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Cotto presenta il suo noir ad Avellino: tra musica e letteratura, raccontare storie è un privilegio

Diventa l’occasione per ribadire il potere delle parole, capaci talvolta di cambiare la vita di chi le ascolta, il confronto  con il giornalista e conduttore radiofonico Massimo Cotto, ospite questo pomeriggio alla chiesa del Carmine per presentare il suo primo romanzo noir “Re della memoria”, vincitore del premio Seleziona Bancarella. E’ il sindaco Gianluca Festa a incalzarlo con domande in un’intervista nella quale Cotto snocciola anedotti e racconti legati alla propria vita, alla sua idea di letteratura e insieme alle grandi stelle del rock internazionale e italiano da lui intervistate, da Madonna a David Bowie, da Piero Pelù a Vasco

“Ho scritto questo romanzo pensando che tutti mi avrebbero detto ‘Torna a fare musica’, e invece ho ottenuto il premio Bancarella – confessa Cotto – Non so cosa succederà, se ci sarà un bis. Vivo di parole, che si tratti di musica, di radio o di scrittura. Poter raccontare o ascoltare delle storie è un privilegio. Questa volta, però, ho puntato su storie diverse da quelle che sono abituato a raccontare, storie di finzione, ho voluto respirare il senso di onnipotenza dello scrittore che può decidere la propria trama. Nei noir è presente sempre una minaccia, non si capisce mai se ciò che accade accade veramente o è una proiezione della mente dei personaggi.. “. Cita Emiliy Dickinson “E’ proprio quando le parole sono pronunciate che prendono vita” e spiega di avere “voglia di continuare a raccontare storie di ogni tipo. Le parole sono importanti, possono incantare e influenzare la vita degli altri, ho deciso quello che sarebbe stato il mio futuro ascoltando uno speaker radiofonico. Giocavo a basket nella nazionale juniores quando sono stato colpito da una frase ascoltata alla radio che parlava dei fantasmi legati agli amori passati. Ho capito che era quello che mi sarebbe piaciuto fare e ho lasciato lo sport”. Spiega di non essere mai stato conteso tra due donne come il protagonista del romanzo, Ariel, diviso tra Astrid e Linda.  “Lei è una donna affascinante e complicata che torna e riporta alla luce quel passato. Lui è un uomo poco più che trentenne, misterioso, con alle spalle molto dolore. E nel suo presente c’è un’altra donna, Astrid, a cui non può e non sa rinunciare. Quando ero un ragazzo ero molto simile ad Ariel, ora non più”

Confessa il dolore profondo per la morte del padre “Ora che non c’è più ho davvero l’impressione che continui ad essere con me, nella rubrica telefonica accanto al nome di mamma ho scritto quello di papà”. Non nasconde l’ammirazione per Giorgio Faletti con il quale ha scritto uno spettacolo teatrale “Un genio in tutto, gli riusciva qualsiasi cosa ma avrebbe dato tutto pur di affermarsi come musicista. Più volte gli chiedevano di scrivere la continuazione di ‘Signor Tenente’, provò a scriverla ma capì che quando una ciambella esce col buco è impossibile rifarla”

E racconta dell’incontro con David Bowie a Los Angeles “Era così bello che sembrava di un altro pianeta, mi ipnotizzava anche solo ascoltarlo, mi dimenticai completamente della seconda domanda, lo guardavo senza parlare, mi ricordai che il block notes era rimasto in borsa e gli feci la domanda più banale del mondo ‘Si pronuncia Bowie o Bawie?’. Mi rispose che purchè gli piacessero le mie canzoni poteva chiamarmi anche Lou Reed. Da allora non dimentico mai il mio block notes”. E tra i tanti incontri che hanno segnato la sua vita, confessa di essere stato sorpreso dall’umanità di Madonna “per la quale avevo una disistima totale. Invece mi colpì la profondità del suo pensiero e la sua semplicità”. O ancora di Nick Cave che gli vomitò addosso e della giornalista venezuelana che lo seguì in bagno dopo l’incidente, solo perchè voleva tenere la maglia di Cave, facendo svanire d’un tratto i suoi sogni di conquista. Nè dimentica i grandi artisti italiani “Ligabue è uno degli uomini più generosi che conosca, sono stato onorato di aver scritto con lui la sua autobiografia, come Pelù, che è un fratello per me. Di Vasco mi ha sempre colpito la timidezza come quando si recò a Venezia a presentare il suo video ‘Angeli’, uscì dall’auto e frettolosamente si stava dirigendo verso l’entrara  Fu il regista Polansky, che aveva diretto il video, a dirgli che doveva godersela, una volta lì. A volte ci vuole il punto di vista di un altro per capire quello che da soli non siamo in grado di vedere”.  Spiega come “la cosa più bella è quando gli artisti dimenticano di avere di fronte un giornalista e si lasciano andare, raccontandoti le loro debolezze, come capitò a Elton John nel parlare della sua odissea legata alla droga. Il contrario di Sting che è sempre controllato e perfetto nelle sue risposte, un po’ fighetto”.

Confessa di aver esitato di fronte alla possibilità di intervistare Springsteen “Mi chiedevo cosa altro mi potesse dare intervistare un artista che mi aveva già cambiato la mia vita con le sue canzoni”. E ammette che il suo sogno sarebbe stato intervistare Jim Morrison, Janis Joplin e Jimi Hendrix “Gli artisti sono spesso più soli degli altri, sono vittime del fraintendimento che il successo possa risolvere tutti i problemi ma non è così. Ciò che vogliono è continuare a sentirsi amati. Ho sempre sentito che la musica è il mio mondo perchè sul palco si è tutti uguali”

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