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Ricordando il mio grande maestro

L’ ultima volta ci incontrammo ad Atripalda. Sergio Zavoli era venuto per partecipare ad una manifestazione culturale. Ci abbracciammo e, con la solita curiosità di grande maestro, mi chiese: “Che stai facendo?” Gli risposi: “Sto organizzando un giornale per il Mezzogiorno”. E lui di rimando: “Una grande idea, il Sud ha proprio bisogno di un’ informazione coraggiosa. Se ritieni chiedimi qualche pezzo, sarò felice di darti una mano”. Sergio Zavoli era stato il mio direttore al “Mattino” negli anni roventi di Tangentopoli. Aveva un vezzo: ritornare comunque nella sua casa romana e mi aveva completamente affidato il giornale con un filo diretto di comunicazione telefonica. A me e a Nacchettino ci considerava quelli che più sapevano di politica, forse perché conosceva bene De Mita, Mancino, Bianco, insomma quella classe dirigente che riteneva fosse stato un miracolo nel Paese. Si fidava a tutto campo di ciò che in quegli anni difficili il “Mattino” produceva. A ogni riunione raccontava dell’Irpinia, quasi un omaggio alle nostre persone. Nel giornale lo chiamavano “il volto santo” perché era davvero raro vederlo o parlargli. Un privilegio questo che era concesso a pochi, tra cui il sottoscritto e Nacchettino. Alla riunione di redazione, intorno alle 11, raccontava e si raccontava mentre il tempo scorreva veloce e noi, preoccupati, ci dicevamo: “Ma dobbiamo andare a fare il giornale”. Mediamente le riunioni duravano oltre tre ore. E ogni volta era una lezione di giornalismo d’inchiesta, parlava delle sue esperienze a Chernobyl, al Giro d’Italia, nei fatti di mafia. Eravamo tutti lì ad ascoltarlo a bocca aperta perché porgeva la sua versione dei fatti con quella voce carezzevole che consegnava fascino e richiedeva attenzione. Il suo fondo della domenica era per me diventata una esperienza difficile da gestire. Intanto per la lunghezza e poi perché attimo per attimo mi chiamava per le correzioni. Così si faceva notte inoltrata e io sommessamente a dirgli: “Sergio, ma il giornale deve uscire domani”. Lui sorrideva e ammoniva: “Ma deve uscire per bene”. Un giorno mi chiamò nella sua stanza e volle regalarmi il suo primo libro la “Romanza” con una dedica speciale che conservo gelosamente: “Ad un collaboratore sincero e leale che mi aiuta molto nella confezione del giornale”.

di Gianni Festa

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