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La rivoluzione che non c’è 

Temo che se non ci sarà una vera rivoluzione culturale. Anche i prossimi appuntamenti elettorali, politiche e amministrative, rischiano di trasformarsi in una grande occasione perduta. Dico questo perché osservo, con grande rammarico, le vicende che accadono in quest’ultimo periodo e che mi portano a riflettere sul concetto dorsiano di classe dirigente. Ci sono almeno tre antichi vizi che minano la credibilità. Sono: trasformismo, clientelismo e nepotismo. Questi vizi sono tra le cause maggiori del fallimento della questione meridionale e, nonostante siano stati combattuti, riescono ancora oggi a resistere con maggiore impudicizia di ieri.

Osservo l’immonda battaglia delle tessere nel Pd e resto basito per la totale assenza di novità, sia nei soggetti della battaglia politica sia nei programmi che s’intende portare avanti. Intanto si registra una rottura insanabile tra il mandato di rappresentanza di un tempo non molto lontano e il bilancio che i parlamentari uscenti si accingono a presentare al corpo elettorale. Un tempo la capacità dimostrata dai parlamentari di raccordare le esigenze del territorio ai grandi scenari della politica e quindi il conseguente obiettivo dello sviluppo del Paese era assunto con spirito di servizio. Aldo Moro, ad esempio, ben coniugava il suo meridionalismo pugliese con le grandi strategie dell’Italia nell’Europa. Gli stessi parlamentari irpini, a cominciare da Fiorentino Sullo per finire a Ciriaco De Mita, hanno sempre avuto come riferimento i bisogni del territorio, coniugati con il pensiero politico delle grandi strategie del Paese. Di questo oggi non rimane nulla. Non solo perché sono mutati i tempi, la politica è diventata cosa altra, anche per le conseguenze di Tangentopoli (che non si è esaurita, nonostante la distruzione dei partiti storici), ma soprattutto perché l’invadenza del mercato e dell’economia hanno condizionato la capacità dell’elaborazione del pensiero politico, intorno a cui si aggregavano gli interessi più disparati.

Oggi il bilancio di chi gode del mandato di rappresentanza è magro.  La necessità di far valere l’identità è stata sostituita dallo spurio criterio dell’appartenenza per il conseguimento del potere. Da qui la nascita di leadership mediocri e l’affermazione di un ceto politico che si impone per quantità e non certo per qualità. Qui ritorna il vizio del trasformismo che si intreccia con il clientelismo. L’importante è non badare alla qualità dei soggetti da impegnare, ma alla quantità dei consensi da raccattare. Un chiaro esempio di queste dinamiche si ha oggi nella nostra provincia e nel suo capoluogo. C’è, infatti, chi per assicurarsi il consenso porta avanti un sistema molto spiccio che è quello di imbarcare tutti quelli che gli si presentano davanti. E così ci si ritrova con voltagabbana che, pur di ottenere qualche mancia, sono disposti anche a vendere la propria dignità. Poco importa se chi si pone in questa condizione è già stato responsabile del fallimento politico o amministrativo recente e di traguardi mancati.

A me ha procurato disgusto osservare delle immagini di supporters e clienti con la testa in su per rimirare chi dal balcone, evocando antiche suggestioni, teneva a bada una schiera di politicanti tuttofare che, come marionette, annuivano e battevano le mani nell’intensificarsi del tono dell’oratore.
Tutto questo, in verità, non mi scandalizza, mi preoccupa: credo infatti che le prospettive di riconquistare la speranza sono più che sfumate. Premiare o proporre all’elettorato gli stessi soggetti che, avendo avuto responsabilità di governo, hanno finito per deludere le aspettative è come voler ripercorrere una strada notoriamente in procinto di franare.

Già, dimenticavo di affrontare l’aspetto del nepotismo, altro cancro che mina la credibilità politica. Esso nasce dal voler imporre all’elettorato soggetti che, sebbene esperti in affari con grande raffinatezza, usano il potere per fini personali, a volte servendosi anche di compiacenti magistrati. Racconterò, a tempo debito e con tanto di documenti, una vicenda personale che mi ha visto succube, ma non piegato, di personaggi discussi che hanno usato la magistratura per coprire alcune loro nefandezze, a dispetto di chi insegnava che la politica si fa nelle sedi opportune e mai in tribunale. Questa che a prima lettura sembra una digressione è, invece, solo la dimostrazione di come la politica sia caduta in basso, trasformandosi, come spiega bene in un suo libro Gianfranco Rotondi, in spudorata casta.

Oggi il problema vero non è solo quello della denuncia, che comunque è sempre utile e necessaria, ma è di capire da dove ripartire se si vuole estirpare quel cancro malefico che mina il cuore della società irpina. Rileggere il recente e attuale passato è come affidarsi alla malinconia per una provincia e di una città che oggi arrancano. La vicenda di queste ore che vede la Dogana espropriata solo in parte per incapacità di redigere con competenza una pratica amministrativa, o l’altro caso che vede il Teatro Gesualdo sul punto di chiudere i battenti, mentre la Regione finanzia il Verdi di Salerno e il Trianon di Napoli e destina al nostro Comunale solo un progetto speciale, o ancora, non riuscirsi a spiegare perché la Bonatti resti chiusa a metà, sono tutti fatti che evidenziano inauditi ritardi che fanno capo a chi era stato chiamato a governare la città. E spesso si tratta dei veri responsabili di questo disastro con la complicità di altri che amano tramare nell’ombra. Se così è, occorre allora il coraggio della sfida. Il coraggio delle scelte. Che deve vedere protagonisti non più i soliti soggetti, ma coloro i quali sino ad oggi sono rimasti impassibili di fronte allo sfascio che si consuma sotto i loro occhi, quelli che amano criticare più che costruire o aiutare a farlo.

C’è in Irpinia una borghesia parassitaria che non intende concorrere ad affermare il concetto del bene comune. Una classe che più che impegnarsi nel proporre idee di crescita sociale e di sviluppo preferisce accodarsi a chi promette stracci di potere individuale. Ci sono intellettuali di solida esperienza culturale che si tengono lontani dall’impegno civile. Molti professionisti, poi, vedono la politica come presidio di affari e basta. C’è una intera comunità di cittadini che, pur non condividendo le scelte che si fanno, tacciono o si fermano alla critica inconcludente e spesso pettegola. Oggi occorre stanare tra questi i migliori e chiedere loro di scendere in campo. Si mettano insieme esperienze consolidate e nuovo entusiasmo per impegnarsi a favore delle comunità. Non occorre far valere l’appartenenza partitica che ha già perduto il suo orgoglio consumandosi in piccole beghe, ma è urgente riaffermare la solidarietà per gli obiettivi che si vogliono raggiungere.

Nella scelta del mandato di rappresentanza, a mio avviso, l’importante è chiudere la partita delle candidature prima di andare al voto. Penso ad una sorta di primarie senza steccati e con programmi chiari. Ad un confronto aperto e a più voci che emargini il peggio e promuova chi davvero desidera l’interesse della comunità. Forse è un sogno. Ma è il solo modo per uscire dalla palude e dare vita ad una necessaria rivoluzione culturale.

di Gianni Festa edito dal Quotidiano del Sud

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