E’ un appello alle istituzioni e agli uomini e alle donne di buona volontà quello che lancia il vescovo di Ariano Sergio Melillo, un appello a riscoprire la politica come servizio e attenzione ai bisogni dell’uomo. “Guardiamo al Paese e al mondo con gratitudine per tanto bene seminato, ma anche con la preoccupazione per le ferite che attraversano la vita delle persone e delle comunità. Viviamo un tempo fragile. La crisi economica e sociale e l’instabilità internazionale si intrecciano con una crisi più profonda: quella della fiducia, della partecipazione, della speranza. Eppure, proprio in questo tempo siamo chiamati a riscoprire la politica come servizio, come “carità sociale”, come la più alta forma appunto di Carità. La costituzione Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II, ricorda che «l’uomo è e deve essere principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali». Questo è il cuore di ogni progetto politico che voglia restare umano. Con le parole di Don Luigi Sturzo va ribadito che la politica non è la mera ricerca del potere, ma una forma di carità, quando è esercitata per il bene comune. In un articolo del 1942 dal titolo: “È la politica cosa sporca?” Sturzo scrive: «La politica non è una cosa sporca. Pio XI … la definì “un atto di carità del prossimo” … La politica è carità.”». E allora sì: la politica può diventare un servizio disinteressato, una responsabilità davanti a Dio e alla storia. È costruire la “città dell’uomo” alla luce della giustizia e della pace”.
Melillo parte dai dati che arrivano dalle analisi più recenti “nelle aree interne dell’Italia vivono circa 13,3 milioni di persone, un quarto della popolazione nazionale. Eppure, negli ultimi dieci anni, questi territori si sono svuotati più rapidamente dei grandi centri. La Caritas2 segnala l’aumento della povertà, soprattutto tra famiglie giovani e nuclei con minori. Gli anziani vivono sempre più soli e privi di servizi, mentre i giovani partono per mancanza di lavoro e prospettive. Dove la scuola chiude, dove l’ambulatorio non c’è più, dove le strade si interrompono, si affievolisce anche la speranza. E non è solo una questione economica: è una ferita dell’anima comunitaria, un dolore silenzioso che tocca tutti. La nostra Irpina vive una crisi demografica importante. Secondo i dati Istat3 , la provincia di Avellino ha perso 1.478 residenti nel solo 2022, passando da 402.929 a 401.451 abitanti. Le proiezioni future sono ancora più preoccupanti: si stima che entro il 2034 la popolazione scenderà a 370.918 abitanti, con una perdita di oltre 26.000 persone in dieci anni. Questa emorragia demografica riguarda anche i comuni più significativi. Ad esempio, Ariano Irpino ha visto diminuire la sua popolazione di 182 unità nel 2022, scendendo a 21.240 abitanti. Anche Avellino ha registrato una perdita di 321 residenti nello stesso periodo. Questo fenomeno non è solo un dato statistico, ma una vera e propria ferita sociale ed economica. Ogni abitante perso rappresenta una storia, una famiglia, una comunità che si sfalda. La crisi demografica in Irpinia è una sfida urgente che richiede politiche concrete per invertire la tendenza e restituire speranza al nostro territorio. Queste ferite sono parte di un mondo ferito. Siamo testimoni di migrazioni, di instabilità, un disimpegno della comunità
internazionale che lascia interi popoli soli davanti alla fame, alla guerra, alle catastrofi naturali. Viviamo davvero in una «terza guerra mondiale a pezzi»4. Ogni giorno, frammenti di dolore e violenza attraversano la nostra storia: guerre dimenticate, diseguaglianze crescenti, conflitti ambientali, indifferenza che anestetizza le coscienze”.
Eppure il vescovo ricorda come “Rimangono tuttavia, anche in questo mondo ferito, segni di bene: comunità che resistono, persone che costruiscono pace, amministratori e cittadini che scelgono di restare e servire. In questo quadro, i Vescovi della Metropolia di Benevento hanno parlato di una Mezzanotte del Mezzogiorno, un momento critico in cui la notte sembra più buia proprio quando il sole dovrebbe splendere con tutta la sua forza. È un tempo in cui la tentazione di abbandonare questi territori è forte, ma è anche un richiamo urgente a riscoprire la speranza, a rinnovare il patto di cura e responsabilità con queste comunità7. Non possiamo, né dobbiamo né vogliamo rassegnarci a sancire la morte di una parte significativa del Paese, narrando la dignità di chi resta, di chi continua a seminare nel silenzio. Il Magistero della Chiesa ci ricorda che l’indifferenza globale non è una fatalità, ma una scelta da superare con l’impegno dell’incontro. La politica, se è vera, diventa arte del dialogo e della pace (Fratelli Tutti, 10–15). Le fragilità strutturali non sono ostacoli da nascondere, ma sfide da governare: solo così diventano leve per sviluppo, coesione e futuro comune. Nelle nostre aree interne, il rischio più grande non è solo la mancanza di risorse, la scomparsa della politica come arte del pensiero progettuale come arte di formulare pensiero: quando prevalgono interessi ristretti e “logiche di cortile”, si smarrisce la capacità di progettare il bene comune. Risultano chiarificatrici le parole di Roberto Ruffilli: «La politica è servizio alla comunità, non strumento di potere»8. Ricordiamo anche la saggezza di Giuseppe Lazzati, che invitava a considerare «La politica come luogo dove il cristiano mette a prova la sua misura di fedele laico … nella capacità inventiva o creativa nel dare senso al mondo e ordinarlo a servizio della crescita di tutto l’uomo e di tutti gli uomini … nella capacità di confronto con altre letture interpretative dell’uomo e del mondo … potere critico … ogni valido elemento di unità pur nel rifiuto di inconciliabili diversità». Di qui l’invito a “coltivare comunità capaci di visione, responsabilità condivisa e partecipazione attiva, trasformando il nostro territorio in laboratorio di speranza e futuro. Il poeta Rocco Scotellaro lo aveva già intuito: «Siamo noi i contadini del Sud, ma abbiamo negli occhi il sole che non tramonta mai».
Melillo ribadisce come “In questa stagione in cui la fiducia sembra sgretolarsi, tornano alla mente le parole di Alcide De Gasperi: «Il politico deve guardare alle prossime generazioni, non alle prossime elezioni». Essere servitori del bene comune vuol dire guardare lontano, scegliere ciò che costruisce futuro anche quando non porta consenso. Il Vangelo ci ricorda che «chi vuole diventare grande tra voi, si farà vostro servitore» (Mt 20,26). La politica, vissuta così, è una vocazione e una missione, non solo gestione. È capacità di ascolto, di discernimento, di umiltà. E in tempi di crescente astensione e disaffezione, è urgente riscoprire anche il voto come atto di corresponsabilità: non solo diritto, ma dovere d’amore verso la comunità. Necessita «una sempre più estesa compenetrazione fra Stato e società, oltre che fra gli individui e fra i gruppi e le classi. Essa ha al centro la perdita della possibilità … di far valere decisioni autonomistiche, di sottrarsi al controllo del ruolo decisionale di organismi di massa, partitici, sindacali, burocratici …»
Ma l’invito è anche quello a partecipare “Come i Vescovi della Campania richiamano all’attenzione di tutti, «le prossime elezioni regionali rappresentano un tempo decisivo per la vita della Campania. Non sono un mero passaggio formale, ma un momento che interpella la coscienza di ciascuno di noi» Partecipare non è un gesto opzionale: è il segno che crediamo ancora nella possibilità di costruire insieme una terra più giusta, più libera, più fedele alla propria vocazione. Ogni voto esprime fiducia nella vita comune, riafferma la responsabilità verso chi ci sta accanto e verso le nuove generazioni. E ancora: «Se la partecipazione è luce che illumina il futuro della nostra terra, l’indifferenza è l’ombra che lo oscura». Restare a casa significa rinunciare a quella porzione di futuro che ciascuno può costruire, lasciando che siano altri a determinare il destino della nostra regione. Queste parole valgono per ogni territorio e ogni comunità. Come Pastori della Campania, i Vescovi si sono impegnati a collaborare – nel rispetto delle diverse competenze – con chi sarà chiamato dalla volontà popolare a guidare le istituzioni. La disponibilità non è formale: la Chiesa desidera essere alleata di ogni processo che ridia
speranza ai giovani, dignità al lavoro, sostegno alle famiglie e cura ai più fragili”
Di qui le Proposte per un nuovo patto sociale “La Dottrina Sociale della Chiesa ci ricorda tre parole chiave: libertà, solidarietà, sussidiarietà. Solo intrecciandole si costruisce una società giusta. Una società dove l’economia torni a essere al servizio dell’uomo e non viceversa. Come ricorda Papa Francesco: «L’economia deve essere al servizio della persona e del bene comune; non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato» (Evangelii Gaudium, 204). Per questo le politiche pubbliche mettano al centro:
• Servizi essenziali di prossimità (sanità, scuola, trasporti, connessione digitale);
• Sostegno alle famiglie e alle giovani coppie, favorendo natalità e lavoro stabile;
• Opportunità per i giovani, che non devono scegliere tra futuro e radici;
• Cura degli anziani e legami intergenerazionali;
• Partecipazione civica e solidarietà diffusa.
Il nostro modo di pensare l’economia deve tornare a essere un modo di pensare la vita. Sapendo che costruire il futuro significa seminare speranza nel presente, con decisioni consapevoli e orientate al bene comune. Possiamo dire con Giorgio La Pira che «la città è una grande casa per una grande famiglia»,13 per sottolineare l’importanza di costruire comunità basate sulla fraternità e sull’amore reciproco. Ricostruire la vita delle aree interne, deve essere riaccendere la partecipazione politica, dando corpo a una nuova casa comune, dove nessuno sia escluso. «Ogni voto è un atto di fiducia e di responsabilità verso la comunità di appartenenza e verso chi verrà dopo di noi» È tempo di credere che, insieme, possiamo scrivere una pagina nuova di democrazia, partecipazione e bene comune.
Un appello rivolto al cuore delle coscienze “IL mondo non ha bisogno solo di nuove leggi o nuove tecnologie, ma di coscienze destate, di sguardi limpidi, di mani che costruiscono invece di distruggere. Ognuno di noi è chiamato. Ognuno è parte di questa rinascita o di questa resa. Lasciamo allora che il cuore torni a essere guida, che la coscienza torni a essere misura, che la dignità torni a essere fondamento. Solo così potremo dire di aver servito davvero l’umanità. Solo così potremo guardare avanti senza vergognarci del nostro tempo”.



