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La storia di una professoressa secondo Vauro

di Paolo Saggese

Vauro Senesi è un intellettuale complesso, che con la sua produzione variamente culturale (vignettista di fama internazionale, editorialista, scrittore, attore, personaggio televisivo, uomo politico, …) rappresenta una parte rilevante di quella cultura di sinistra, che resta ferma nella sua coerenza e con una storia ideale nobile, che ha segnato il panorama italiano dell’ultimo secolo.

Per certi versi rappresenta un’ultima resistenza alla deriva liberista, consumistica, capitalistica del mondo occidentale.

Figura controversa, come è naturale per chi ha una visione netta e chiara, controcorrente, della storia e della vita, “intellettuale contro” talvolta osteggiato dalla politica e dai poteri più o meno forti, provocatore geniale e irriverente, è anche uno scrittore profondo, elegante, che non lascia nulla all’improvvisazione, e che scrive con particolare cura, attenzione, costruzione attenta della trama.

Tra i suoi romanzi, segnaliamo “Kualid che non riusciva a sognare” (2007), “Il mago del vento” (2010), “La scatola dei calzini perduti” (2009), “Il respiro del cane” (2012), “Toscani innamorati” (2014), e quindi “Storia di una professoressa” (2013), tutti editi per Piemme, opere, che hanno al centro le guerre, che hanno dilaniato il “secolo breve” e gli ultimi decenni, lo scontro tra Occidente e Oriente, migrazioni e destino perduto di bambini e ragazzi, nonché l’evoluzione della nostra società, dalla prima Repubblica ai giorni più recenti. Romanzi impegnati, che servono ad interrogarci, specchio spietato, di fronte alla nostra immagine di mondo civile.

Scrittore anche in tal senso impegnato, suscita dubbi, discussioni, dibattiti sempre vivi nel suo “Storia di una professoressa”, che sarà presentato il 21 dicembre, alle ore 16.00, presso il Castello d’Aquino di Grottaminarda (manifestazione organizzata da “Il quarzo rosa”, saluti del sindaco Marcantonio Spera, dell’assessore alla cultura Marilisa Grillo, dell’Associazione stessa, rappresentata da Nadia Ianniciello e Giuliana Caputo, relatori Luigi Anzalone, Alberta De Simone, chi scrive), e che, attraverso un romanzo biografico di formazione, racconta la vita e la storia del Paese dal periodo delle persecuzioni razziali del nazi-fascismo al tempo presente.

Libro denso, un romanzo storico sull’esempio della tradizione europea e americana, passa in rassegna la storia d’Italia, ancora con le cicatrici del fascismo, negli anni Sessanta, con la contestazione giovanile, con la guerra nel Vietnam sullo sfondo, lo scontro tra civiltà e ideologie, Piazza Fontana, con i referendum storici degli anni ’70, con protagonista una bambina, poi divenuta alunna, studentessa, professoressa appassionata e profondamente convinta nella funzione salvifica della scuola.

Il romanzo, che con pazienza ricostruisce la vita, dall’interno, di Ester, è una appassionata testimonianza, frutto di una “fede” autentica nell’istruzione, nell’educazione, nel dialogo, nell’ascolto, perché la Scuola è lo strumento democratico riconosciuto dall’articolo 3, comma 2, della nostra Carta costituzionale, perché attraverso di essa la Repubblica intende rimuovere gli ostacoli di ordine economico, sociale, culturale, politico, che impediscono di fatto il pieno sviluppo della persona umana: è la scuola donmilaniana, propria dei donmilanisti non pentiti, che ritorna nell’esempio di don Carlo, il sacerdote di borgata, che vuole aiutare con il doposcuola i bambini abbandonati, privati della propria infanzia, della propria gioia di vita, del loro futuro, di Enzina, che ha conosciuto solo violenza, dolore, solitudine, schiaffi, che con il suo iperattivismo e il suo comportamento distruttivo mette in crisi anche i migliori educatori.

Sono i “ragazzi difficili” di cui parlavano Adler e Rogers, di cui parla Danilo Dolci, sono i bambini “violenti”, perché non hanno conosciuto che violenza, povertà economica, “povertà educativa”, povertà “morale”, sono i bambini e i ragazzi di Pasolini, che, come i figli dei borghesi, hanno conosciuto l’“impietrimento” dell’anima analizzato con lucidità nelle “Lettere luterane” e nel “romanzo pedagogico” “Gennariello”.

Si pone in discussione una scuola “classista”, che “seleziona” senza tener conto delle differenze di partenza di ogni bambina e di ogni bambino, di una scuola, che si trincera dietro la meritocrazia per sancire lo status quo e garantire una cristallizzazione delle “caste sociali”.

Ester è una docente ispirata, che è tale perché vissuta in una famiglia solida, educata ai valori “antichi” dei nonni e dei genitori, valori, che si fondano sul dubbio, sulla discussione, sul confronto, sull’osservazione della varia umanità, che incontriamo e che non comprendiamo nel corso delle nostre giornate e della nostra vita. Una bambina, che si è formata nella scuola delle Orsoline, e che ha avuto come ispiratrice suor Veremonda, che ha coniugato profondità del cristianesimo con l’ansia di giustizia terrena del comunismo.

Nelle prime pagine del romanzo già vi è molto del significato del libro.

La scuola sta “celebrando” la “Giornata della memoria”, che sembra ormai un appuntamento formale, che bisogna assolvere, come un rito quasi privo di significato. Gli studenti stanno assistendo ad un documentario sulla Shoah, qualcuno disturba, ride, fa battute sciocche, esce dalla sala, trova un’altra professoressa, che insegna alle “medie”, Iside.

La stessa Iside non è interessata al documentario, preferisce fumarsi una sigaretta in santa pace, è infastidita dalla tanta enfasi sul nazifascismo, sulla seconda guerra mondiale. Sembra una “cosa” lontana, ormai da affidare alla storia, che non riguarda più nessuno. Si dovrebbero stimolare gli studenti, partendo dai loro interessi. Ma lei stessa non sa quali siano.

È convinta che l’unica ragione, che induca Ester a difendere il significato del documentario, sarebbe che abbia origini ebraiche. In realtà, il nome della protagonista è semplicemente legato alla tradizione familiare, al nome della nonna trasmesso alla nipote.

Si confrontano così due docenti, una appassionata e che crede nella Scuola, una ormai sconfitta, in burnout, che stancamente compie lezioni senza significato e che considera tutto perduto, inutile, senza senso.

È lo specchio della nostra Scuola, come della nostra società.

Una parte resiste, un’altra si è indurita, nel cinismo.

La prima è sempre più minoritaria, l’altra sempre più numerosa e disperata.

Ma senza professori appassionati, la scuola e la società non potranno cambiare, il mondo non ha futuro.

Ce lo ricorda Manlio Rossi-Doria, con i suoi scritti meridionalisti degli anni ’50, ce lo ricorda Giacomo Devoto, negli anni ’70, Antonio La Penna, negli anni ’90, Lucio Russo nel 2000, ce lo ricordava sin dagli albori della nostra Italia Francesco De Sanctis, quando ammoniva i giovani, nel 1883, l’anno della sua morte: “Giovani, studiate, educatevi, siate intelligenti e buoni. L’Italia sarà quello che sarete voi”.

È lo stesso appello di Gramsci, che sul primo numero de “L’ordine nuovo” del 1° maggio 1919, profetizzava: “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza”.

Il nostro futuro dipende dalla Scuola. Nella gradevole e densa scrittura di Vauro c’è una passione civile, che convince. Ma richiede pazienza: è un libro lento, antico, sapiente, curato nei dettagli, che vuole i tempi lunghi di un mondo passato. Dopo aver letto le quasi cinquecento pagine del romanzo, si trova anche il senso della storia: c’è un canto antico nell’aria, che affascina e ammalia tutti. Ma Vauro non si fa illusioni, perché affascina e ammalia “tutti quelli che non hanno tappi di cera nelle orecchie”.

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