Una città immobile, incapace di affrontare le sfide della contemporaneità. E’ il ritratto di Avellino che consegna il progetto fotografico “Senza tempo” di Filippo Cristallo, riproposto a sette anni di distanza dalla prima edizione. “Quella che vedo è una città sospesa, come spiega Cristallo, che fa fatica a guardare al futuro. La mia non vuole essere una denuncia nè ho soluzioni. Scelgo solo di raccontare ciò che è sotto gli occhi di tutti, l’isolamento di una comunità, evidente nei suoi spazi urbani tra vuoti e grigi, una città segnata dal post terremoto e dalla speculazione edilizia, espressione di una classe dirigente spesso inadeguata. Anche oggi manca un vero fermento, è come se la parte più attiva della città si fosse chiusa in sè stessa” E’ la curatrice Antonella Cappuccio a sottolineare come Cristallo rifiuti una visione edulcorata del capoluogo, consegnandoci una Avellino malinconica, in cui pochissimi sono gli individui colti nella loro quotidianità, in un degrado che accomuna centro e periferie. Una città che richiama le atmosfere degli spazi urbani dell’Europa orientale ed evoca il reportage della geografia sociale. “Non ci sono il Duomo e la Torre dell’Orologio, i simboli per eccellenza di Avellino. Siamo lontani dalla banalità della street photography. La fotografia diventa atto conoscitivo, ricerca della identità, un processo che evoca lo sguardo neorealista e la fotografia di paesaggio italiana a partire dalla generazione che negli anni Ottanta segnò una svolta: Luigi Ghirri, Guido Guidi, Gabriele Basilico e Mimmo Jodice. Altro riferimento è quello rappresentato dalla fotografia americana che esplora le trasformazioni del paesaggio, abbracciando, al tempo stesso, lo sguardo poetico di Wenders”.
Il giornalista Generoso Picone si sofferma sul valore di cui si carica la fotografia di Cristallo “Una funzione che richiama con forza il progetto Viaggio in Italia che riunì nel 1984 un gruppo di fotografi italiani, la fotografia diventava strumento per registrare modifiche che la sociologia stessa non riusciva a cogliere, un’analisi che andava ad affiancarsi alla narrazione di scrittori come Celati”. Picone evidenzia come le immagini raccontino una “Avellino senza tempo, senza memoria come dimostra l’immagine di Palazzo Trevisani con le reti di contenimento, vi troviamo i segni di un passato tradito, a cui la comunità stessa sembra mancare di rispetto. E’ una città che non cammina, ferma su sè stessa, una città che non si confronta con la contemporaneità, che anche l’autore fa fatica a riconoscere come propria. Una città che chiede di ricominciare a vivere. Di qui la necessità di rimetterla in moto attraverso gli strumenti della mobilitazione sociale. Ecco perchè acquista un significato forte il progetto di Cristallo, rivelando come l’arte sia strumento del cambiamento”.
Il sociologo Ugo Santinelli pone l’accento sul rischio dell’omologazione che appare centrale nella rappresentazione della città “Mancano riferimenti geografici ed elementi identificativi, tanto che diventa difficile comprendere quale sia la città rappresentata. Ci troviamo di fronte a un capoluogo scarnificato, ridotto a linee geometriche, alle sue funzionalità estreme. Colpisce, rispetto alla prima edizione, l’operazione di sottrazione, scompaiono le persone e i riferimenti toponomastici. Ad emergere con forza l’idea che gli spazi diventano inutili se non sono socializzati. Spazi che si contrappongono ad una natura che cerca di sopravvivere malgrado la violenza dell’uomo”. Il critico cinematografico Paolo Speranza ricorda come il volume di Cristallo voglia aprire una riflessione “Vi troviamo una coerenza di estetica e pensiero, uno sguardo di pietà e denuncia che chiede di interrogarsi sulle ragioni del declino. Un declino che può essere contrastato solo con l’apertura all’esterno e l’impegno culturale, Un processo iniziato come testimonianze rassegne come il Laceno d’oro e mostre fotografiche di prestigio o con festival come lo Sponz Fest, coniugando cultura e turismo”.




