Di Annarita Rafaniello
Non con ferro.
Non con fiamme.
Solo con il palpito delle parole.
Il mondo ha smarrito il respiro.
Lo senti?
Lo riporteranno i versi.
E nell’eco delle parole – dure, dolorose, vere –
l’anima piangerà.
Piangerà di meraviglia.
Le mie poesie non cambieranno il mondo, affermava Patrizia Cavalli, quasi a ritrarsi davanti alla grandezza della vita. Eppure, cos’è il mondo, se non la somma dei cuori che lo abitano? La Poesia, quella vera, non è mai ritrarsi: è scagliare una freccia di luce nell’oscurità, è risvegliare la coscienza, è chiamare gli uomini a vedere ciò che sfugge alla mera contabilità della reale. Nel silenzio di un verso che resiste, nel palpito di una rima, nasce una scintilla che può attraversare gli animi e, in questo passaggio segreto, mutare la storia silenziosa di ciascuno, e quindi del mondo stesso.
Troppo spesso, in un’epoca dominata dalla logica dell’efficienza e dalla tirannia dell’Utile, le discipline dell’anima – le Lettere, la Filosofia, la Storia – vengono liquidate come sterili divagazioni, come inane orpello, mentre le scienze economiche e tecnologiche vengono celebrate quali “uniche” depositarie del Progresso.
Ma davvero ciò che non si traduce in profitto immediato è da ritenersi vano? Davvero il pensiero, che rende liberi, che educa alla coscienza, al confronto e al dubbio, deve essere considerato zavorra rispetto alla macchina produttiva?
Qui si innesta la riflessione di Francesco De Sanctis, luminare del nostro Ottocento, il quale, nel suo celebre saggio La scienza e la vita, denunciava già il pericolo di una scienza chiusa in sé stessa, avulsa dall’esperienza e dal respiro dell’uomo. Egli ammoniva che il sapere, se non si traduce in vita, resta guscio vuoto, intelletto arido, puro esercizio dell’astratto. Per De Sanctis, la grandezza di una nazione non si fonda soltanto sulle armi o sulla politica, ma sull’armonia tra il rigore scientifico e la forza vitale dello Spirito, tra la chiarezza del pensiero e il calore dell’emozione. Senza questa armonia, il progresso diventa cieco e potenzialmente pericoloso.
Già Leopardi, nel Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere, evidenziava come i piaceri intellettuali o estetici vengano spesso ignorati perché “non servono a niente di pratico”.
Questo monito, concepito all’alba del Risorgimento italiano, trova un’eco sorprendente anche nel pensiero contemporaneo. Il filosofo e saggista Nuccio Ordine, instancabile custode della memoria dei grandi pensatori e della potenza trasformatrice della cultura, ci richiama con voce lucida e appassionata all’urgenza dell’“inutile”, rivelando come il culto dell’“utile” possa prosciugare lo spirito umano e sottrarre slancio alla bellezza della vita. Attraverso le profonde meditazioni di filosofi immortali – da Platone e Aristotele a Montaigne, Kant e Heidegger – e la voce dei grandi scrittori, da Ovidio e Dante a Shakespeare, Leopardi e Calvino – egli mostra come la brama del possesso e l’ossessione per la mera utilità possano inaridire lo spirito. Tali tendenze minacciano non solo scuole e università, arte e creatività, ma anche i valori fondanti della dignitas hominis: l’amore, la verità, la coscienza morale. In un mondo che misura tutto in termini di rendimento e profitto, Nuccio Ordine ci invita a considerare che «Abbiamo bisogno dell’inutile come abbiamo bisogno per vivere delle funzioni vitali essenziali.»
Eppure, nel nostro tempo, assistiamo alla proliferazione di intelligenze artificiali, di algoritmi che simulano emozioni, che producono testi, immagini, melodie.
Ma un robot, per quanto sofisticato, non potrà mai commuoversi di fronte alla potenza di un verso di Leopardi, o fremere davanti alla furia luminosa di un quadro del Caravaggio? L’algoritmo calcola, ordina, ricombina: non palpita, non soffre, non ama. È incapace di quel brivido improvviso che attraversa l’animo quando ci si smarrisce nei versi di Omero, quando il coro tragico di Sofocle svela il destino umano, quando Dante ci trascina nelle visioni infernali o celesti.
La macchina elabora, ma non vive.
L’uomo invece, fragile, imperfetto, irrisolvibile, è colui che sente, che vibra, che trema di fronte alla bellezza.
Un dipinto di Botticelli, come La nascita di Venere, ci parla con una voce che nessun circuito elettronico potrà mai riprodurre: quella grazia sospesa tra il divino e l’umano, quell’armonia ineffabile che commuove il cuore, è un’esperienza irriducibile al numero. Allo stesso modo, le tele del Caravaggio ci colpiscono con la loro drammaticità carnale, ci costringono a un dialogo interiore, ci mettono a nudo di fronte all’abisso della vita e della morte.
Un libro, una poesia, un quadro vivono, parlano con noi, ci interrogano, ci cambiano. Non sono oggetti inerti, ma presenze ardenti, capaci di dare senso alla nostra esistenza. La lettura di un classico, l’analisi di un testo greco o latino, lo studio di un filosofo, non sono mai esercizi “inutili”: sono la via maestra per riscoprire i valori della nostra umanità, per non ridurci a semplici ingranaggi di una macchina universale che misura, quantifica e predice tutto.
Se la Scienza può darci cure, tecnologie, strumenti, l’Arte, la Filosofia e la Poesia ci insegnano a vivere e ispirano una riflessione sul senso delle nostre azioni personali e collettive. Per questo, oggi più che mai, dobbiamo proclamare: Rivoluzione Umanistica!
Non contro la scienza, ma con la scienza, purché volta alla salvaguardia della vita. Non contro le macchine, ma oltre le macchine, rivendicando la nostra irriducibile singolarità. Rivoluzione Umanistica, perché senza poesia, senza bellezza, senza arte, senza filosofia, non resterebbero che numeri senza volto e progresso senza anima.
E in questo contesto, emerge con forza la lezione del professor Keating, ne L’attimo fuggente: la poesia non è misurabile, non si piega a diagrammi o grafici cartesiani, non può essere ridotta a coordinate euclidee. Quando Keating invita i suoi studenti a strappare le pagine del manuale di Evans Pritchard, ci ricorda che ridurre la poesia a un calcolo significa tentare di spegnere ciò che ci rende veramente umani. La poesia non si legge né si scrive per effimero decoro: la leggiamo perché apparteniamo alla razza umana, e la razza umana è piena di passione, ardore e desiderio. La medicina, la legge, l’ingegneria e l’economia sostengono il corpo e la società, ma è la poesia, la bellezza, l’amore, il sogno a tenerci in vita.
Ed è a questa verità che si lega la voce di Walt Whitman, in Oh me! Oh vita!:
Oh me, oh vita!
Per queste domande sempre ricorrenti,
per la folla infinita di infedeli,
per le città piene di stolti,
la domanda, ohimè! Così triste, così ricorrente
– cosa c’è di buono in tutto questo, oh me, oh vita?
Risposta
Che tu sei qui – che la vita esiste, e l’identità,
che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuire con un verso.
Tale “verso” non è mero linguaggio, ma il contributo irripetibile di ciascun uomo al grande spettacolo della vita. Nessuna macchina potrà mai sostituirlo, perché esso appartiene al cuore, alla coscienza, all’anima.
Rivendichiamo il diritto di sentire, di amare, di emozionarci. Solo così potremo custodire l’essenza dell’umano, e restituire all’arte, alla poesia e alla filosofia il ruolo che meritano: non ornamento, ma vita stessa.