di Antonio Emanuele Piedimonte
«Amare le persone significa imparare le canzoni che sono nel loro cuore, e cantargliele quando le hanno dimenticate», parole della divina Greta Garbo che, evidentemente, sapeva che la musica contiene lo stesso potere magico delle madeleine di Proust, cioè può trasformarsi in un viaggio nel tempo immergendoci nell’universo emozionale dei ricordi.
La storia degli uomini è la storia delle canzoni che l’hanno incisa dentro quell’invisibile diario che tiene insieme le passioni personali e i turbamenti collettivi, i sommovimenti dell’animo e il battito dell’anima mundi; mappa mnemonica sentimentale ma anche narrazione che si fa “colonna sonora” della storia (con la maiuscola), dunque il raro luogo dove si incontrano poesia e cronaca. E chi meglio di un brillante giornalista di lungo corso poteva cimentarsi nell’ardua impresa di riavvolgere il nastro degli ultimi settanta anni? A raccogliere la sfida, infatti, è stato Antonio Tricomi, storica firma del quotidiano “la Repubblica”, che arriva ora in libreria con “Certe canzoni” (Guida, 184 pagine, 14 euro), agile antologia delle canzoni che hanno sedotto e appassionato moltitudini, fungendo da cassa di risonanza per intere generazioni.
Il sottotitolo (“rock, pop, cantautori”) sintetizza l’ampio orizzonte di questo intrigante excursus – destinato a saziare le curiosità dei più giovani e ancor di più quelle dei loro genitori – che spiega la genesi e rivela i retroscena di quei pezzi che hanno fissato nel profondo i momenti cruciali del Novecento. Vicende che in alcuni casi si riverberano nei drammatici scenari odierni, dal lungo e pressocché dimenticato conflitto in Indocina (“Le deserteur” di Boris Vian) alla più famosa guerra del Vietnam (“Born in the Usa” di Springsteen). E prima ancora la tragedia più grande, la Seconda guerra mondiale, che all’ombra del Vesuvio fu evocata (per le sue indirette conseguenze) nella celeberrima “Tammurriata nera”. Composta da E.A. Mario ed Edoardo Nicolardi, la canzone (la più antica della raccolta) narra la tormentata vitalità del Dopoguerra attraverso la storia vera della nascita di un bambino di colore da una donna napoletana; pubblicata nel 1944, avrà una vasta popolarità solo trent’anni dopo grazie alla Nuova Compagnia di canto popolare.

LA “TAMMURRIATA DELL’ALFASUD” DEI ZEZI
Un altro tipo di guerra ispira Giorgio Faletti nel 1994, quando porta sul palco di Sanremo “Signor tenente”, dolcissima e straziante nenia dedicata alle vittime delle stragi di mafia (il brano si piazzerà al secondo posto e il refrain “Minchia signor tenente…” si scolpirà nelle menti).
Le canzoni della Storia e la storia dietro le canzoni. Dal vinile a Youtube, l’excursus dell’autorevole critico napoletano ci porta in giro per l’Italia e il resto del mondo. Specchio di ciò che accade intorno, sono opere che alternano il sorriso al pianto. Si passa così da immagini più leggere – Lucio Battisti a cavallo (poi ricordato da Adriano Celentano con “L’arcobaleno”, scritta da Mogol a un anno dalla morte dell’artista); John Lennon che lascia la moglie; la neve che imbianca Roma – a scenari decisamente più impegnativi e dolenti: il delitto Kennedy, il referendum sul divorzio, l’emergenza rifiuti. E nel quadro delle denunce sociali che diventano politica militante emergono gli “Zezi” di Pomigliano d’Arco, il gruppo folk operaio che per primo narrò lo scandalo delle morti bianche raccontando la strage dell’11 aprile del 1975, quando a Sant’Anastasia una fabbrica di armi giocattolo saltò in aria uccidendo dodici lavoratori; il nome dell’azienda sarà il titolo della canzone, “’A Flobert”, inserita nell’album di esordio: “Tammurriata dell’Alfasud”.
DE ANDRÈ E LA BEAT GENERATION
L’intenso racconto storico a tratti assume giocoforza le fattezze di una “Spoon River”, sia per la natura rovinosa delle grandi vicende storiche sia perché buona parte di chi le ha interpretate è andato via. Ma i poeti, come tutti sanno, sono immortali, e qui lo sguardo si ferma su Fabrizio De Andrè e sulla sua “Hotel Supramonte”, cronaca poetica dei giorni del suo sequestro (fu rapito insieme alla compagna Dori Ghezzi) da parte di banditi sardi, un’altra piaga di quegli anni. Il cantautore genovese si era ispirato a un articolo per quel capolavoro che si chiama “La canzone di Marinella”, prodigiosa favola nella quale sublimò l’assassinio di una prostituta genovese.
Per ogni canzone, Tricomi svela curiosità e inquadra autori e interpreti, il tutto in agili capitoli che compongono un suggestivo mosaico storico. C’è il premio Nobel Bob Dylan e la scatenata Caterina Caselli, il romantico e disimpegnato Gigi D’Alessio e i rivoluzionari Nomadi che cantano l’intellettuale Francesco Guccini in un pezzo (“Dio è morto”) ispirato alla straordinaria parabola letteraria della Beat Generation (Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti e company).

“NEL BLU DIPINTO DI BLU”
I mitici anni Sessanta (copyright del compianto Minà) sono quelli dello slogan (trai tanti): il personale è politico, che spiega bene l’impellenza dell’impegno rivoluzionario, ma sono anche quelli di “My Way” di Frank Sinatra e di “Sapore di sale” di Gino Paoli (scomparso nei giorni scorsi), “Like a Rolling Stone” di Bob Dylan e “Nel blu dipinto di blu” (per l’esattezza del ‘58) di Domenico Modugno, “Space oddity” di David Bowie e “Se telefonando” di Mina. Ma anche di “Suzanne” di Leonard Cohen) e “Pensiero stupendo” di Patti Pravo), di “Sympathy for the devil” dei Rolling Stones e “Piazza Grande” di Lucio Dalla). E ancora: Lou Reed, i Who, i Genesis, e naturalmente i Beatles. Nel 1967 Paul McCartney scrive “Helter Skelter”, il pezzo vuole essere irriverente e provocatorio ma finirà inglobato nel più oscuro immaginario occultistico per colpa di una banda di assassini (che l’autore giustamente definisce “decerebrati”) i quali scrivono il titolo del brano su un muro con il sangue delle loro vittime, tra cui l’attrice Sharon Tate (incinta di otto mesi) moglie di Roman Polanski. La leggenda nera, spiega Tricomi, finirà solo nel 1987 grazie agli U2 e a Bono Vox, che sul palco di Denver grida alla folla: “Questa è la canzone che Charles Manson ha rubato ai Beatles. Adesso noi ce la riprendiamo”.

CHARLES AZNAVOUR E PEPPINO DI CAPRI
Gli anni Settanta sono meno popolari ma ugualmente mitici. A spiccare sul fronte dell’impegno c’è Charles Aznavour, che squarcia il velo delle ipocrisie sul tema dell’omosessualità con la sua “Comme ils disent”. Sulle rive del Golfo cominciano a farsi notare due talentuosi fratelli di Bagnoli, Eugenio e Edoardo Bennato (“Se un giorno credi”, scritta con Patrizio Trampetti). Altra pagina da sfogliare è quella dove si racconta di come David Bowie e Brian Eno si unirono per raccontare un amore sbocciato sullo sfondo del Muro di Berlino, ovvero uno dei più cupi simboli della guerra fredda, gelida lama appoggiata sul cuore del Novecento. Tempi di paure e mestizie, spesso esorcizzate con l’armoniosa potenza dei sentimenti, un esempio perfetto (e nostrano) è Peppino di Capri, che mette da parte i trascorsi rock e manda tutti in brodo di giuggiole cantando “Champagne” (di Mimmo Di Francia, Depsa e Sergio Jodice), romantico successo planetario che sarà apprezzato anche da Antonio Carlos Jobim e contribuirà alla tenuta demografica dell’Occidente.

LA BELLA ‘MBRIANA DI PINO DANIELE
Sorta di piccolo dizionario enciclopedico biografico prêt-à-porter, il volume del giornalista napoletano – al quale dobbiamo il recente omaggio a Ornella Vanoni, un appassionato instant book intitolato “Ci siamo innamorati di te” – è una carrellata che non può essere riassunta adeguatamente nello spazio di un articolo, tuttavia prima di chiudere è doveroso rammentare due cantautori italiani, entrambi scomparsi prematuramente. Il primo è Luigi Tenco, che nel 1967 presenta “Ciao amore ciao” al Festival di Sanremo e, deluso per l’accoglienza che gli viene riservata dalle giurie, si uccide la notte stessa in albergo con un colpo di pistola; Dalida, la splendida cantante che ha condiviso l’esperienza sanremese, torna a Parigi e dopo aver presentato la canzone dell’amico ingerisce una forte dose di barbiturici, rimane in come per giorni (ci riproverà vent’anni dopo, questa volta purtroppo riuscendo nell’intento).
Il secondo è uno dei massimi simboli del panorama artistico musicale napoletano: Pino Daniele, del quale il libro ricorda una delle sue perle più famose: “Bella ‘mbriana” (1982), magico tuffo nella Napoli medievale dove è cresciuto (l’area di Santa Maria La Nova) e ci accompagna nei sotterranei dell’immaginario che custodiscono i fatati tesori della città, la storia delle sue leggende popolari, la musica del suo altrove.
Il volume verrà presentato mercoledì primo aprile alle 18 nel megastore Feltrinelli di piazza dei Martiri a Napoli, alla presenza dell’autore, con lo scrittore Ernesto Di Cianni e il cantante-chitarrista Nando Misuraca.



