Un imprenditore irpino di ventotto anni è finito nel registro degli indagati della Procura di Napoli nell’ambito di un’operazione che ha disarticolato un sodalizio criminale legato al clan Mazzarella, specializzato in frodi informatiche a danno di correntisti bancari.
Ieri i carabinieri del comando provinciale di Napoli hanno eseguito misure cautelari a carico di 16 persone ritenute vicine al clan Mazzarella. Il provvedimento è stato emesso dal gip del Tribunale di Napoli, su richiesta della DDA partenopea. Gli indagati sono gravemente indiziati di associazione per delinquere, frode informatica e accesso abusivo a sistemi informatici, detenzione abusiva di armi. Reati aggravati dalle finalità mafiose. Documentate truffe mediante attività di phishing, vishing e la clonazione di siti di istituti di credito.
Le indagini, sviluppate tra il 2022 e il 2024 dal Nucleo Investigativo Carabinieri di Napoli e coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Napoli, hanno consentito di documentare l’operatività di un’associazione per delinquere riferibile al clan Mazzarella, attivo a Napoli e provincia. Tra i destinatari della misura figurerebbero i capi promotori del clan e tra questi ci sarebbero anche elementi di spicco della consorteria camorristica.Il gruppo criminale smantellato dall’operazione dei carabinieri di Napoli operava attraverso sofisticate piattaforme digitali in grado di replicare fedelmente i portali web di primari istituti di credito, riproducendone persino i numeri di telefono ufficiali.Un metodo rodato, quello del cosiddetto spoofing bancario, che abbassa drasticamente le difese delle vittime, convinte di interloquire con operatori del proprio istituto.
Gli indagati riuscivano a truffare le vittime mediante attività di phishing (e-mail contraffatte) e vishing (telefonate fraudolente), attraverso le tecniche di caller ID spoofing (modificando il numero del chiamante in modo da far figurare quello dell’istituto di credito di appartenenza), inducendo così in errore la vittima, che ritenendo di parlare con un operatore del proprio istituto di credito rivelava dati sensibili, anche attraverso l’inoltro di successivi link che conducevano a siti “clone”. Inoltre, gli indagati qualificandosi quali operatori antifrode, ma anche come agenti della polizia postale o militari dell’Arma dei Carabinieri, convincevano le vittime a disporre bonifici in loro favore, per scongiurare supposte operazioni illecite sui relativi conti correnti. Contestualmente è stata data esecuzione ad un sequestro preventivo per quasi 1 milione di euro. E nelle attivita’ di riciclaggio avrebbe avuto un ruolo il ventottenne imprenditore avellinese, finito sotto inchiesta da parte della Procura Distrettuale Antimafia di Napoli per aver concorso insieme al gruppo a riciclare i soldi delle truffe online. Secondo le accuse, nel marzo 2024 uno dei promotori del gruppo legato ai Mazzarella dediti alla truffa avrebbe acquistato una moto del valore di 13.500 euro intestata alla società dell’imprenditore avellinese. Da qui l’accusa di autoriciclaggio pe l’esponente ritenuto vicino al clan e quella di riciclaggio e trasferimento fraudolento di valori per l’imprenditore. Stesso ruolo sempre di una società di fatto gestita dal ventottenne ma intestata ad un suo familiare (non indagato) nella vicenda del l’intestazione del contratto di leasing di una Porsche Macan, a nome di un’altra società della famiglia con sede a Carpanzano, in provincia di Cosenza, a beneficio di Emanuele Brusco, figlio di Gennaro. Infine anche per l’acquisto di un Rolex.
In almeno un episodio ricostruito dagli inquirenti,l imprenditore irpino avrebbe partecipato direttamente alla fase di adescamento: su sollecitazione di altri indagati già destinatari di misure cautelari, avrebbe contattato telefonicamente una vittima designata, tentando di convincerla che era in corso una frode nei suoi confronti e che l’unico modo per scongiurarla fosse trasferire immediatamente il denaro su un conto diverso.
Le telecamere di sorveglianza hanno inoltre documentato la sua presenza, in compagnia di una donna non identificata, nella sede operativa napoletana del gruppo, in occasione di una truffa che fruttò alla banda circa 15.500 euro ai danni di un correntista. In quel frangente, tuttavia, agli atti non risulta un suo coinvolgimento attivo.Quando il gruppo si trovò costretto a spostare la propria base operativa — allertato dall’insolita presenza delle forze dell’ordine nelle vicinanze — l’ imprenditore irpino avrebbe messo prontamente a disposizione alcuni locali di sua proprietà situati nella zona industriale di Avellino.
Sul piano del riciclaggio, la pubblica accusa sostiene che il giovane imprenditore, nella sua veste di amministratore unico della società di famiglia,
avrebbe consentito a d un elemento di spicco — oggi detenuto e ritenuto affiliato al clan Mazzarella, guidato da Michele Mazzarella, anch’egli in carcere — di reimpiegare denaro di provenienza illecita in operazioni speculative.
Nonostante il quadro accusatorio articolato dalla Procura, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli, Luca Della Ragione, ha negato l’applicazione di misure cautelari nei confronti dell’imprenditore irpino e di un esponente del clan per le accuse di riciclaggio, ritenendo non raggiunta la soglia della gravità indiziaria.



