di Alberico Mitrione *
Il panorama dell’istruzione tecnica italiana sta vivendo una trasformazione radicale che, sebbene ambiziosa nelle premesse, solleva gravi interrogativi sulle modalità della sua attuazione. L’approvazione del D.L. 45/2025 segna una discontinuità netta con il passato, ma porta con sé il peso di una critica ormai unanime: quella di una riforma calata dall’alto, organizzata nel pieno del silenzio istituzionale e senza un reale confronto con il mondo della scuola. Il percorso di questo riordino è emblematico di un metodo decisionale che sembra aver ignorato il dialogo sociale. Sebbene si sia iniziato a parlare specificamente della riforma sin da luglio 2025, per mesi il dibattito è rimasto confinato nelle stanze ministeriali, senza attribuire alcun peso alle opinioni dei docenti. Gli insegnanti, pilastri della quotidianità scolastica, si sono ritrovati spettatori passivi di un cambiamento che impatta direttamente sulla loro identità professionale. Ancora più paradossale è la gestione delle informazioni operative: a oggi, la comunità scolastica assiste con sconcerto alla diffusione di quadri orari ufficiosi e bozze circolanti solo per vie non ufficiali. Questa mancanza di trasparenza costringe le scuole a una navigazione a vista, alimentando un clima di incertezza a ridosso dell’applicazione dei nuovi percorsi. La novità più controversa riguarda il biennio iniziale, dove nasce l’area delle Scienze Sperimentali: un unico, stretto contenitore dove convergono Fisica, Chimica e Scienze Naturali. Ciò che emerge dalle bozze è un dato allarmante: la revisione ipotizzata prevede un taglio del 50% delle ore destinate alle discipline scientifiche. Storicamente, gli istituti tecnici hanno avuto la capacità di offrire una formazione a 360 gradi, capace di unire il “saper fare” a una solida base teorica. Con questa riforma, il campo si restringe drasticamente, costruendo un modello di uomo “funzionale” esclusivamente al mercato del lavoro, a discapito della costruzione dell’individuo e del suo bagaglio culturale. Questa revisione appare come il prodotto di una visione elaborata da persone che dimostrano scarse conoscenze sia dell’ambiente scolastico sia della didattica delle scienze. Sembra una riforma scritta da chi non ha mai vissuto la realtà di un laboratorio o di una classe, ma che ha una visione degli studenti troppo finalizzata a trasformarli in semplici ingranaggi nel ciclo della produzione. Privare un giovane della profondità del ragionamento scientifico significa negargli gli strumenti per interpretare la realtà, riducendo la scuola a un mero centro di addestramento rapido per le imprese, anziché a un luogo di formazione umana. Dimezzare lo studio delle scienze solleva interrogativi di natura esistenziale e pedagogica che non possono restare senza risposta. Se la scienza viene ridotta a un modulo ibrido e compresso: Chi insegnerà le basi fondamentali della creazione della vita? La biologia non è solo una materia, è la comprensione di noi stessi. Chi insegnerà il metodo scientifico? Senza di esso, lo studente perde la bussola per distinguere il vero dal falso. Chi insegnerà l’importanza dell’evoluzione del pensiero scientifico? La storia della scienza è la storia della libertà umana contro l’oscurantismo. Chi insegnerà che la salvaguardia dell’uomo passa necessariamente per la conoscenza del mondo naturale che ci circonda?Chi insegnerà l’osservazione dei fenomeni naturali? L’occhio del tecnico deve saper guardare il mondo, non solo un manuale. La contrazione della cultura scientifica crea i presupposti per una pericolosa regressione del pensiero critico e un aumento dell’analfabetismo funzionale. Senza queste basi, l’ignoranza su temi globali diverrà sistemica: dal cambiamento climatico allo sfruttamento smisurato delle risorse, fino alla miopia della ricerca scientifica in tutti i suoi campi di applicazione. Perché gli studenti degli istituti tecnici non dovrebbero avere pari opportunità rispetto ai loro coetanei dei licei? Limitare le scienze ai tecnici significa sancire una disparità sociale: da un lato chi è formato per pensare, dall’altro chi è addestrato per eseguire. Ma l’uomo deve restare al centro del mondo, non essere sacrificato sull’altare della produzione. Il D.L. 45/2025 rischia di consegnare alla società diplomati privati degli strumenti per essere cittadini liberi. Una riforma nata nel silenzio, che dimezza i tempi della conoscenza e comprime il pensiero critico, rischia di formare esecutori in un mondo che avrebbe invece bisogno di menti consapevoli. Per affrontare le sfide del futuro, la scuola deve garantire a ogni studente quel bagaglio scientifico che lo renda un uomo consapevole del proprio posto nel mondo.
Docente di scienze ITT Dorso Avellino




