Di Antonio Scolamiero
Non conosco il Venezuela per esperienza diretta: non ci sono mai stato. Eppure, nella mia vita e nella mia comunità, il Venezuela è sempre stato presente. Nel mio piccolo paese dell’Irpinia, Sant’Andrea di Conza, fino a qualche decennio fa in quasi ogni famiglia c’era un parente che era emigrato in Venezuela o che vi abitava ancora. Era una presenza costante nei racconti, nei ricordi, nei legami familiari che attraversavano l’oceano.
Anche la mia famiglia è parte di questa storia. Mio padre emigrò nel 1959, in un’Italia ancora segnata dalla povertà del dopoguerra. In seguito, fu raggiunto da mia madre e proprio in Venezuela nacquero due dei miei fratelli. La nostra famiglia fece ritorno in Italia nel 1970, ma il legame con quella terra non si è mai spezzato.
Questo per dire che, anche senza averla mai visitata, il Venezuela ha sempre fatto parte della mia vita.
Per generazioni di italiani, soprattutto nel Sud, il Venezuela ha rappresentato una terra di opportunità, una destinazione di speranza. Le navi che partivano dall’Italia trasportavano decine di migliaia di persone in cerca di lavoro e dignità. Era un Paese percepito come ricco: ricco di risorse naturali – petrolio, oro, minerali – ma anche di possibilità di crescita industriale, agricola e commerciale.
Il rapporto tra Italia e Venezuela è stato a lungo un connubio forte e profondo. Gli italiani hanno contribuito in modo significativo allo sviluppo del Paese: nell’edilizia, nell’industria, nella ristorazione, nel commercio. Hanno costruito città, infrastrutture, imprese. Ancora oggi, in Venezuela, i cognomi italiani sono diffusissimi, così come i ristoranti, le tradizioni culturali, le aziende fondate da famiglie di origine italiana. Si stima che oltre 300.000 italiani siano arrivati in Venezuela nel secondo dopoguerra, trovando in quella terra una “madre accogliente”.
Negli anni ho avuto anche la fortuna di incontrare, proprio nel mio paese, Giovanni Ricciardiello, un grande immobiliarista e costruttore di Mérida, con uffici anche a Caracas, purtroppo venuto a mancare molto presto. Una persona straordinaria, che attraverso i suoi racconti mi ha restituito l’immagine di un Venezuela dinamico, aperto, profondamente legato all’Italia e alla sua comunità emigrata. Un Paese in cui si parlava italiano, si faceva impresa con mentalità europea e si guardava al futuro con fiducia.
Eppure, nel giro di pochi decenni, quella realtà si è trasformata profondamente. Con l’avvento del Chavismo, a partire dalla fine degli anni Novanta, e successivamente con la presidenza di Nicolás Maduro, il Venezuela ha imboccato una strada complessa e controversa. È innegabile che il progetto chavista sia nato con l’intento dichiarato di ridurre le disuguaglianze sociali e redistribuire la ricchezza. Allo stesso tempo, però, molti osservatori – dentro e fuori dal Paese – hanno evidenziato come il progressivo accentramento del potere, la gestione opaca delle risorse e l’indebolimento delle istituzioni democratiche abbiano contribuito a una crisi profonda.
Quella che per decenni era stata una terra di accoglienza e opportunità è diventata, per molti, un Paese da cui fuggire. Il potere si è concentrato nelle mani di pochi, mentre una parte consistente della popolazione ha visto peggiorare drasticamente le proprie condizioni di vita. Anche la comunità italiana, un tempo numerosa e radicata, si è ridotta, segnata da partenze, difficoltà economiche e incertezze.
Raccontare oggi la situazione politica del Venezuela significa, quindi, tenere insieme memoria e realtà, evitando semplificazioni. Significa riconoscere ciò che il Paese è stato, il contributo fondamentale degli emigrati – italiani compresi – e allo stesso tempo interrogarsi su come una nazione così ricca di risorse e di capitale umano sia potuta arrivare a una crisi tanto profonda.
Il Venezuela non è solo una questione geopolitica o ideologica: è fatto di persone, di famiglie, di storie intrecciate anche con le nostre. Per chi, come me, è cresciuto ascoltando racconti di emigrazione, di lavoro e di speranza, il Venezuela resta una parte importante della nostra memoria collettiva. Ed è forse proprio da questa memoria che può nascere uno sguardo più umano, più rispettoso e più consapevole su una delle crisi politiche e sociali più complesse del nostro tempo.
Negli ultimi giorni, la situazione venezuelana è tornata al centro dell’attenzione internazionale. Accuse, tensioni diplomatiche e iniziative giudiziarie provenienti dagli Stati Uniti – anche legate al tema del narcotraffico – hanno riacceso un clima di forte instabilità e incertezza politica.
Il presidente Nicolas Maduro e sua moglie sono stati “prelevati” con un atto di forza da uno squadrone specializzato degli Stati Uniti, portato negli USA e accusato di narcotraffico.
Al di là delle contrapposizioni e delle letture geopolitiche se è giusto come è stato fatto e perché fatto in quel modo, non è mia intenzione affrontare in questo contesto, ciò che appare evidente è come il Venezuela continui a vivere una fase delicatissima della propria storia istituzionale.
Il mio auspicio, da cittadino e da figlio di una storia di emigrazione, è che il Venezuela possa tornare quanto prima alle urne, perché il voto resta, a mio avviso, l’unico e indispensabile strumento per restituire la parola ai cittadini. Elezioni libere, trasparenti, monitorate e garantite da osservatori e legislatori internazionali rappresenterebbero un primo passo concreto per ridare al Paese stabilità, libertà e piena dignità democratica.
Credo inoltre che l’Italia possa tornare a svolgere un ruolo importante, così come avvenne nel secondo dopoguerra: un partner affidabile, culturale ed economico, capace di contribuire alla ricostruzione civile e produttiva di una terra bellissima e ricca di potenzialità. Un Venezuela finalmente pacificato e democratico sarebbe non solo una speranza per i suoi cittadini, ma anche l’occasione per persone come me – e come tanti altri figli dell’emigrazione – di poterlo visitare senza paura, senza pressioni e senza il timore di non poter più fare ritorno a casa.



