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L’incendio divampato nelle settimane scorse intorno alla sanità irpina si è propagato rapidamente. Tuttavia, proprio l’improvviso rigurgito di bellicosità e la differenza nelle reazioni – soprattutto nel Pd – sono apparsi un pò sospetti. Forse finalizzati a far dimenticare le responsabilità del partito di maggioranza relativa nel non avere una linea unica. E a utilizzare perciò un discutibile provvedimento aziendale come un diversivo per inammissibili rese dei conti politiche fra partiti.

Premessa. Le aspre polemiche di questi giorni hanno dimostrato che la sanità é una cosa troppo seria – con implicazioni profondissime su alcuni beni primari dei cittadini – per lasciarla in mano a dei manager. E non per le loro più o meno ampie capacità. Bensì per la diversità oggettiva dei loro orizzonti e della loro mission, soprattutto in una regione in rientro dal deficit. Essi sono tenuti in genere a preferire le soluzioni più economiche e più immediate, anche quando penalizzanti. Il politico, invece, le soluzioni giuste in una prospettiva di più lungo periodo. Invece, quando si trattò di varare la legge sulle nomine dei manager, per vigliaccheria buona parte della classe politica, volendo liberarsi da dirette responsabilità, concepì la vergognosa soluzione del farlocchissimo albo delle larghissime competenze nel quale la regione poteva pescarli.

Con il non detto del ricatto da parte dei manager di dover compiere, in cambio della nomina e di buone prebende garantite, il lavoro “sporco”, cioè tagli e soppressioni. L’atteggiamento della manager Asl é apparso arrogante per essersi sottratta ad un vero confronto con gli amministratori locali e per la successiva difesa ad oltranza del suo atto nonostante il coro di proteste. Amplificate dai mezzi di informazione, con particolare riferimento alle sue conseguenze. Infatti, appare oggi più urgente la necessità di modificare le decisioni prese. Estremamente preoccupanti nel caso più clamoroso, quello della sopravvivenza stessa dell’ospedale “Criscuoli” di Sant’Angelo dei Lombardi, oltre che del “Landolfi” di Solofra. Lo scudo dietro il quale si è trincerata la manager – che la regione non abbia avanzato direttive o compatibili soluzioni alternative – non può bastare ad eliminare le sue responsabilità.

Certamente, però, fa riflettere sulle gravi insufficienze degli organi deputati a fare valutazioni politiche delle situazioni in ambito sanitario. Innanzitutto il Governatore e onnipotente commissario governativo per la sanità, per i suoi poteri quasi monarchici. Finora non é andato al di là di generiche buone intenzioni. Difficilmente, tuttavia, basterebbero gli annunciati ricorsi al tar per far riconsiderare aspetti che non attengono a inadempienze amministrative. Occorrono invece valutazioni politiche più ampie. Esse richiedono una chiarezza di visione sulla sanità che il Pd ha mostrato finora di non avere. Ha rivelato, infatti, tante facce diverse. Ma quale è la linea? Quella di De Luca, che – da vecchio marpione fautore dell’attacco come migliore difesa – a Loreto ha tacciato i sindaci, anche quelli Pd, di essere lamentosi, trincerandosi dietro le ristrettezze del piano di rientro (alle quali miracolosamente però ogni tanto deroga?) Quella di tanti primi cittadini, autentici portavoce dei territori? Quella di qualche sindaco, prima dormiente, ora svegliatosi come difensore di un ospedale? O quella dei deluchiani, che hanno cercato di circoscrivere alla manager le proteste, per impedire che la loro esplosione incontrollata potesse ricadere sullo stesso Governatore? Mistero. In conclusione, comunque, un’altra occasione perduta da parte del pd per dimostrarsi vera classe dirigente. Non è concepibile andare in ordine sparso su questioni di tale rilevanza. Nè piegare le soluzioni alle necessità politiche del momento pre-elettorale. Occorre, invece, la capacità di mettere insieme le forze attraverso dei compromessi utili a raggiungere risultati concreti. Che è poi quello che si aspettano le popolazioni irpine!

di Erio Matteo edito dal Quotidiano del Sud

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