Libero Grassi, imprenditore tessile palermitano, non pagò il racket e lo disse a tutti con una lettera pubblicata sul Giornale di Sicilia: “Caro estorsore, non ti pago”. Aggiungendo: “Ho costruito questa azienda con il lavoro mio e dei miei collaboratori. Non sono disposto a dividere con i mafiosi le mie scelte, il mio lavoro, la mia vita”.
E ancora: “Io non sono pazzo a denunciare. Io non pago perché non voglio dividere le mie scelte con i mafiosi. È una questione di dignità”. Grassi fu lasciato solo quasi da tutti e assassinato pochi mesi dopo dalla mafia. A trent’anni di distanza Grassi è un simbolo della legalità. Ma non basta il ricordo. Serve pragmatica consapevolezza: educazione, cultura, sostegno a chi è vittima e a chi denuncia, mobilitazione dei cittadini e sinergia tra Stato, associazioni e scuola. Serve una rivoluzione per la legalità. È ciò che prova a fare SOS Impresa – Rete per la Legalità, che questa mattina ha organizzato, nella Sala Blu del Carcere Borbonico, la Giornata nazionale antiracket, che è alla terza edizione. Il tema scelto: “Irpinia sotto assedio: la camorra minaccia l’economia e… il sospetto del pizzo dietro la movida violenta”.
A moderare i lavori il direttore del Corriere dell’Irpinia, Gianni Festa, che ha guidato il dibattito evidenziando subito come racket e usura rappresentino ancora oggi un freno allo sviluppo sano dell’Irpinia e una minaccia concreta alla libertà d’impresa, richiamando la necessità di non abbassare la soglia dell’attenzione.
Nel suo intervento, il commissario straordinario al Comune di Avellino, il prefetto Giuliana Perrotta, ha ricordato che l’amministrazione comunale ha già approvato un protocollo per la costruzione di una rete territoriale di contrasto a usura, racket e sovraindebitamento. E ha sottolineato che racket e usura non possono essere considerati esclusivamente fenomeni criminali da affidare alle sole forze di polizia, ma nel complesso, in una visione più ampia e profonda, problemi sociali.
Il Prefetto ha richiamato le parole di Giovanni Falcone: “Tutti i fenomeni umani hanno un inizio e una fine, a condizione che vengano sostenuti e accompagnati da un impegno costante della società civile”. Ha rievocato la lettera pubblicata da Grassi, che diede origine a una rete di imprenditori coraggiosi, sottolineando però come quella rete di protezione, nel tempo, si sia allentata, lasciando Grassi solo fino al suo assassinio.
“Non abbiamo bisogno di eroi – ha affermato – ma di persone normali che decidano insieme di rifiutare un’oppressione che limita la libertà”. Da qui l’appello a una battaglia collettiva che coinvolga associazioni imprenditoriali, banche, istituzioni e cittadini, affinché nessun imprenditore sia costretto a rivolgersi ai cosiddetti “cravattari”. La legalità, ha concluso, va affermata in ogni momento della vita quotidiana, e la denuncia è l’unico strumento che consente alle forze dell’ordine di intervenire contro fenomeni per loro natura occulti.

Il Questore Pasquale Picone ha osservato che la città di Avellino non è mai stata esente dai fenomeni criminali: la presenza di clan camorristici, dai Cava ai Graziano, ha segnato anche il capoluogo irpino, prima ancora dei Genovese. Ha sottolineato che la criminalità ha nomi e cognomi e che raccontare i fatti è fondamentale, ringraziando la Procura di Avellino per aver sempre consentito una comunicazione trasparente.
Ha ricordato il periodo traumatico degli anni Novanta ad Avellino, segnato da attentati, bombe e omicidi, e l’importante contributo investigativo di tutte le forze dell’ordine che ha portato alla condanna di numerosi esponenti criminali. L’omicidio di Modestino Corrado – ha affermato il Questore – alimentò paura e silenzio tra i commercianti. Un clima che oggi appare in parte superato, ma che richiede vigilanza continua”.
Il Questore ha rivolto un invito ai commercianti e alle associazioni di categoria: “Noi ci siamo, rivolgetevi alle forze dell’ordine. Possiamo intervenire anche senza una denuncia formale: l’importante è conoscere i fatti”.

Il Colonnello dei Carabinieri Angelo Zito ha ribadito che le attività criminali, attraverso il pizzo, limitano la libertà di chi fa impresa e sfruttano il lavoro altrui per trarne profitto. Anche Zito si è soffermato sulla lettera di Grassi pubblicata il 10 gennaio 1991, “in un contesto storico dominato dalla mafia palermitana, prima delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Un gesto di coraggio compiuto in solitudine, pagato con la vita, che ha però dato origine al movimento associativo antiracket, di cui SOS Impresa è erede”.
Per Zito, “oggi il paradigma è cambiato: chi ha la schiena dritta difficilmente viene avvicinato dai malavitosi. Il problema resta chi non denuncia”. Da qui l’appello al ruolo fondamentale di associazioni, scuole e istituzioni, ribadendo che denunciare è la via più sicura per proteggersi: “Devono essere i mafiosi ad avere paura”.
L’avvocata Rosaria Vietri, specializzata in reati estorsivi, ha sottolineato che non esistono scorciatoie nella vita come nella legalità, ma solo percorsi che richiedono fatica, impegno e forza interiore, richiamando anche il valore imprescindibile della comunicazione e della sensibilizzazione culturale.

E poi la testimonianza di chi ha vissuto sulla propria pelle l’usura: Franco Palladino, imprenditore di Lacedonia, ha raccontato il suo dramma personale iniziato con un debito di 70mila euro chiesto ad un amico. Palladino gli ha restituito nel tempo circa un milione. Ad un certo punto ha detto basta, ha denunciato e, lasciato solo da amici e da alcuni parenti, ha trovato il sostegno di SOS Impresa e dello Stato: “Ho trovato la determinazione di denunciare quando, ormai, ero giunto all’estremo limite. Davvero, l’ho toccato: o mettevo fine alla mia vita, soffocato dai debiti e da tutto ciò che subivo ogni giorno, oppure decidevo di lottare. Ma, per farlo, bisogna trovare un’ancora, un punto di riferimento, qualcuno che tenda la mano e sappia ascoltare”.

Il presidente di SOS Impresa, Domenico Capossela, ha reso omaggio alla memoria di Libero Grassi e ha espresso preoccupazione per la situazione della provincia di Avellino, ha denunciato il rischio di una deriva culturale, con “l’emergere di una mentalità illecita estranea alla tradizione irpina e una crescente sudditanza verso una criminalità spesso proveniente da fuori”. Ha ribadito che la paura della denuncia e la sfiducia nello Stato “rappresentano oggi gli ostacoli principali alla lotta alla criminalità”. Invece lo Stato, nei casi seguiti dall’associazione, “ha sempre garantito tutela e protezione a chi ha trovato il coraggio di denunciare”.
Capossela si è soffermato anche su un altro tema dell’appuntamento di oggi: “… il sospetto del pizzo dietro la movida violenta”: “Tre anni fa in un noto locale di Avellino ci fu una rissa e poi una sparatoria. Episodi che si verificarono dopo una richiesta di pizzo respinta. Nello stesso locale, la vigilia dello scorso Natale c’è stata un’altra rissa con il ferimento del titolare. Non dipende forse dal pizzo questa volta, ma la movida violenta può essere in alcuni casi una conseguenza di dinamiche malavitose. Il pizzo, nel senso più ampio del termine, ha tante sfaccettature: bisogna stare attenti”.
Durante l’appuntamento di oggi c’è stata anche la sottoscrizione del Patto Antiracket da parte delle associazioni di categoria, Confesercenti – presente Giovanni Marinelli -, Confcommercio – presente Oreste La Stella – , FenImprese – Domenico Carrino – con l’invito agli imprenditori ad aderire visibilmente alla rete della legalità, esponendo anche l’adesivo simbolico: “Qui il racket non entra”.
Sono stati premiati gli studenti che hanno partecipato al concorso “Noi contro usura e racket”, con fumetti e cortometraggi e musica. Per la sezione fumetti è stata premiata la classe IV C del Liceo Scientifico De Caprariis; per il cortometraggio la classe III E dell’Istituto Dorso di Mercogliano e la II E del Marone. Premio speciale a Marco Coraggio per la sua canzone contro l’usura e il racket.






