di Virgilio Iandiorio
Eravamo agli inizi del XXI secolo, e l’Arciconfraternita dell’Immacolata Concezione di Manocalzati, da poco ricomposta dopo il terremoto del 1980, cominciò ad accarezzare progetti innovativi per l’impegno religioso e sociale nella comunità. Sfogliando i pochi numeri del Bollettino semestrale, che l’Arciconfraternita pubblicò per qualche anno, ho letto questo articolo del 2001 di Enrica Picone, componente attiva e dinamica dell’associazione, che sembra anticipare di un quarto di secolo i tragici eventi dei nostri giorni. Manocalzati si era arricchita della presenza di una ventina di stranieri provenienti da diversi pesi europei ed africani. La nostra Enrica Picone fu colpita dalla presenza di cittadini Ucraini, e pensò bene di fare la lor conoscenza. Ecco il titolo dell’articolo “Un fiore da Kiev”, riassume tutto il senso dell’intervista. Chi avrebbe mai pensato che dopo molti anni si sarebbe abbattuta su questa nazione il dramma di subire l’aggressione del potente vicino (V.I).
Un fiore da Kiev
Introdotta da consorelle, comuni conoscenti, mi sono presentata da Ana e sono rimasta a chiacchierare con lei piacevolmente per più di un’ora.
Ana è una dottoressa ucraina di religione ortodossa, che vive in Italia da 8 mesi, nel nostro paese (Manocalzati) solamente da un mese. Ha tre fratelli: due ingegneri e uno pilota. La mamma è molto anziana (72 anni), perché nel suo paese è raro che qualcuno arrivi all’età di 80-90 anni come al contrario spesso accade da noi, il lavoro duro li logora prima.
Mi dice che nei primi mesi in Italia ha sentito forte la nostalgia di casa. Ora non più tanto, ma poi, con occhi lucenti ed un italiano stentato ripete:” Ucraina, bello paese, grande, ma poca gente. Italia più piccola, ma tanta gente”. E dall’enfasi e dalla gestualità ti accorgi che forse non è proprio così, se con la mente e con gli occhi dell’anima nello stesso momento vola negli ampi spazi natii.
Per rompere la malinconia vado sull’argomento gastronomico (lo stomaco è ‘organo dell’allegria ma con scarsa poesia). La nostra cucina le piace; lei stessa cucina “italiano”. Tra i prodotti della sua terra e la nostra ci sono molte affinità; ma noi abbiamo gli agrumi che nella sua terra così fredda sono un lusso. Comunque mi pare di capire che la differenza sostanziale sia che da noi si mangia sempre e vario… per chi ha tanto poco anche questo può sembrare un lusso. La Conversazione, poi, scivola verso le vicende ci Cernobyl che Ana ha vissuto di riflesso poiché è distante dai luoghi dell’incidente nucleare il suo paese.
Mi ha raccontato che la notizia del disastro è arrivata alla sua città attraverso la BBC ed altre radio straniere, quindi molto in ritardo dallo scoppio della centrale nucleare.
Il governo centrale avrebbe dovuto impedire che tutta la popolazione di quelle zone si riversasse per strada, all’arai aperta, il fall-out è pericolosissimo; ma questo significava ammettere l’errore tecnologico e quindi… meglio che intere generazioni si trovino in pericolo di vita. Ana mi dice di bambini e giovani che oggi riempiono gli ambulatori oncologico degli ospedali. “E’ triste vedere liste di attesa per la chemioterapia di 50 persone e dopo un mese vedersi recapitare una sola dose di medicinale”.
A quel punto che fai; non si può scegliere uno su cinquanta; allora dividi la dose in 10 e li illudi. Alla fine sul libro scrivi che hai fatto 10 terapie, ma in realtà non è neanche una.
Questo succede perché le medicine arrivano dall’estero e costano molto, 100 dollari l’una”. Mi viene spontanea la riflessione: quanto vale la vita di un uomo? Forse quanto il peso del suo portafogli”.
Chiedo ad Ana di tutti quei bambini che sono venuti in vacanza ospiti di famiglie italiane. Noi abbiamo avuto la sensazione di aiutare chi non ne aveva bisogno a discapito dei malati. Ana mi fa capire che dove c’è burocrazia c’è sempre un “amico”, un parente che ti scrive la richiesta e tu diventi prioritario sugli altri. Ad ogni modo su 100 bambini, sicuramente 10 ne hanno tratto giovamento sul serio e questo ad un buon cristiano dovrebbe bastare.
Per non intristire la mia interlocutrice con ricordi poco piacevoli, le chiedo delle feste. In Russia e a Kiev (capitale dell’Ucraina) il 1° maggio è giorno di grande festa, di sfilate e parate militari.
Il 9 maggio si celebra una festa simile al nostro carnevale: i bambini escono in strada vestiti con costumi; e tutto in giro è addobbato con fiori.
Siamo sedute ad un tavolino e da un lato noto un bicchiere pieno di bucaneve raccolti durante la passeggiata domenicale.
In Ucraina, mi spiega, questo fiore viene regalato alle donne per l’8 marzo insieme alle mimose. I fiori italiani sono meno profumati, ma tanti di più rispetto a quelli ucraini, perché “Dalle mie parti -spiega Ana- si ha poco tempo per raccoglierli da quando fanno capolino dalla neve perché il freddo intenso concede loro breve vita”. Ana me ne regale un po’, da donna a donna. Prima di andare via le chiedo se conta di esercitare la sua professione qui; con ottimismo e determinazione mi risponde “Sì, ma prima devo imparare la lingua; mi aiuto un po’ con i libri, un po’ con televisione, un po’ con conversazione”.
La saluto con u abbraccio e le dico di contare sulla Confraternita in casi di difficoltà. Ed in cuor mio penso come Marcello d’Orta. “Io speriamo che se la cava, perché c’è sempre un terzo mondo più terzo di noi”.



