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Trump e le incognite del terzo millennio

 

Il terzo millennio è cominciato ieri con l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca e i primi passi di una presidenza che si annuncia carica di incognite. Gli anni che sono alle nostre spalle hanno visto la crisi delle famiglie politiche e delle istituzioni che bene o male avevano governato i destini dell’umanità negli ultimi decenni del Novecento dopo la fine della seconda Guerra mondiale e fino al crollo dell’Unione sovietica ed oltre. Dal collasso del vecchio ordine internazionale fatica a nascere un nuovo progetto stabile ed equilibrato. Ad entrare in crisi è stata inizialmente la cornice entro la quale si erano mossi i protagonisti di una lunga stagione di sviluppo: la globalizzazione, intesa come progressiva integrazione dei mercati e prevalenza dell’economia sulle ideologie e sulla stessa politica. Lo spostamento del baricentro dall’Europa verso est ha indebolito il Vecchio continente e alla lunga ha convinto anche gli Stati Uniti a riconsiderare le proprie priorità. Donald Trump è l’uomo che ha interpretato meglio di altri il bisogno di sicurezza dell’elettorato a stelle e strisce: ha vinto le elezioni scardinando prima la secolare struttura del Partito repubblicano e sconfiggendo poi l’avversaria democratica. La sua presidenza nasce sulle rovine dei due partiti che da sempre si dividevano l’America. Ma in Europa la crisi delle tradizionali famiglie politiche non è meno grave: la sinistra perde terreno nelle regioni del Nord in cui era nata la socialdemocrazia, arranca nei paesi mediterranei, rischia di essere cancellata ad Est. Ma anche la destra è ovunque in difficoltà, insidiata dai leader populisti capaci di dare dignità e rappresentanza alla rabbia dei delusi della globalizzazione: ceto medio, borghesia, impiegati e piccoli commercianti. Antiche istituzioni come l’Unione europea, incapace di portare a conclusione il processo di integrazione avviato 60 anni fa, incapace di governare le emergenze che l’insidiano – bilanci, immigrazione, terrorismo – indebolita sul piano politico, barcolla sotto i colpi di una spietata concorrenza commerciale. La vittoria della Brexit al referendum di giugno ha le stesse motivazioni del trionfo di Trump alle elezioni di novembre; ma non è detto che una nuova solidarietà anglosassone si appresti a sostituire la solidarietà europea in declino. Trump guarda ad un ordine post globale in cui non c’è posto per alleanze ma semmai per temporanee convergenze di interessi. E il suo primo obiettivo è rafforzare gli Stati Uniti. Lo si è visto ancor prima del giuramento, quando è bastato qualche secco comando lanciato via tweet per convincere le grandi compagnie americane (compresa la Fca di Marchionne) a rinunciare ai progetti di investimento all’estero per puntare sul mercato e sul lavoro interno. Nessun leader europeo, neppure Angela Merkel, avrebbe la stessa capacità di convinzione del tycoon che da ieri è diventato presidente degli Stati Uniti. Alla globalizzazione potrà seguire una guerra commerciale con la Cina, che sarebbe deleteria per entrambe le potenze; ma la logica vuole che un nuovo ordine mondiale si vada a costruire attorno a tre grandi poli, Usa, Cina e Russia, con l’Europa in mezzo, in affanno. All’orizzonte vi è anche la necessità di ripensare ruolo e modalità operative dello strumento difensivo che finora ha fatto da collante fra le due sponde dell’Atlantico, e non solo per l’insoddisfazione che Trump non ha nascosto quando ha denunciato lo scarso impegno dei partner europei della Nato, ma anche per l’evidente tentazione fin qui avvertita di trasformare l’alleanza in protagonista di una nuova guerra fredda sia pure a bassa intensità. Insomma, l’Europa è chiamata dal successo di Trump a ridefinire il suo profilo nel nuovo millennio che comincia oggi, nel quale nuove identità si affiancano alle vecchie che riemergono dalla fine della globalizzazione. Il contesto europeo è diverso da quello statunitense, ma il problema è lo stesso: i problemi non si risolvono esorcizzando il trumpismo come un fascismo del terzo millennio; piuttosto, una nuova politica dovrà ricucire i rapporti fra democrazia, rappresentanza e popolo.
edito dal Quotidiano del Sud

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