Paolo Saggese
Nella notevole opera di Mark S. Johnson e Peter N. Stearns, “Storia dell’educazione. Una prospettiva globale”, Edizione italiana a cura di Paolo Bianchini. Traduzione di Francesco Peri (Piccola Biblioteca Einaudi. Mappe. Storia, Torino, 2025) sono illustrate, sin dalle origini della civiltà umana per arrivare al primo quarto del XXI secolo, le prime forme di “addestramento” semplice per giungere all’analisi dei sistemi educativi moderni sempre più complessi, con un’ottica non eurocentrica e occidentale, ma completa e “universale”, che spazia dalle prime civiltà del Medio oriente o “dei fiumi” ed egizia alle civiltà classiche europee, dell’Asia centrale e meridionale, dell’Africa e delle Americhe, con ricostruzioni attendibili, fondate dal punto di vista documentario e archeologico, che ricostruiscono la storia dell’umanità dal 3000 a. C. al I Millennio d. C. (con particolare attenzione anche ai modelli induista, buddista, confuciano, oltre che a quello greco-romano-cristiano occidentale).
Questa storia “globale dell’istruzione” diventa anche un utile e straordinario strumento per conoscere i rapporti di forza e le contaminazioni tra le diverse civiltà, che soprattutto a partire dal XVI secolo, a seguito delle scoperte geografiche, delle rivoluzioni scientifica, tecnologica, militare, politica, poi industriale e capitalistica, videro il modello occidentale prevalere sugli altri.
L’illuminismo, la rivoluzione industriale, il capitalismo divennero motori di uno sviluppo tecnologico, scientifico, militare, economico, che resero l’Occidente padrone del mondo nel corso dell’Ottocento e dei primi decenni del ‘900. Si pensi alla Conferenza di Berlino del 1884-1885, in cui le potenze europee si spartirono voracemente e in modo criminale il continente africano. Francia e Gran Bretagna ottennero la maggior parte dei territori, seguite da Germania, Belgio, Portogallo e Italia, senza curare tra l’altro tradizioni, culture, etnie e confini locali, utilizzando la violenza come “costume” di politica estera.
Quando si legge in alcuni documenti ministeriali che “la libertà è il valore caratteristico più importante dell’Occidente” sin dalle sue origini, dobbiamo ammettere che abbiamo cancellato una grande verità, ovvero che abbiamo annientato e sottomesso la maggior parte dei popoli del Pianeta e a loro abbiamo tolto la libertà.
Nel libro di Johnson e Stearns si dà conto del violento colonialismo e dello spietato imperialismo, che hanno privato interi popoli della propria cultura, della propria identità, della propria religione, della propria lingua e dei propri costumi, così da promuovere un’occidentalizzazione forzata e una subalternità di interi continenti al modello europeo e poi statunitense. Significativo è il Capitolo ottavo “Come cambia l’educazione europea nel XVIII secolo: le nuove funzioni della scienza e dello Stato” (pp. 150-178), ma anche il Capitolo nono “L’educazione in Eurasia e in Africa nella prima età moderna: tradizione ed espansione” (pp. 179-205), il Capitolo dodicesimo “Tendenze globali dell’educazione nel lungo Ottocento” (pp. 260-303), il quattordicesimo “Decolonizzazione e trasformazione dei sistemi didattici nazionali” (pp. 339-381) e quindicesimo “Modelli e tensioni degli ultimi anni” (pp. 382-409).
Nel ricostruire questa storia dolorosa, che vede l’Occidente macchiarsi di crimini e soprusi, dalle stragi di popoli alle violenze, dallo sfruttamento predatorio dei luoghi, dalla privazione della libertà, della cultura e della propria autodeterminazione a intere nazioni, dallo schiavismo allo spaesamento nella propria terra (parlare una lingua altrui, credere in un dio altrui, vestire come i conquistatori e servirli come schiavi privati dei diritti elementari …), è evidente che la scuola, l’istruzione, l’educazione assumono un ruolo centrale.
Nel Nord e Sud America, ad esempio, francesi, inglesi, spagnoli, portoghesi insieme a missionari e religiosi a vario titolo cercano di imporre anche alle popolazioni autoctone i propri modelli educativi, così da convertirle e imporre la propria lingua ai superstiti, con l’intento di civilizzarli, mentre escludono totalmente dall’istruzione gli schiavi, a cui era precluso l’apprendimento della scrittura e della lettura, pena la morte (“L’educazione europea e il primo colonialismo”, pp. 173-176).
Vi era anche chi rifiutò recisamente questa forma di colonialismo culturale, come nel caso del leader di una tribù nordamericana, che, nel 1744, di fronte all’invito da parte di emissari di un college di immatricolare i giovani nativi alla propria scuola, rispose: “Sappiamo che vi fate gran caso del genere di insegnamento che si dispensa nei college. […] Ma essendo voi appunto saggi, non potete non sapere che le diverse nazioni hanno anche concezioni diverse delle cose, per cui non offendetevi, se il nostro modo di vedere questo genere di educazione differisce dal vostro. […] Molti dei nostri giovani, in passato, sono stati formati nel vostro college, e quindi iniziati a tutte le vostre scienze, ma dopo avere fatto ritorno si sono rivelati cattivi corridori, del tutto impreparati a vivere nei boschi, insofferenti del freddo e della fame, incapaci di costruire una capanna, di cacciare il cervo, di uccidere un nemico. […] Erano dei perfetti buoni a nulla. […] Noi ci sentiamo comunque onorati della vostra offerta, anche se non possiamo accettarla; anzi, in segno di gratitudine, se i signori della Virginia lo permetteranno, ci offriamo di accogliere una dozzina di vostri figli per educarli alla nostra maniera, insegnare loro tutto quello che sappiamo e farne degli uomini” (p. 175).
Mi sembra la risposta più intelligente alla superbia occidentale ed europea.
La pervasività del modello pedagogico occidentale va di pari passo con il potere economico e militare, con il predominio industriale e commerciale degli europei e degli statunitensi, che fa del modello europeo il modello dominante per le altre civiltà (africana, del Medio Orientale, dell’Asia sudoccidentale e della regione pacifico-oceanica), anche perché solo attraverso gli stessi “strumenti di sopraffazione” si poteva rispondere con efficacia alla loro egemonia (p. 203; 260-295).
Tanto i riformatori dell’educazione quanto i conservatori, tanto i governi europei quanto le élite autoctone si pongono problemi e quesiti cruciali: “Il nuovo approccio educativo [europeo] deve tenere conto delle culture e delle religioni locali, a partire dalla necessità di produrre materiali didattici in lingua [e non solo in quelle dei colonizzatori]? Oppure educare significa essenzialmente imporre le priorità dell’Occidente, in una fase in cui le autorità imperiali, salvo rare eccezioni, sono convinte dell’intrinseca superiorità della civiltà europea? La scuola può prescindere del tutto dalla storia e dalle culture dei popoli assoggettati? I rapporti transculturali sono oltremodo complessi” (p. 265).
Nella maggior parte dei casi si opera un’esclusione della maggior parte della popolazione delle colonie dall’istruzione, se non per funzioni semplici (tecniche e pratiche), ad eccezione di ristrette élite, che sono assimilate totalmente alla cultura occidentale. Si tende a far scomparire le lingue autoctone, a sostituirle con quelle europee, a compiere o una ghettizzazione delle popolazioni o una assimilazione più o meno forzata ai modelli occidentali. Ad esempio, scrivono Johnson e Stearns, a proposito delle politiche educative inglesi in Africa: “Quanto agli impliciti razzisti, il pregiudizio è perfino più profondo che in India. Il British Education Committee, ad esempio, sostiene esplicitamente la necessità di limitarsi a formazioni professionali, senza proporre ai giovani africani opportunità accademiche più avanzate, per non parlare di studi ingegneristici o scientifici. […] Le barriere linguistiche sono un ostacolo addirittura proibitivo, perché all’epoca le lingue locali non conoscono quasi la scrittura. La conseguenza si impone da sé: a scuola si parla in francese o in inglese – il che, va detto, consente anche a una piccola minoranza di allievi di accedere a opportunità ulteriori” (p. 271).
“Le autorità francesi, in particolare, si vantano dei loro sforzi per individuare candidati promettenti e offrire loro un’educazione tale da farne dei francesi a tutti gli effetti – in quello che, probabilmente, vorrebbe essere un gesto di tolleranza razziale” (p. 273).
In seguito alla decolonizzazione, l’istruzione diventa lo strumento fondamentale per la rinascita degli altri mondi diversi da quello occidentale e per arginare la supremazia occidentale, per emanciparsi e recuperare la propria identità. Il modello dominante resta quello europeo, ma rivissuto e riadattato alle realtà locali.
Il multiculturalismo e il policentrismo mondiali offrono oggi un quadro molto diverso da quello di un secolo fa: oggi si dà per scontata o si dovrebbe dare per scontata la prospettiva planetaria di un’istruzione per tutti, egualitaria ed inclusiva. Ma il dominio occidentale si sta sgretolando, nonostante la violenza di matrice suprematista di Trump.
“La primissima fase novecentesca è segnata da un profondo ottimismo e dalla convinzione che la civiltà occidentale avrebbe guidato il mondo intero verso un’era di progresso all’insegna della scienza” (p. 305), scrivono gli autori.
La stessa prospettiva si ebbe con la fine dell’URSS.
Adesso stanno venendo al pettine proprio gli errori dell’Occidente: un mondo diviso, con una forte carica di ostilità verso il nostro mondo.
E noi cosa facciamo?
Ancora dichiariamo più o meno esplicitamente la nostra presunta superiorità invece di promuovere una cultura che includa tutti nella comune identità planetaria (Morin) e che abbia al centro la pace tra i popoli (Marx), prima che sia troppo tardi per tutti.



