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Ieri e oggi, il tempo di Rea

 

Viviamo tempi in cui destra e sinistra sembrano categorie che appartengono più al passato che al presente. Un sistema politico che fa sempre più fatica a relazionarsi con un’opinione pubblica spaventata dalla crisi e senza bussola. Elettori in fuga verso esperienze populiste che vengono viste come l’unica possibile speranza rispetto ai partiti tradizionali che continuano a perdere consensi e fiducia. Tempi insomma molto lontani rispetto a quelli descritti da Ermanno Rea nei suoi libri. Lo scrittore è scomparso due giorni fa ad 89 anni. Rea diventa scrittore a settant’anni dopo aver fatto per una vita il giornalista e in particolare l’inviato. Nel suo libro più celebre “Mistero Napoletano” Rea mette a nudo limiti e difetti del vecchio Partito Comunista degli anni Cinquanta attraverso la storia di Francesca Spada giornalista culturale e critica musicale dell’Unità, che si toglie la vita nel giorno di Venerdì Santo del 1961 dopo aver cosparso la stanza di fiori bianchi e lasciato alcuni versi dell’Alcesti di Rainer Maria Rilke. Rea narra la vicenda umana di questa donna caparbiamente idealista, di suo marito il giornalista Renzo Lapiccirella, del fondatore dell’istituto di studi filosofici di Napoli Gerardo Marotta, del matematico Renato Caccioppoli e del medico oncologo Guido Piegari anima del gruppo Gramsci. Un gruppo di intellettuali che contesta aspramente la politica meridionalista del PCI e che per questo subisce una sorta di purga da parte dei dirigenti del partito comunista di allora. Un modo di scavare dentro il suo passato e soprattutto dentro la storia di una generazione cresciuta nei conflitti del secondo dopoguerra. Al centro dell’analisi storica di quel periodo c’è la politica italiana del PCI, della DC legata al Vaticano e agli Stati Uniti, dei tempi insomma della guerra fredda. Tempi completamente diversi rispetto a quelli di oggi. Allora i partiti potevano anche essere brutali ma traevano forza dall’ideologia e dal rapporto stretto con i militanti. La presenza civile e scomoda di Ermanno Rea ci mancherà, la sua visione lucida su Napoli e sul Mezzogiorno resta di stringente attualità. In un dialogo con Corrado Stajano nel 2002 Rea parlava, ad esempio, dell’ambiente come mancata risorsa economica e scriveva che continuava a stupirsi ogni volta che percorreva i litorali da Napoli a Reggio, da Messina a Capo Passero. “Mi colpisce – dice – non soltanto la violenza quantitativa della cementificazione, ma quella qualitativa, la sua bruttezza. Non vorrei tuttavia che questo nostro dialogo desse l’ impressione di un giudizio irreparabilmente negativo del Sud. Non siamo dei pessimisti, ma dei realisti. In quelle regioni esistono infatti straordinarie energie positive che aspettano solo di potersi liberare dai lacci dell’ illegalità per dispiegare tutta la propria intelligenza”. Un modo di guardare la realtà e di osservare il destino del Sud che è il filo conduttore di tutti i romanzi di Rea. Oggi che la politica dei partiti ideologici non c’è si avverte ancora di più questo senso di smarrimento. La gente è sempre più arrabbiata e delusa e pretende da chi ci governa risposte immediate e non altre promesse e altri proclami. Ermanno Rea si schiera dalla parte degli intellettuali contro gli oligarchi comunisti. Quella generazione però aveva l’entusiasmo e l’energia degli anni del dopoguerra, la stagione della ricostruzione del paese. Oggi quello che manca è esattamente quella prospettiva e quel sogno. Un altro scrittore come Giuseppe Lupo nel ricordarlo sostiene che Ermanno Rea “ci ha dato una visione epica e dolente, dai caratteri segnati da quella nostalgia che si prova quando stanno per spegnersi le luci su un universo solenne e tutti, nessuno escluso, hanno la certezza che si chiuda per sempre una stagione dai risvolti contraddittori ma pur sempre felici”.
edito dal Quotidiano del Sud

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