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Processo al Clan Sibillo, la DDA chiede 5 anni di carcere per la costruzione dell’altarino

Quattro anni e dieci mesi di carcere ciascuno, questa è la richiesta avanzata questa mattina dal Pubblico Ministero della DDA di Napoli,  Urbano Mozzillo, nei confronti di Vincenzo Sibillo e della moglie Anna Ingenito, genitori di Emanuele Sibillo, capo dell’omonimo gruppo camorristico operante nel centro storico di Napoli ed ucciso nel Luglio del 2015, nel corso del processo che si sta celebrando dinanzi alla Settima Sezione Penale del Tribunale Collegiale di Napoli, presieduta dal Dott. Ciambellini.

I due, entrambi difesi dall’avvocato penalista Rolando Iorio, sono accusati di estorsione e violenza privata, aggravate dal metodo mafioso, per essersi appropriati di uno spazio condominiale, sito nell’immobile di via SS. Filippo e Giacomo n. 26, trasformando una edicola votiva dedicata alla Madonna,lì presente, in un vero e proprio altare dedicato al figlio Emanuele, con l’apposizione di una vetrata chiusa a chiave.

Simulacro della camorra, a detta del Pubblico Ministero, dinanzi al quale venivano portate le vittime delle estrosioni consumate per conto del Clan. Secondo l’accusa, l’altare era diventato anche una vera e propria meta di pellegrinaggio da parte di numerose persone, tra cui molti giovani, che si sofferamavano ad ammirare gli oggetti del baby boss ed in particolare il busto di Emanuele Sibillo, collocato all’interno dell’altare ed oggi esposto in bella mostra al Museo del Crimine di Roma.

Del resto, i numerosi film e documentari ispirati al giovane boss ne avevano alimentato oltremisura la fama.

In una delle tante Sentenze emesse dal Tribunale di Napoli nei confronti del Clan Sibillo, puntualmente riportate anche nel procedimento in corso per l’altare dedicato ad ES 17, si legge: “Emanuele Sibillo, la vera mente del gruppo, dotato di intelligenza e di vero carisma, morto ammazzato in un agguato all’età di 19 anni dopo una vita breve e intensissima. Egli è oggi l’eroe eterno dei vicoli e delle stradine del centro cittadino, venerato quasi come San Gennaro, sull’altare che la famiglia ha eretto a sua memoria, nell’androne del palazzo dove abitava“.

Serrata l’arringa dell’avvocato difensore dei Sibillo, il penalista Rolando Iorio, il quale ha evidenziato l’assenza di qualsivoglia forma di costrizione da parte dei suoi assistiti, nonché la circostanza che l’edicola era in realtà aperta a tutti e non ad esclusivo uso dei familiari.A seguito delle argomentazioni e delle susseguenti richieste assolutorie avanzate dal difensore, il Pubblico Ministero ha chiesto ai Giudici del Tribunale di Napoli la concessione di un breve rinvio per replicare a quanto asserito dal difensore.Il processo è stato quindi rinviato al prossimo 4 Marzo, data prevista anche per la sentenza

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