“E’ sempre un segnale di speranza quando una comunità si riappropria delle radici, poichè c’è futuro solo se c’è memoria. Arcella è don Enrico ma la storia della parrocchia di Arcella deve continuare, c’è bisogno di altri protagonisti che continuino a scriverla, per comprendere quale può essere il futuro delle diocesi e delle parrocchie campane”. A sottolinearlo il vescovo Arturo Aiello al termine del confronto dedicato al volume del professore Antonio Polidoro, giò docente al Conservatorio San Pietro a Majella “Arcella tra memoria civile e religiosa”, presentato nella chiesa parrocchiale di Santa Lucia di Arcella, promosso dal Centro Studi dedicato alla memoria di Monsignor Enrico Spiniello. “La Conferenza Episcopale Campana – prosegue Aiello – si riunirà per decidere della riorganizzazione delle diocesi, un piano che non può non riguardare anche le parrocchie. Il futuro della parrocchia di Arcella non può più essere pensato separatamente da quello di Montefredane, è tempo di mettere da parte i campanili e di ripartire dall’unità proprio come accade con l’Europa, se non si resta uniti sarà impossibile andare avanti”. Ricorda come “Don Enrico ha saputo fare scuola, trasmettere insegnamenti, nella consapevolezza che la rivoluzione parte dalle idee, un paese ha futuro se ci sono idee e pensiero, solo così è possibile comprendere la strada da seguire, di qui l’augurio che questa comunità possa continuare a produrre frutti”. E ricorda come “La geografia di Arcella è quella di una periferia e quando si è periferia bisogna resistere, bisogna resistere fondandosi sulla propria gloria. Don Enrico ha saputo essere grande in una periferia ed è un merito ancora maggiore”. E’ il sindaco Ciro Aquino a ribadire come il volume sia un omaggio alla storia di Arcella, viatico per il futuro della comunità grazie all’impegno del Centro Studi Monsignor Enrico Spiniello. Ricorda le iniziative portate avanti dall’amministrazione comunale, dall’investimento di tre milioni di euro per il rifacimento della rete viaria all’asilo nido e annuncia la volontà di accogliere la richiesta presentata da alcuni ragazzi di riorganizzare il Forum della Gioventù. “Arcella merita di più, la sfida non si gioca solo sul piano economico, siamo chiamati a ricostruire la comunità, quella comunità realizzata da don Enrico, parroco visionario, nel segno della solidarietà e del confronto, in cui anche il catechismo diventava spazio di socializzazione. Di qui la volontà di intitolargli al più presto uno dei luoghi di Arcella”. Don Michele Ciccarelli, parroco della chiesa di Santa Lucia, pone l’accento sul valore della ricerca portata avanti dagli storici locali, “poichè è la memoria a tenere accesa la speranza. Don Enrico è stato un profeta, espressione degli ideali del Concilio Vaticano II, ha lasciato una comunità che è ancora oggi in fermento. Di qui la volontà di lavorare insieme perchè possa continuare ad essere un faro per il territorio”.
A consegnare la propria testimonianza è anche Carmine De Gisi, presidente del Centro Studi Monsignor Enrico Spiniello “Arcella custodisce una storia antica che si intreccia con quella di don Enrico, presenza costante accanto ai giovani e alle famiglie. Ha creduto nella partecipazione attiva della comunità, ha saputo promuovere il senso di appartenenza, unendo la dimensione spirituale e civile nella cura della parrocchia, attraverso un dialogo costante con la società. Oggi Arcella e la sua chiesa rappresentano un patrimonio da custodire, di qui l’impegno di salvaguardare, grazie a volumi come quelli di Polidoro, le antiche tradizioni”. A far pervenire il proprio messaggio anche don Luigi Di Blasi al fianco di don Enrico nella guida della parrocchia che invita a fare tesoro della lezione che arriva dal passato. E’ Floriana Guerriero, giornalista del Corriere, a sottolineare la capacità dell’autore di fondere storia individuale e collettiva, alternando narrazione, ricordi e riferimenti a fonti storiografiche, dalla geografia del territorio alla sua economia, dalle tradizioni ai personaggi che hanno dato lustro al paese. “Una urbanistica, quella di Arcella, certamente infelice, con le abitazioni disposte ai lati della strada per chilometri, da Pianodardine fino a Prata, così da rendere la comunità frammentata. Si spiega così la centralità rivestita dalla chiesa di Santa Lucia come vera agorà. Dall’agricoltura con i terreni rigogliosi lungo le sponde del fiume alla pesca di trote, dall’attività artigianale con una notevole presenza di botteghe di falegnameria, come quella del bisnonno dell’autore Angelo Raffaele Pisano, carpentieri e muratori alla ricchezza rappresentata dal vino. Un’avventura che, come spiega Polidoro, partirà da Arcella, dalla località Vadiaperti, grazie alla felice intuizione del professore Antonio Troisi che aveva compreso le potenzialità dei vitigni locali con l’apertura della prima cantina. dalle tradizioni come quella della cesta della marenna, la zuppa con le patate, che consumavano gli operai alla specialità per eccellenza, cecatielli e fasuli al cotechino a cui sarà dedicata la sagra, oggi affiancata da quella del pezzente”. Centrale nel racconto la figura di Monsignor Errico Spiniello capace di promuovere un’azione pastorale innovativa “nel rispetto dei principi del Concilio Vaticano II, nel segno di una Chiesa vicina alla gente, capace di coinvolgere le nuove generazioni, attraverso lo sport, con il calcio, il cinema, il teatro, o le sagre, in cui ciascuno faceva la propria parte. Un’azione pastorale in cui anche il pullmino diventava strumento di evangelizzazione, così da accompagnare i ragazzi al mare e gli anziani in parrocchia , favorendo un vero dialogo tra generazioni. Un parroco la cui azione sarà decisiva nel processo di riqualificazione della chiesa, con la realizzazione delle vetrate istoriate o di opere come la Crocifissione di Ovidio De Martino, o ancora nell’impegno per restituire il luogo di culto alla comunità nel doposisma. Dagli uomini e le donne che hanno segnato la storia della comunità, insegnanti, imprenditori, artigiani a figure come quella di Ciro Alvino, carabiniere condannato alla fucilazione dai nazisti, del giornalista Peppino Pisano o di Enzo Venezia, futuro sindaco di Avellino”.
Don Fabio Mauriello, nato e cresciuto ad Arcella, oggi parroco di Monteforte, non nasconde la propria commozione “Leggere il libro ha significato sfogliare l’album dei ricordi. Don Enrico ha avuto un ruolo cruciale nella formazione di tanti professionisti. Io ero uno di quei giovani che frequentavano la parrocchia di don Enrico, siamo stati noi a ricostruire la chiesa pietra, per pietra, insieme agli artigiani del luogo, all’indomani del sisma. Don Enrico ci ricordava che, al di là delle differenze, la comunità è una sola, riuscendo a riunire giovani provenienti anche dalle vicine frazioni di Bosco Magliano e Alimata. Era riuscito a costruire una comunità parrocchiale, compito che appare oggi ancora più difficile, malgrado l’ausilio delle nuove tecnologie, insegnandoci che è fondamentale trasmettere lo spirito giusto ai giovani perchè prendano coscienza delle opportunità e dei pericoli dei social. La sua azione educativa non risparmiava strigliate ma soprattutto insegnava che l’impegno di tutti era necessario per la comunità. Grande anche l’attenzione rivolta ai momenti della vita liturgica, che si affiancava ad una forte spiritualità, che si nutriva di un rapporto intimo con Gesù”. E’ quindi Polidoro a ricordare come il volume sia nato dalla volontà di rispondere a una richiesta che don Enrico “mi aveva rivolto più volte, quella di scrivere una memoria della comunità di Arcella, ma muove anche dalle parole del vescovo Aiello che esortava a ricostruire le storie dei presbiteri e delle iniziative pastorali promosse per aiutare le persone a reggere sul piano del vivere”. E ricorda come “Don Enrico svolse un ruolo fondamentale anche nel dibattito tra la vecchia guardia dei sacerdoti che non accettavano le innovazioni del Concilio Vaticano II e i preti più giovani che si erano formati a quelle idee. Seppe mediare tra le opposte tendenze. Era un uomo di grande equilibrio, compostezza e fantasia pastorale. E’ stato un gigante dell’innovazione pastorale, che sapeva essere anche duro quando lo riteneva necessario”. Per ribadire come “Arcella non deve morire, qui c’è una comunità parrocchiale viva, che continua a beneficiare dei semi piantati da don Emilio”.



