E’ stata l’occasione per una riflessione a tutto campo sulla crisi della democrazia, evidente nella perdita del primato della politica, la presentazione del volume di Amato Michele Iuliano dedicato a Federico Il Grande, Terebinto edizioni, tenutasi questo pomeriggio al Circolo della stampa. E’ l’editore Ettore Barra a sottolineare il valore di un volume che si presta ad una lettura a più livelli, non solo uno studio dedicato al despota illuminato della Prussia ma anche un approfondimento sul pensiero politico di Machiavelli a cui Federico guarda costantemente. “Un libro – spiega Barra – che mette in discussione l’interpretazione errata di Machiavelli, tramandatasi nei secoli, come pensatore immorale. Non è un caso che nei suoi discorsi richiami più volte l’idea della Repubblica di Roma. Il paradosso, poi, è che Federico critica Machiavelli ma incarna appieno il politico da lui concepito”. Dall’eredità di Machiavelli a temi di forte attualità come libertà e potere. E’ quindi il professore Paolo Saggese, dirigente scolastico e critico letterario, a porre l’accento sulla perizia con cui l’autore ricostruisce la figura di Federico, mescolando filosofia, storia, letteratura, con richiami continui alla storia romana, dall’epicureismo alla figura di Giulio Cesare, il capo che si pone allo stesso livello dei soldati. “Ci costringe a chiederci – spiega Saggese – quanto la democrazia che ha promesso libertà e diritti per tutti sia effettivamente praticabile, quanto gli articoli della Costituzione siano applicati. A sovrani come Federico si sono sostituiti, oggi, leader come Trump, che si professano ugualmente despoti illuminati”. E’ quindi il professore Giuseppe Acocella ad analizzare come il volume parli innanzitutto al nostro tempo, a partire dal rapporto tra sorti dell’individuo e morale. “L’interpretazione che l’autore ci consegna di Federico ci aiuta a comprendere la nostra contemporaneità, a partire dal suo antimachiavellismo, che non ha nulla a che vedere con quello di tradizione cattolica. Il legame tra diritto e morale è superato in Federico, in lui ci troviamo di fronte ad un antimachiavellismo realistico. E’ un antimachiavellismo di radice protestante, quello che era il sentimento comune in Inghilterra, in cui il machiavellismo era sinonimo di Papismo. Ma è chiaro che il più machiavellico è proprio Federico che propugna la libertà di espressione ma controlla i mezzi di propaganda come la stampa, è un despota illuminato, che non smette mai di essere un deposta, malgrado il suo dichiararsi primo servitore dello Stato. Chiarisce presto che ogni decisione politica è sua e non ha nulla a che vedere con la volontà popolare. Malgrado ciò, si preoccupa di apparire liberale. Non è un caso che Mussolini faccia riferimento al Principe di Machiavelli proprio come Gramsci che individua nel Pci il prototipo del Principe, a ribadire le ragioni della superiorità del partito sulla collettività. Assistiamo ad un superamento dell’individualismo in nome della collettività mentre è proprio sull’individualismo che si fonda l’età moderna”. Pone l’accento sulla crisi della democrazia che è “crisi della rappresentanza. Non solo i cittadini non vanno a votare ma non si riconoscono più nei politici. Se i vecchi partiti erano di rappresentanza, i nuovi sono una somma di individualità, il risultato è che la politica finisce con l’essere somma di interessi particolari e smette di decidere della società. Eppure, è proprio la democrazia la soluzione tra individualismo e collettività, esercizio del potere e sovranità popolare. Poichè la democrazia pone i limiti del potere. Ecco perchè il libro di Iuliano mette il machiavellismo alla prova dei nostri tempi”. Tanti gli spunti di riflessione emersi anche dall’intervento del professore Filippo Doria che analizza il rapporto tra Federico e Voltaire, che smusserà alcune parti del testo su Machiavelli, tra il suo illuminismo che guarda al futuro e la necessità di fare i conti con il presente. Ricorda come prima ancora che Federico pubblicasse il suo scritto su Machiavelli, era già cominciato il processo di riabilitazione del pensatore, più volte associato a Tacito, che si sofferma sulle manovre segrete dietro le azioni dell’imperatore. E’, infine, l’autore a spiegare come il volume sia nato dalla poliedricità di un personaggio che era anche flautista e compositore e insieme attento stratega “E’ chiaro che il mondo è governato non dal diritto internazionale ma da logiche di potere, dalla forza. Federico lo capisce e investe sulla potenza militare. Comprende l’importanza dell’opinione pubblica e se è vero che non concede nessuna libertà sul piano politico, è anche vero che la sua corte si popola di personaggi di opinioni e formazione differente. Al tempo stesso, prende coscienza del valore dell’istruzione, della necessità di investire sul capitale umano”.



