di Fiore Carullo
C’è un silenzio pieno di luce nella casa di Emilia Bersabea Cirillo, scrittrice e architetta avellinese, quando ci accoglie con quella dolcezza che la contraddistingue. Il motivo dell’incontro è il suo ultimo lavoro, Arsura, una raccolta di poesie che affonda le radici nella lezione di Eugenio Montale, tra sete d’assoluto e quotidiana fragilità. Un libro che non nasce da un progetto letterario, ma da un’urgenza interiore: quella di dare voce al dolore e trasformarlo in consapevolezza. Seduti nel suo salotto, circondati da libri e piccole opere d’arte, parliamo di come queste pagine siano nate quasi per caso, o forse per necessità.
Come nasce “Arsura”?
«In realtà non avevo mai scritto poesie. È successo tutto l’anno scorso, in un periodo particolarmente difficile. Sentivo un malessere che mi assediava ogni giorno, e le parole sono venute fuori da sole, senza che mi sforzassi. Scrivere è stato un modo per dare un senso a ciò che provavo, per non lasciare che il dolore restasse muto. All’inizio le ho scritte solo per me. Poi le ho fatte leggere ad alcune amiche, e anche a qualcuno più esperto di poesia. Le ho pubblicate su Facebook, quasi per gioco, e ho ricevuto molto affetto e incoraggiamento. Così ho pensato che potessero diventare un piccolo volume.»
È in quel momento che entra in gioco l’editore Ettore Barra?
«Sì, ho sottoposto a lui il progetto, e con grande semplicità e calore ha deciso di accoglierlo. È nato tutto in modo molto naturale e anche abbastanza veloce, se vogliamo. Intanto, però, io continuavo a scrivere: così quella che doveva essere una raccolta di trenta pagine è diventata una cosa più corposa. Devo molto alla pazienza e alla sensibilità di Ettore».
In questo volumetto come lo ha chiamato lei, entriamo in un mondo bellissimo, fatto di gioie ma anche di sofferenze, di ricordi, di un andare a ritroso con lo sguardo rivolto al futuro.
«In questo volumetto ho voluto trasmettere un messaggio di resistenza e fiducia. Tutti attraversiamo momenti di “arsura”, di siccità interiore, ma dobbiamo credere che prima o poi arriverà la pioggia, che i greti torneranno a riempirsi, che la vita non conosce stasi. Bisogna andare avanti, sempre con un po’ di entusiasmo e con la speranza che ciò che desideriamo possa ancora accadere.»
Le sue parole risuonano come un piccolo manifesto poetico: un invito a non arrendersi, a non vivere “in trincea”, ma ad accogliere la fatica come parte della crescita.
Tra i temi più toccanti del libro c’è quello delle case: reali o immaginarie, simboli di un tempo che passa e di un territorio che si svuota.
«C’è una casa che ho sempre amato lungo la strada per Volturara. Una casetta di pietra, con una scala esterna. L’ho vista inclinarsi, crollare piano piano. Quel lento declino è l’immagine di queste nostre terre, sempre più povere di persone e di funzioni. È un dolore che porto dentro, e che ritorna nei miei versi.»
Le sue parole trasformano l’osservazione architettonica in riflessione umana: la casa che si disgrega diventa la metafora di una comunità che si svuota, ma anche della fragilità che abita ogni esistenza. Nel dialogo emerge anche un pensiero poetico sul tramonto, che in Arsura torna spesso come simbolo di passaggio e di tempo sospeso.
«Un tempo il tramonto era l’ora dei pensieri condivisi,quella in cui si guardavano i compiti dei figli, si parlava col proprio compagno, si chiudeva la giornata insieme. Oggi il tramonto ha un altro sapore: è il momento in cui fai i conti con le ore che sono passate, ma anche quello in cui speri che il sole torni domani. È un atto di fiducia, una forma di speranza. Certo, è un mondo diverso, e restare soli significa imparare un modo nuovo di guardare la vita.»
Lei è stata la moglie dell’ex vicesindaco di Avellino dott. Antonio Spina, che effetto le ha fatto la città capoluogo finita sulle pagine dei giornali per fatti di cronaca giudiziaria?
«Tonino ha creduto molto in questa città, più di me. Dopo il terremoto pensava che Avellino potesse rinascere, ritrovare la propria dignità. Invece oggi è difficile non provare amarezza: il teatro chiuso, la piscina comunale abbandonata, le Feste che non si fanno più, l’università ridotta a un solo corso. Siamo diventati la Cenerentola della Campania.Avellino era una città osservata con rispetto, con attenzione. Oggi manca un progetto, manca una visione. Chi ha idee nuove spesso non viene ascoltato. Sembra che qualcuno preferisca un piccolo feudo a una comunità viva e autonoma.»
Avellino e la provincia hanno dato i natali a grandi leader politici come De Mita, Mancino, Bianco, De Vito Gargani, come mai uomini politici di tale livello non hanno fatto crescere una classe dirigente che prendesse la loro eredità?
<<Per anni si è detto che Avellino non aveva una classe dirigente. Ed è vero: non è mai nata, non è stata coltivata. Oggi figure come De Mita o Mancino, che piacessero o meno, avevano comunque una “cucina politica”, una scuola. Ora non c’è più niente di simile. I partiti non formano più, non educano più alla politica. C’erano scuole che insegnavano il pensiero, l’etica, la responsabilità. Adesso vedo tanti che si candidano, ma quanti sanno davvero cosa significa governare una città o una regione? È una responsabilità enorme, non bastano i voti.»
Cosa pensa dei giovani d’oggi?
«Quando vado nelle scuole, vedo ragazzi curiosi, intelligenti, vivi. Alcuni dicono che non vorrebbero lasciare la città. Ma poi la maggior parte va via: Roma, Milano, altrove. E chi parte difficilmente torna. Chi resta, spesso, fatica: o perché non trova spazio, o perché non ha alle spalle una famiglia che possa sostenerlo. C’è sempre disparità, e questo divideVedo anche giovani che riscoprono la terra, il vino, il cibo. Forse da lì può nascere qualcosa di nuovo. Ma bisogna dare loro fiducia, spazi, strumenti. Io ho settant’anni, e credo di aver avuto la fortuna di vivere in un tempo di grandi passioni, di idee forti, di battaglie vere. Oggi tutto sembra più confuso. Quello che manca è qualcuno capace di tenere insieme le persone, di farle ragionare, di unire invece che dividere. Manca una comunità di menti libere. E questo, più di tutto, mi fa paura.»
In conclusione qual è il messaggio più importante che “Arsura” intende far prevenire ai lettori?
«Bisogna aspettare la pioggia. Bisogna entrarci dentro, procedere anche nel deserto, perché ovunque si può trovare una polla d’acqua. Ma non bisogna mai arrendersi. Le parole di un poeta devono servire a questo: a spronare, a guardare avanti e a guardarsi dentro contemporaneamente. È l’albero che cresce in ogni condizione, anche quando il terreno è arido, l’albero è il simbolo della vita, ma anche della memoria. Le radici sono ciò che siamo stati, i rami ciò che possiamo ancora diventare. Credo che sia questo il senso più profondo di Arsura: guardare avanti e guardarsi dentro, nello stesso tempo.»
Un simbolo di continuità, di forza silenziosa, di fiducia nel futuro. Perché anche nei momenti più difficili, qualcosa continua a crescere, anche se invisibile. E forse è proprio in queste parole che si racchiude il cuore della sua poesia: la certezza che, anche quando la vita sembra secca e immobile, da qualche parte l’acqua scorre ancora. Basta saperla cercare. In Arsura la parola poetica diventa quindi un luogo di resistenza e di tenerezza. Emilia Bersabea Cirillo restituisce, con voce limpida e sincera, la verità di un dolore che si fa conoscenza. Un esordio poetico inatteso, ma profondamente necessario: perché a volte, come scriveva Montale, “non domandarci la formula che mondi possa aprirti”, basta ascoltare “il suono di un’arsura che ancora ci abita”.



