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Il 2 giugno 2018 il primo governo Conte è appena entrato in carica. E’ il governo gialloverde con alla guida l’allora sconosciuto avvocato e professore pugliese. Passano due anni e cambia tutto. Il 2 giugno 2020 c’è sempre Conte a Palazzo Chigi, l’esecutivo è però completamente diverso, da sovranista ad europeista e la pandemia ha travolto tutto il mondo. 2 giugno 2021 non c’è più Conte ma Mario Draghi che guida un governo con una maggioranza larghissima. Tre fotografie, tre scatti che disegnano un’Italia politicamente instabile e delineano come si è modificata in poco tempo la legislatura. Il 2 giugno è la Festa della Repubblica, del primo voto dopo la dittatura fascista, gli italiani chiamati ad eleggere i componenti dell’Assemblea Costituente che ha scritto la nostra Costituzione. Piero Calamandrei definì la nascita della Repubblica “un miracolo della ragione, mai nella storia è avvenuto, né mai ancora è avvenuto, né mai avverrà, che una Repubblica sia stata proclamata per libera scelta di popolo, mentre era ancora sul trono il Re”. La fase che si aprì 75 anni fa, è stata il momento storico più alto nella ricomposizione del Paese. La scelta della Repubblica inaugura quel percorso di democrazia e libertà che ci accompagna e del quale la Costituzione è fondamento ed espressione. Mezza Italia votò per la monarchia ma accettò il risultato, la capacità della politica è stata quella di coinvolgere tutti in un processo di crescita, inclusione e non esclusione.  Come ha scritto il costituzionalista Michele Ainis “il referendum permise di saldare due Italie e due generazioni, i vecchi e i giovani, gli operai del nord e i contadini del sud, convocati per la prima volta dinanzi a un’urna elettorale. E infine i vincitori seppero rispettare i vinti, senza calpestarli sotto un tacco chiodato. Non a caso, i primi due presidenti della nuova Repubblica furono entrambi uomini di simpatie monarchiche: Enrico De Nicola e Luigi Einaudi”. L’Italia da sempre divisa in guelfi e ghibellini ritrovò l’unità e il merito principale della classe dirigente di allora fu quello di ricostruire un Paese distrutto, materialmente o moralmente, dal fascismo e dalla guerra. La vera sfida è stata la ricostruzione senza spaccature, malgrado le fortissime differenze ideologiche tra la Democrazia Cristiana e il partito comunista. Contrasti trasformati spesso in convergenze necessarie e che caratterizza i principi irriformabili contenuti nella prima parte della Costituzione. La Carta, che quell’Assemblea scrisse, è ancora oggi di stringente attualità. Se analizziamo il testo assicura a tutti i diritti al lavoro, alla salute, all’istruzione, all’assistenza sociale. L’obiettivo è garantire un livello di benessere diffuso, diminuendo le differenze esistenti nella società. Sono le premesse che danno slancio al governo e costituiscono la chiave per dare vita al miracolo economico che in pochi anni porta l’Italia a competere con le più grandi democrazie europee. Furono i partiti i protagonisti di quella stagione. I loro leader, vissuti in esilio durante il regime fascista, non fecero prevalere egoismi e rivendicazioni di parte ma al contrario considerarono la Repubblica una casa comune da riedificare. Oggi a distanza di 75 anni siamo alle prese con una nuova ripartenza.  I tanti morti provocati dalla pandemia e le crescenti difficoltà economiche ci impongono di costruire un nuovo domani legando istituzioni e opinione pubblica come avvenne dopo il secondo conflitto mondiale. Abbiamo vissuto anni di anti-politica, oggi c’è bisogno di buona politica, di mettere da parte l’interesse del proprio particolare prendendoci un po’ più cura di quello generale perché come ha detto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella da quel 2 giugno del 1946 “il processo di crescita e consolidamento della nostra democrazia non si è mai interrotto”.

di Andrea Covotta

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