivo, e che vede in alcuni potenti della Terra i veri nemici dell’umanità.
Nel leggere “Dilexi te”, confrontavo questo motto con quello che piacque a Marc Bloch (“dilexit veritatem”), che volle collocarlo nel suo testamento e sulla sua stele funebre.
Avevo anche contemporaneamente letto, nella mia vorace ricerca di libri (leggo di tutto e sono attratto da qualsiasi riga scritta), un volumone di più di mille pagine di “Scritti sulla scuola” di Gaetano Salvemini nonché l’ultimo saggio di Andrea Cortellessa dedicato a Pasolini (“Una ragione di più per andare all’inferno. Vedere, Pasolini”, Treccani, Roma, 2025). Queste opere così diverse hanno tutte in comune quell’amore per la “verità”, che aveva celebrato per tutta la vita Bloch.
Mentre terminavo queste letture, ero distratto da una serie di articoli di giornali, di interventi sui social, di trasmissioni televisive persino con dirette nazionali, incentrate su una querelle, che ha tenuto “sospesa” (!) l’Irpinia e persino l’Italia (!) in questi giorni di febbraio 2026.
A Montella si intende realizzare un “ospedale di comunità”, una struttura capace di ospitare sino a 30 malati, nel cuore di una provincia del Sud interno condannata ad uno spopolamento, o meglio ad una desertificazione prodotti da una serie di concause nonché dall’assenza di lavoro e di servizi, che si concentrano prevalentemente nelle popolose e congestionate aree metropolitane. Assistiamo come sempre impotenti al “confronto” e allo “scontro” tra “terra della polpa” e “terra dell’osso” teorizzati da Manlio Rossi-Doria. La questione è nota e ampiamente dibattuta.
I servizi si diradano sempre di più nelle aree interne e insieme a loro fuggono famiglie, bambini, giovani, persino anziani e vecchi, che raggiungono i propri figli lontani. L’Irpinia perde ogni anno più di 2000 residenti, l’equivalente della popolazione di un paese intero, di quei “paesi-presepe” descritti da Leonardo Sciascia nel dicembre 1980. Ogni anno scompare davanti ai nostri occhi un paese, mentre si resta increduli e impotenti. Si mobilita l’opinione pubblica, si mobilitano i sindaci, i partiti, i sindacati, la Chiesa si fa promotrice di documenti meridionalisti, tentando di scuotere l’opinione pubblica e la politica.
La Chiesa meridionale, la CEI, da anni sottolineano quel “divario civile”, che riguarda il divario effettivo dei diritti di cittadinanza che separa i cittadini del Nord e del Centro da quelli del Sud, questi ultimi dividendoli ancora tra chi vive nelle aree metropolitane e nei grandi centri e chi abita, “sopravvive”, nelle aree interne.
Si tratta di un fenomeno planetario, che porta alla concentrazione di popolazione e servizi, beni e capitali, opportunità di lavoro e di vita (spesso alienante) in megalopoli a volte mostruose e invivibili, in cui sopravvive tra luci sfavillanti un’umanità votata al consumo.
In tale contesto, mentre tra l’altro la maggior parte delle Istituzioni scolastiche dell’Alta Irpinia sono in reggenza e perciò condannate ad una provvisoria ed incerta sopravvivenza, un’Amministrazione comunale ottiene un finanziamento per la realizzazione di un “ospedale di comunità”, che dovrebbe garantire un servizio ad un ampio bacino di popolazione, che abbraccia i paesi della Valle del Calore e dell’Alta Irpinia, e che dovrebbe decongestionare e favorire l’azione si spera quanto più possibile efficace ed efficiente dell’Ospedale di Sant’Angelo dei Lombardi.
Tale “ospedale di comunità” dovrà essere allocato in un edificio adiacente al Santuario di San Francesco a Folloni. Tale ipotesi ha visto, tuttavia, la contrarietà dei frati.
Non sono un esperto. Leggo che un “ospedale di comunità” “svolge una funzione intermedia tra il domicilio e il ricovero ospedaliero ed è dedicato a pazienti che, per un episodio acuto o per la riacutizzazione di patologie croniche, hanno bisogno di interventi sanitari a bassa intensità clinica potenzialmente erogabili a domicilio, ma che vengono ricoverati in queste strutture in mancanza di idoneità del domicilio stesso (strutturale e/o familiare) e hanno bisogno di assistenza/sorveglianza sanitaria infermieristica continuativa, anche notturna, non erogabile a domicilio.
L’ospedale di comunità non è invece una duplicazione o una alternativa a forme di residenzialità già esistenti, che hanno altri destinatari; in particolare, non è ricompreso nelle strutture residenziali.
L’ospedale di comunità ha di norma da 15 a 20 posti letto ed è organizzato in stanze da 1 o 2 letti e deve possedere: area per l’accoglienza; camere di degenza con servizio igienico; area a servizio della residenzialità e della mobilizzazione del paziente; area per le attività sanitarie; area destinata ai servizi di supporto” (quotidianosanità.it: Ecco come funzionerà l’ospedale di comunità, “ponte” tra il ricovero e l’assistenza a domicilio. Diretto da un medico e gestito da un infermiere).
Questa struttura ospiterà pazienti bisognosi di assistenza, che non possono essere curati a casa per mancanza, ad esempio, “di idoneità del domicilio stesso”, probabilmente persone anziane, probabilmente sole, senza familiari vicini, talvolta o spesso in condizioni economiche non sempre floride. Sono luoghi di conforto, che allontanano anche la paura e l’angoscia che possono dilaniare una persona sola e malata. Sono i poveri e i malati dell’“Esortazione” papale, i “poveri” e i “malati” amati da san Francesco.
Se l’Amministrazione comunale ha presentato il progetto e se ha ottenuto, come è avvenuto, il relativo finanziamento, significa che l’edificio annesso al Santuario di San Francesco a Folloni sia di proprietà dell’Ente e nella sua piena disponibilità. Gli stessi Uffici comunali non avrebbero potuto presentare alcun progetto, né l’Ente comunale avrebbe potuto ottenere i finanziamenti, per i quali sono richiesti severi controlli burocratici: si tratta di un contributo di 6 milioni di euro.
Adesso assistiamo, come detto, anche su canali nazionali ad una disputa da italietta dal sapore provinciale, che mi è sembrato tenda quasi a dare una rappresentazione deformata delle nostre comunità, una sorta di contesa alla Peppone e don Camillo fuori dal tempo, con intenti indiretti di razzismo culturale, una storia un po’ naïf, cui assiste l’altra Italia, quella del XXI secolo. In questa contrapposizione in cui si sono date notizie in parte deformate e si sono alzati inspiegabilmente i toni della polemica, con offese violente e con giudizi che ledono l’immagine del paese e delle stesse istituzioni, la realtà effettuale è semplice:
Il nostro territorio ha bisogno di servizi;
I nostri anziani, che saranno sempre di più, hanno bisogno di strutture di cura;
Se perdiamo questa opportunità, non avremo alibi, non potremo formulare nuove richieste e presentare nuove proposte;
Non credo sia intenzione dell’Amministrazione né deturpare il Santuario né mancare di rispetto ai fedeli e violare la sacralità del luogo;
Si potrà chiedere agli operai, che cureranno i lavori, di farlo con rispetto dei luoghi e del silenzio;
Si potrà stilare un vademecum di comportamento, che dovrà essere rispettato dai medici e paramedici e dal personale dell’ospedale: si tratta di numeri esigui, non di folle oceaniche. L’ingresso alla struttura potrà essere programmato in orari in cui l’affluenza dei fedeli è ridotta e comunque non in coincidenza con le Messe principali;
La “cura del corpo” e quella “dell’anima” non sono assolutamente inconciliabili: i frati potrebbero essere di conforto agli ammalati, che lo richiedano, ai familiari, che vengono in visita, anche ai medici e agli infermieri, nelle pause di lavoro;
Il Santuario potrebbe acquistare un nuovo ruolo, essere al centro di una rinascita del nostro territorio, potrebbe dimostrare quanto lo spirito di Francesco, di cui quest’anno cade l’anniversario della morte, sia ancora vivo, quanto questo luogo dimostri la sua “santità” a tutti, anche a chi non ha fede e non vuole averla, ma sente il fascino del “Poverello di Assisi”;
Come ha dichiarato il Vescovo di Avellino di recente, la prima vera opportunità, che tutti noi abbiamo, è il dialogo.
Assistere ad una “narrazione” non veritiera della Comunità di Montella, che come gli altri centri dell’Alta Irpinia sono favorevoli a strutture importanti per il nostro presente e il nostro futuro, non ha fatto bene e non fa bene all’Irpinia. Ormai anche i canali nazionali che sono alla ricerca del pettegolezzo e che pongono in caricatura i reali problemi dei cittadini e delle cittadine, con personaggi televisivi, che diventano persino testimonial di luoghi sacri, stanno perdendo il proprio ruolo che consiste nell’approfondire i problemi per dare un contributo di idee. Sono spesso solo alla ricerca del finto sensazionalismo, che ci allontana dalla verità, intendono fare un intrattenimento buono ad ottundere la mente, a confondere, a involgarire le questioni. Non si tratta né di cronaca né di approfondimento giornalistico né di strumento di conoscenza.
Equilibrati sono stati, invece, i servizi delle testate locali, curati da giornalisti del luogo, che conoscono il territorio e i problemi.
L’auspicio è che questa “pubblicità” negativa ai danni del paese e dell’Alta Irpinia termini, che le dirette televisive si rivolgano ad altre notizie più appetibili (tra poco per fortuna inizia “Sanremo” e dunque ci saranno priorità maggori!), che ai pazienti, ai poveri e ai malati sia garantito un diritto, che in queste terre sarà sempre più negato.
Questo è lo spirito francescano.
“La realtà è che i poveri per i cristiani non sono una categoria sociologica, ma la stessa carne di Cristo. Infatti, non è sufficiente limitarsi a enunciare in modo generale la dottrina dell’incarnazione di Dio; per entrare davvero in questo mistero, invece, bisogna specificare che il Signore si fa carne che ha fame, che ha sete, che è malata, carcerata” (“Dilexi te”, p. 112).



