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VIDEO/Il procuratore Airoma: “In un periodo di crisi, solleviamo lo sguardo verso l’alto”. Monsignor Aiello: “Educazione significa crescita”

Il procuratore capo di Avellino Domenico Airoma ha partecipato questo pomeriggio al convegno “Il suicidio dell’Occidente”, organizzato dall’avvocato Edoardo Fiore (presidente dell’Associazione La Mia Bandiera), insieme al vescovo di Avellino Arturo Aiello: “In realtà L’Occidente è luogo ideale, culturale. E’ la nostra patria del cuore. E se è così è, non può essere estranea all’Occidente anche la componente spirituale, religiosa. Però non si esaurisce qui, è molto di più: è anche pulsione di libertà, di senso del limite, di visione dell’uomo. Anche i recenti fatti di cronaca non sono altro che sintomo e spia del fatto che non sappiamo più chi siamo. E se perdiamo la nostra identità, come possiamo pensare che i nostri giovani sappiano che senso dare alla propria esistenza? In quale direzione andare? E allora non si tratta di essere sostenitori del ‘suicidio’, ma di prendere atto che viviamo in un periodo di crisi e che bisogna uscirne. Senza vagheggiare chissà quale percorso fantasioso, si esce dalle crisi partendo dall’esistente, da noi, cercando di sollevare lo sguardo verso l’alto: ci farebbe bene ogni tanto”.

Per monsignor Arturo Aiello, vescovo di Avellino, l’Occidente, per definizione, è la terra del tramonto, perché si trova a ovest. Ma è anche la terra di una cultura straordinaria, nella quale affondano le radici della nostra civiltà. Quali sono, allora, le radici dell’Occidente?

Le radici immediate – anche se, quando si parla di “immediato” in storia, si parla sempre di millenni – sono greco-romane.

Pensiamo alla Magna Grecia, che rappresentava – racconta il vescovo – una sorta di estensione della civiltà ellenica, portata nel Sud Italia attraverso viaggi e colonie. Se pensiamo ad Ascea, oggi conosciuta per il turismo balneare, lì si trova il sito dell’antica Elea, patria di Parmenide, grande filosofo greco che vi teneva le sue lezioni di ontologia. Proprio lì, egli affermava il principio fondamentale: «L’essere è e non può non essere». Una formula che può sembrare un gioco di parole, ma che è il fondamento della riflessione filosofica occidentale. “L’essere è”, diceva, mentre camminava per le strade che oggi conosciamo come quelle di Velia, a pochi chilometri da qui.

Che cosa ha trasformato profondamente queste due grandi culture – quella greca e quella latina – depositarie di semi fecondi ma incomplete nel loro sviluppo? È stato il cristianesimo. Secondo Aiello, un evento culturale prima ancora che religioso, che ha saputo inserirsi in quelle civiltà con intelligenza strategica. San Paolo è stato un grande stratega culturale: ha compreso che l’esperienza cristiana, nata a oriente – dove sorge il sole – rischiava di perdersi in un angolo marginale del mondo antico, come in uno stagno, senza mai raggiungere davvero il centro del mondo culturale di allora.

Paolo, con la sua formazione ellenistica, riuscì a compiere un’operazione decisiva: tradurre le categorie della cultura ebraica e cristiana nel linguaggio culturale del mondo greco-romano. Un po’ come oggi ci sforziamo di tradurre i concetti fondamentali della nostra tradizione nella lingua dominante del presente, che potremmo paragonare all’inglese. All’epoca, quella lingua era il “greco koinè”, una forma di greco comune, comprensibile e accessibile. Ma non fu solo un’operazione linguistica: fu un’autentica traduzione culturale, che permise al cristianesimo di diventare forza storica.

Questa è la nostra eredità. Ma qual era la difficoltà più grande del mondo greco, e in parte anche latino? La concezione del tempo. Il pensiero greco concepiva il tempo come circolare, secondo il mito dell’eterno ritorno. Lo ritroviamo anche nella Bibbia, in particolare nel libro di Qoèlet, che esprime con disincanto una visione ciclica e quasi cinica dell’esistenza: «Vanità delle vanità, tutto è vanità… nulla di nuovo sotto il sole».

Il cristianesimo rompe questa circolarità e introduce una visione lineare del tempo, orientata a un telos, a una direzione, a un fine. Questo passaggio è di importanza capitale: non solo per i credenti, ma per chiunque voglia comprendere la struttura della nostra cultura. Il cristianesimo apre la storia verso un “di più”, verso qualcosa che la trascende. Questo “di più” può chiamarsi eternità, pienezza, vita oltre la vita. Lo stesso Teilhard de Chardin – filosofo gesuita – parlava di un “punto Omega”: un vertice verso cui tutto l’universo converge, incluso l’uomo, con le sue sofferenze, le sue conquiste, le sue morti.

Ecco allora il paradosso del nostro tempo: l’Occidente, che ha costruito la propria cultura su queste radici, oggi le nega. Non solo le ignora nella prassi, ma le rimuove anche nel pensiero. E questo ci sta portando verso una forma di suicidio culturale.

Monsignor Arturo Aiello ha sottolineato che una delle istituzioni che maggiormente sta pagando il prezzo di questa dimenticanza è la scuola. Un tempo, l’architettura della scuola poggiava su un concetto centrale: la paideia, parola greca che indica l’educazione dell’uomo nella sua totalità, intellettuale, etica e spirituale.

Ma questa parola è sparita. Gradualmente, senza che ce ne accorgessimo – anche a causa dell’influenza del mondo anglosassone e degli standard internazionali – il termine “educare” è stato sostituito da un altro verbo: formare. Nessuno ha formalmente annunciato questa rivoluzione. Nessun Ministro dell’Istruzione ha dichiarato pubblicamente che stavamo cambiando il DNA della scuola. Eppure, è accaduto. Il termine “educare”, che presuppone un processo di crescita dell’essere umano nella sua interezza, è stato lentamente soppiantato da “formare”, che suggerisce l’idea di adattamento, standardizzazione, preparazione al lavoro.

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