Di Annarita Rafaniello
Sono nata sensibile.
Non sopporto la superficialità,
e mezze misure, e parole a metà.
Alda Merini
Alda Merini affida a quattordici parole italiane un autoritratto che è insieme dichiarazione poetica e condanna morale. In greco antico, probabilmente, ne basterebbero molte meno. Perché il greco non descrive soltanto: concentra, scava, elimina il superfluo. È una lingua che non teme l’essenziale, e proprio per questo riesce a dire l’indicibile.
Non è un caso che oggi, nella Giornata Mondiale della Lingua e della Cultura Greca, il pensiero corra a Dionysios Solomos, poeta dell’inno nazionale greco, ma anche a un’idea di parola che non è mai stata semplice ornamento.
«Quasi tutto quello che gli uomini hanno detto di meglio è stato detto in greco», scrive Marguerite Yourcenar nelle Memorie di Adriano. Non è una provocazione: è una constatazione storica prima ancora che spirituale.
Le parole della Merini parlano di sensibilità, di insofferenza verso la superficie, di rifiuto di ogni mediocrità emotiva. Parlano, in una parola, di empatia. E l’empatia, se c’è una lingua che l’ha pensata prima ancora di nominarla, è proprio il greco.
La parola συμπάθεια (sympátheia) nasce da συν e πάσχω: patire insieme, soffrire con, sentire con l’altro. Non osservare da lontano, non giudicare: condividere il peso dell’emozione.
Ma studiare il greco non rende automaticamente empatici. Questa è una delle più grandi illusioni della nostra scuola. Il greco non è un certificato morale. Non basta tradurre una versione, sfogliare il Rocci, memorizzare i temi verbali dell’aoristo, padroneggiare l’ottativo obliquo, la legge di Grassmann o il genitivo assoluto: tutto questo è tecnica, necessaria ma insufficiente.
Studiare greco davvero significa altro.
Significa tremare con Ecuba quando comprende che la guerra non le ha portato via soltanto la città, il marito e la dignità di donna, ma anche l’ultima illusione: il piccolo Polidoro, affidato alla protezione dell’ospitalità, è stato ucciso per interesse, per viltà, per convenienza; Polissena sacrificata ad Achille; Cassandra ridotta in schiavitù sotto il dominio dei vincitori. Tutto ciò che dava radice e senso alla sua vita è stato spezzato, calpestato, distrutto. È il dolore di una madre che non ha più nemmeno il diritto di sperare, ed è impossibile leggerlo senza sentire che quella ferita ci riguarda ancora.
Significa stare con Antigone, non per eroismo astratto, ma perché conosce il prezzo della sua scelta. Antigone non ignora la legge: la sfida sapendo di morire. E in quella sfida afferma che esiste una giustizia più antica di ogni decreto, una legge non scritta che parla al cuore e chiede obbedienza anche quando costa la vita.

Oggi, in un mondo dove le leggi sono fatte dagli uomini e cambiano con i governi e le opinioni, quella legge invisibile continua a sfidare il diritto positivo: ricorda che esiste un confine tra ciò che è legalmente permesso e ciò che è moralmente giusto. Ci invita a resistere, a dissentire, a opporsi quando l’ingiustizia è codificata e la legge diventa strumento di potere. Stare con Antigone significa comprendere che l’obbedienza cieca non è mai innocente, che l’inerzia morale lascia tracce profonde e che la vera cittadinanza richiede coraggio, coscienza e umanità, oggi come nell’antica Tebe.
Significa infine guardare Medea senza cercare scorciatoie morali. Medea non chiede assoluzioni: chiede di essere compresa nella sua vertigine. Il greco non ci permette di semplificarla, ci costringe a restare davanti all’abisso di una donna tradita, straniera, umiliata, fino al punto in cui l’amore diventa distruzione. E ci obbliga a riconoscere che il confine tra vittima e colpevole è più fragile di quanto vorremmo.
Ecco perché la cultura greca dovrebbe accompagnare molto prima la formazione dei ragazzi, già dalle scuole medie. Non per formare dei piccoli filologi, ma per educare allo sguardo profondo. Sofocle, Euripide, i lirici, Menandro non insegnano “il passato”: insegnano l’uomo. E questo, sì, può cambiare una vita.
Eppure, ed è qui che occorre essere onesti: empatia e sensibilità non si apprendono come una declinazione. Non è detto che cinque anni di liceo classico bastino. Si nasce sensibili. Si nasce empatici. Il tempo può affinare, mai creare dal nulla. Lo studio può offrire strumenti, ma non garantisce l’anima.
Ed è proprio per questo che il greco antico non è una lingua morta.
Morta è solo per chi la riduce a esercizio, a prestazione, a voto. Viva è per chi la sente vibrare ancora oggi, nelle parole che contano, nelle frasi che colpiscono, negli sguardi che non mentono, nella nostra insofferenza per le mezze misure, nel rifiuto della superficialità, nel bisogno di parole intere, non dimezzate.
Il greco è vivo ogni volta che riconosciamo nell’altro un destino che ci riguarda, ogni volta che riusciamo a “patire insieme” senza armi, senza applausi, senza ricompense. Continua a parlare nelle scelte coraggiose, nelle verità scomode, nei silenzi che pesano più di mille discorsi. Continua a parlare anche a chi non la conosce.
Anche a chi, come Alda Merini, è semplicemente nato sensibile.
E chi è nato così, chi ha imparato ad ascoltare, a sentire, a farsi attraversare dal dolore e dalla bellezza, non smetterà mai di rispondere.
Non smetterà mai di lasciar parlare il greco.
Non smetterà mai di essere vivo.



