“Un esperimento che nasce dal tentativo di trasferire in parole il linguaggio musicale, così i tredici racconti richiamano le tredici kinderszenen per pianoforte che Schumann compose nel 1883 e che fanno parte del mio repertorio da 35 anni. Si tratta di componimenti che esprimono le emozioni di un bambino, non sono pezzi per bambini ma di bambini. E questi bambini, col tempo, si sono fusi in uno solo, Enrico, il protagonista”. E’ il compositore Gianluca Di Donato a raccontare come nasca la raccolta Kinderszenen, presentata all’Angolo delle storie di Avellino., nel corso di un confronto con la prof.ssa Annamaria Pellecchia. “E’ chiaro – spiega -che c’è tanto di me in questi racconti che vogliono essere anche un invito a riscoprire la parte più autentica di noi stessi, il bambino che c’è in ognuno di noi, capace di miracoli straordinari. Un bambino che ho cercato a lungo di controllare, di cui ho scelto spesso di non ascoltare la voce. Così nelle pagine di questo libro trovano spazio episodi vissuti, immaginati ma anche subiti o semplicemente momenti e scene che avrei voluto vivere. Senza alcun sentimentalismo, perchè l’emozione per arrivare deve essere autentica e quindi deve passare attraverso quello che Novalis chiama “il velo dell’ordine”. Del resto, è quel bambino a ispirare anche i kinderszenen di Schumann, apparentemente semplici ma autentici capolavori. Una raccolta a cui si affianca anche una mia registrazione di brani attraverso il link youtube di una mia esecuzione live a Genova, nella galleria di Palazzo Spinola. Un concerto in tempo di pandemia al quale poterono accedere solo 15 persone, così da creare un clima di forte intimità. Scorrendo i racconti si comprende anche il senso di quella parola tornare che il protagonista scrive su un quaderno bianco. Poichè il viaggio è un atto di fiducia verso ciò che qualcun altro aveva segnato sulla carta anni prima”. Racconti in cui, scrive Di Donato, “Non c’è una morale, non c’è una lezione da imparare. Solo tredici oggetti. Tredici scene che si affacciano, senza un ordine preciso, come fotografie ritrovate in una scatola. SE vi va possiamo aprirle insieme. Non serve capire, basta restare un momento in ascolto”
Un libro che è frutto anche della sua passione per compositori come Schumann, il più romantico di tutti, che soffrirà tutta la vita e morirà in un manicomio. Una passione che abbraccia tutta la cultura tedesca tra Ottocento e Novecento. Presto, poi, dovrebbe essere pubblicato il terzo volume della trilogia dedicata alla liederistica”. E’ Pellecchia a porre l’accento sull’infanzia come un universo in miniatura che prende forma nella narrazione, “Non si tratta di un mondo fiabesco in cui non esistono paure ma di un universo che potremmo definire una categoria dell’essere, attraverso una costante alternanza tra lo sguardo del bambino e quella delll’adulto. L’infanzia diventa così innanzitutto il tempo della scoperta, un tempo che contiene in sè già barlumi dell’età adulta”. A sottolinearlo lo stesso autore “Enrico scoprirà, ascoltando l’abbaiare di un cane che sembra assumere all’improvviso sembianze umane, che certi suoni possono trasformarsi e la gentilezza di un momento può diventare ferocia senza che nessuno abbia deciso di cambiarla, poichè questa è la vita dei grandi, si riempie di suoni che cambiano, di voci che, da lontano, diventano minacce, di promesse che si sciolgono nel buio come se nulla fosse mai certo. Crescere significa anche capire quando qualcosa che sembra familiare sta diventando altro”. Un itinerario che parte dal suono di un pianoforte sul pianerottolo e dal corso del fiume Ofanto, dai borghi di Teora e Aquilonia, dagli antichi tratturi della transumanza prima osservati su una mappa e poi vissuti per scoprire che “le mappe non mostrano la strada perchè sia percorsa una sola volta”.



