Martedì, 11 Agosto 2026
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Rivive in un volume l’eredità di La Penna: rigore morale e passione per la verità

Parte da Oscata, il borgo natio dell’intellettuale irpino, il tour di presentazione del libro su Antonio La Penna, l’illustre professore del mondo classico, influente intellettuale del ‘900 al quale Paolo Saggese e Giuseppe Iuliano hanno dedicato una raccolta di saggi, ricordi e testimonianze dal titolo “Antonio La Penna, l’uomo, l’intellettuale e lo studioso del mondo classico”, edito da Terebinto

Parte da Oscata, il borgo natio dell’intellettuale irpino, il tour di presentazione del libro su Antonio La Penna, l’illustre professore del mondo classico, influente intellettuale del ‘900 al quale Paolo Saggese e Giuseppe Iuliano hanno dedicato una raccolta di saggi, ricordi e testimonianze dal titolo “Antonio La Penna, l’uomo, l’intellettuale e lo studioso del mondo classico”, edito da Terebinto Edizioni di Ettore Barra.

L’incontro di Oscata vedrà la partecipazioni di molti intellettuali (tra i quali Paolo Saggese, Franco Arminio, Gianfranco Imperiale, Michele Miscia, Domenico Cipriano, Nino Gallicchio, Pasquale Gallicchio),  che l’hanno conosciuto e raccontato. A ricordarlo ci saranno proprio alcuni degli autori delle testimonianze presenti nel libro, un insieme di scritti per celebrare e ricordare una delle figure più autorevoli del territorio irpino, un volume che ricostruisce i ricordi di familiari, allievi, studiosi ed intellettuali e ripercorre il percorso culturale e politico del professore oscatese.

La presentazione del libro avverrà nei luoghi irpini più significativi dell’insigne professore, ovvero il 13 agosto ad Oscata, la frazione del Comune di Bisaccia in cui è nato (ore 18:00, modera Generoso Picone); il 20 agosto ad Avellino, ovvero la città in cui ha frequentato il Liceo Classico Colletta, presso il Mondadori Bookstore (ore 18:30 modera Gianluca Amatucci con la partecipazione di Filippo D’Oria, Mino Mastromarino e Alessandro Di Napoli); il 22 agosto a Sant’Angelo dei Lombardi, paese in cui La Penna ha frequentato il Ginnasio, l’incontro è alle 17:30 presso la sede della Pro Loco.

“Se Antonio La Penna avesse saputo di un libro a lui dedicato “proveniente” dall’Irpinia, avrebbe accolto la notizia con un sorriso al contempo ironico e incredulo, come era solito, accompagnandolo con uno sguardo indagatore e spalancando gli occhi per un attimo. Avrebbe poi aggiunto, come soleva fare quando si parlava di Irpinia e del suo contributo allo sviluppo della provincia natale: «Chi si ricorda di me? Non ho fatto nulla per la mia terra, anzi ho sempre vissuto con il rimorso di averla tradita. Non merito particolari riconoscimenti in tal senso».”. Scrivono così Paolo Saggese e Peppino Iuliano nell’introdurre il volume Antonio La Penna, l’uomo, l’intellettuale e lo studioso del mondo classico”, edito da Terebinto Edizioni di Ettore Barra, dedicato a un protagonista del panorama culturale nazionale che non aveva mai reciso il legame con le radici. Poichè La Penna, uomo di poche parole, non smetteva di schernirsi, come aveva fatto, nel ricevere nel 2010 la cittadinanza onoraria da Bisaccia.  Un volume che nasce dalla consapevolezza del ruolo da lui rivestito nella formazione di tanti giovani, autentico maestro: “Egli è stato con la sua vita, con il suo rigore morale e intellettuale, un esempio per molti giovani, che hanno riconosciuto in lui un maestro e un modello da seguire, la speranza di poter cambiare la propria esistenza e quella degli altri attraverso l’impegno e lo studio”.

“Antonio La Penna – scrivono Saggese e La Penna – induceva tutti noi a dare il meglio, non pensando di poter eguagliare il suo percorso prodigioso, ma di guardarlo come un apripista di una strada comune da seguire, pur restando dietro il maestro.” Tanti i saggi che impreziosiscono il volume, dalla commovente nota dei figli Giovanni e Paolo, ai contributi dei professori universitari e allievi di Antonio La Penna: Mario Citroni, lo storico Arnaldo Marcone, Stefano Grazzini, Elisa Romano e di altri accademici come Francesco D’Episcopo e Filippo D’Oria, Fausto Giordano o ancora Gerardo Bianco, già Ministro della Pubblica istruzione, intellettuale di valore, che fu legato ad Antonio La Penna da una profonda amicizia fino a Emanuele Narducci. E poi intellettuali e poeti irpini, che si sono costantemente confrontati con Antonio La Penna: Generoso Picone, già direttore dell’edizione avellinese de “Il Mattino”, studioso e saggista elegante e acuto, il critico letterario Alessandro Di Napoli, i poeti e scrittori Franco Arminio, Domenico Cipriano, Pasquale Gallicchio, Michele Miscia, Gianfranco Imperiale, Mino Mastromarino, Nino Gallicchio, che ha dato un importante contributo allo studio del rapporto tra Antonio La Penna e Bisaccia, Domenico La Penna, nipote del professore.

Ad accomunare i saggi l’idea di un’Irpinia che è cuore della formazione e delle scelte di La Penna “il professore, pur essendo “fuggito” dall’Irpinia a sedici anni, è stato profondamente influenzato, nei suoi studi, dalla civiltà contadina, dalle radici irpine e dalla biografia personale, che in queste pagine è analizzata da quasi tutti gli studiosi. La stessa adesione al Comunismo, le stesse coordinate gramsciane di molti suoi libri celebri, hanno origine nella biografia lapenniana, di un giovane prove niente da una famiglia di piccoli proprietari agricoli meridionali, che avevano conosciuto la fame, le privazioni, le ristrettezze economiche e avevano dovuto ingaggiare una sorda e nascosta lotta di classe per sopravvivere”.  A colpire è il ritratto dell’uomo e del padre che consegnano i figli: “Non aveva un carattere facile, aveva un senso del dovere fortissimo, era spesso così rigido e intransigente da spingerlo, in molti casi, verso posizioni molto arretrate, per noi incomprensibili. Come è stato normale crescere in mezzo a migliaia di libri, alle citazioni latine, ai racconti dei miti e alla storia antica. Anche i primi fumetti che abbiamo letto, per dire, erano quelli di Asterix, con tanto di alea iacta est e o tempora o mores. Sin da che ci ricordiamo, siamo stati portati a visitare rovine spesso sconosciute ai più, a trovarci fra le mani libri con testo a fronte in greco o a disegnare sui fogli con le bozze di libri piene di frasi in latino o greco. E poi la quantità di libri di storia e politica, fra cui uno scaffale di circa due metri carico di tutta l’opera integrale di Lenin, le montagne di riviste di cultura e società”.

Non nascondono la difficoltà di fare i conti con la memoria di un padre, considerato da tutti un monumento, fino a scoprire episodi a loro stesso sconosciuti. Per ammettere come l’eredità più grande da lui lasciata sia stata nell’ansia di verità “Ma oltre al senso del dovere verso il lavoro, aveva qualcosa che si potrebbe chiamare senso del dovere nei confronti della verità. Non ha mai voluto negare le cose come stessero, anche se erano brutte. Anche se la realtà è brutta, va riconosciuta per quello che è. Mai nascondersi, mai dissimulare, è meglio ammettere le cose come sono, che illudersi che siano migliori, e dire sempre le cose come stanno, ma mai rassegnarsi. Il riconoscimento della verità, che non significa necessariamente accettarla o condividerla, è quello che ci darebbe un minimo di dignità umana, una forma di stoicismo, poi evoluta nel suo caratteristico materialismo. Il pessimismo leopardiano, forse ancor oggi l’espressione letteraria più attuale del materialismo, era quello che citava sempre come suo esplicito riferimento. E probabilmente intendeva questo, quando una volta, dopo che uno di noi gli aveva chiesto cosa fosse un certo oggetto, rispose: «È quello che è, cosa vuoi che sia?».”. E “Per quanto avesse ripetuto sempre che nella vita si decide ben poco, fu lui invece a decidere, all’inizio cosa fare, poi a cosa dedicarsi, e alla fine quando smettere, ripetendo quello che ci diceva da bambini, perché lo lasciassimo in pace: il gioco è bello quando dura poco. Dicendolo però in latino, con tanto di bella citazione oraziana: «Nec lusisse pudet, sed non incidere ludum»”.

“Con Antonio La Penna – scrive Gerardo Bianco – siamo al vertice della critica storica e letteraria. Egli ha esplorato soprattutto il mondo antico, e quello latino in modo più sistematico e specifico, ma gli esiti dei suoi studi e della sua metodologia oltrepassano la classicità greco-romana e si pongono come testi e termini di confronto per la
complessiva cultura letteraria del nostro tempo”. L’attenzione è posta sul legame con la contemporaneità “V’è al centro della riflessione del La Penna l’“esperienza” diretta dell’opera poetica e letteraria. È su di essa, studiata in tutte le sfaccettature, oltre che nella sua essenzialità e storicità, che si misura la validità di un metodo. Regole astratte, parametri precostituiti possono indurre al fraintendimento, come già nel passato, con l’Aristotelismo, l’Hegelismo o il Marxismo, e, oggi, con le nuove “mode” estetiche che sezionano, catalogano, misurano e quantificano. La Penna non rifiuta, acriticamente, le “imperanti teorie”, ma le sviscera e ne mette in chiaro i limiti interpretativi. Mi sembra di cogliere in questo metodo, che utilizza concetti teorici, senza subordinarvisi, e che cerca, col proprio giudizio, ben formato, di aderire al testo e di comprendere fino in fondo gli autori, la condivisione della lezione del De Sanctis che La Penna, grande successore, ha originalmente riformulato e riproposto. L’analisi critica si alimenta di profondità e di ampio respiro. Essa, comunque, vive nella contemporaneità, anche quando affronta l’antico, e la sensibilità estetica del nostro tempo può, infatti, aiutare a scoprire aspetti trascurati degli antichi testi e autori”. Costante il legame con la letteratura europea “È questo un altro aspetto che caratterizza l’opera di Antonio La Penna. Accanto alla piena conoscenza della storia letteraria italiana si avverte la presenza della letteratura europea, soprattutto francese, che non è affatto secondaria, anzi ha inciso notevolmente sulla sua formazione culturale. Ne dà prova, al di là degli scritti su Diderot, Gide e Valèry, una sorprendente pièce teatrale di un inedito La Penna che immagina un dialogo tra Orazio e Voltaire”.

Alessandro Carandente spiega come “La civiltà contadina – il padre Salvatore era un piccolo coltivatore di terra – gli ha inculcato il senso del dovere, del lavoro costante, della fatica spossante e del sacrificio, strumento di elevazione economica, che lui ha trasferito poi in altra fatica: nelle sue ricerche di studioso rigoroso, inflessibile, tenace. E nella lingua latina ha ritrovato riflesso quel mondo agricolo, in Virgilio ha trovato quel lessico agrario proprio dell’agricoltura che informava di sé lo spirito romano. Perfino il suo carattere schivo, poco espansivo, scontroso, che nella sua modestia rifuggiva dall’enfasi, gli veniva dalla sua terra nativa, spersi casolari d’un borgo rurale, dalla sua famiglia, dal mos maiorum, dall’essere irpino di Oscata, misera frazione di Bisaccia. Lo stile riflette e racchiude nella sua essenzialità un modello e un orientamento etico imprescindibili. Connotata da passione disciplinata, infatti, la sua scrittura procede lucida e sicura, senza il peso ostentato dell’erudizione e dell’orpello”.  Nella sua scrittura lo stile diventa tutt’uno col contenuto “Critico verso l’Arcadia e l’uomo del Guicciardini, che racchiude i vizi dell’italiano tipico, preoccupato di mantenere cinicamente il proprio particulare, il proprio interesse personale, egli punta, da liberale e progressista, all’affranca mento dalla servitù e alla rinascita morale di ceti popolari, al riscatto di intere classi sociali. Nella sua aspirazione utopica e visionaria, pensa a una riforma che abbia la libertà come mezzo, atmosfera essenziale, necessaria, e come fine, formazione di coscienza nazionale. Per De Sanctis – seguito poi a ruota da Gramsci – nell’Italia postunitaria mancano ancora lo Stato e il popolo e, per supplire a questa carenza civica, bisogna far leva sul primato della cultura: insistere sul processo educativo, lento e molecolare svolgimento sociale, sulla libertà d’insegnamento, garantita dallo Stato, per formare le coscienze e attuare riforme che puntino al benessere sociale”.

Giuseppe Iuliano ricorda l’amicizia nata con l’intellettuale di Bisaccia, a cui volle rendere omaggio con le sue prime raccolte “Penso che a fare da collante fu la tua prossimità umana e solidale di Irpino, più che la condivisione letteraria di un libro: entrambi inquieti per le ferite e le cicatrici di una terra bisognevole, da sempre, di comprensione e sostegno. Nacquero un sodalizio e un carteggio, cementati da fortunati incontri in Irpinia: Montemiletto (settembre 2002); Avellino – Biblioteca Provinciale-sala Penta (7 maggio 2005), presentazione del tuo libro Aforismi e autoschediasmi. Non ricordo la voce e l’intonazione. Sicuramente subii la soggezione del tuo proverbiale rigore con possibile rimprovero per qualche mia avventurosa licenza. Oggi quella testimonianza ancora mi intriga e mi appassiona”

Quindi ne ricorda la battaglia meridionalista “Durante i miei rari viaggi nella mia terra irpina – scrive La Penna- constatando (e non era difficile!) il dilagare del clientelismo, respirando con pena e con pietà quell’atmosfera di protezioni e di ricatti, mi sono chiesto molte volte come potesse reggere così a lungo la contraddizione stridente fra quel costume politico deteriore e le esigenze di sia pure moderato progresso sostenute sul piano nazionale da uomini politici della regione. Ma è ridicolo gridare allo scandalo per l’Irpinia: se il male è più evidente in
quella zona spaventosamente depressa, non c’è dubbio che esso logora tutti i partiti governativi (o almeno quelli importanti)”. C’è in lui la consapevolezza delle ferite del Sud “Il rischio – avverte il professore – è che l’industrializzazione condotta con logica neoliberista, ovvero coniugando profitto e consumo e, quindi, controllo
culturale e ideologico, possa risolversi in una nuova forma di colonialismo ed asservimento. Le strategie, imposte dall’alto, avrebbero dovuto avere il suggerimento del popolo, titolare di esigenze e volontà”.

“Il mio ricordo di Antonio La Penna – scrive Arnaldo Marcone – è vivissimo nella sua peculiarità. Lo conobbi da studente ai suoi seminari di filologia latina alla Scuola Normale tra il 1973 e il 1977 che si svolgevano il martedì e il giovedì pomeriggio dalle 15.30 alle 17.30. (…) Capitava di incontrarci nella biblioteca del Seminario di Filologia Classica della Facoltà di Lettere e spesso avevamo brevi ma, per me, illuminanti colloqui, soprattutto su novità bibliografiche. Qualche volta mi recavo a fargli visita nella stanzina all’ultimo piano dove riceveva gli studenti e faceva esami. Di fatto sentii sempre La Penna come a me vicino, una presenza amica. Mi colpì come fosse dispiaciuto che io dovessi lasciare Firenze per andare ad insegnare a Parma e, poi, a Udine”.

Tra i fili conduttori della raccolta il rapporto con la classicità, secondo Mino Mastromarino La Penna riconosce alla poesia ovidiana di aver fondato lo stile della poesia moderna, pur preferendogli un poeta come Virgilio: “Tributa a Ovidio l’arte dell’Aneignung, ossia la capacità di appropriazione, di assunzione degli autori precedenti e contemporanei, e di rielaborarli con foggia originale” .Ma esprime dubbi sulla scelta delle trasformazioni come tema dell’opera “sembra che Ovidio non miri ad eccitare l’immaginazione, a suscitare il senso del meraviglioso e del miracolo, ma a rendere la trasformazione verosimile: descrive il passaggio minutamente, con pedanteria…». Un giudizio, quello troppo severo di La Penna, che Mastromarino mette in discussione “sia sotto il profilo morale che sotto quello cognitivo-pedagogico, il discrimine tra poesia di ispirazione etico-religioso-sentimentale (Virgilio) e poesia fantastico-dilettevole (Ovidio) non regge. Anzi, la seconda – soprattutto in quanto connotata dal divenire e dalla mutevolezza dei destini – è quella che meglio rappresenta la natura umana e la labilità esistenziale: in una parola, l’essere umano”.

Colpisce, poi, nelle testimonianze degli ex allievi, come scrive Elisa Romano, la capacità del Maestro di mantenere un contatto costante con loro “il dialogo si è solo a tratti diradato, mai venuto meno: alla distanza geografica e all’impossibilità di una frequentazione assidua supplivano lo scambio di lettere, i reciproci omaggi di pubblicazioni, e poi incontri in varie occasioni convegnistiche, numerose qui a Firenze. E ad ognuno di questi incontri si rinnovavano il piacere e l’arricchimento dati da una conversazione sempre sobria ed essenziale come nel suo stile, ma ricca di contenuti, di giudizi stimolanti, e sempre capace di di offrire uno sguardo nuovo su temi e problemi, di suscitare nuove curiosità”

Mario Citroni esplora il suo rapporto col comunismo evidenziando come “La Penna motiverà il suo avvicinamento al Comunismo proprio con le acute esigenze di equità sociale da lui sentite in base alle ingiustizie di classe sperimentate nella sua patria irpina. Figlio di un piccolo agricoltore, non indigente ma di condizione assai modesta, faceva parte della classe dei lavoratori della terra, disprezzati dai “galantuomini”, verso i quali si provava sordo ma intenso rancore, in una realtà sociale ristretta, chiusa, di ingiustizia di classe che pareva una realtà naturale, una condizione data dal destino e insormontabile nella sua perenne, secolare fissità. La Penna si era avvicinato al Comunismo organizzato a Pisa tra il 1942 e il 1943. Poi, rientrato a Bisaccia, ebbe un ruolo attivo nell’Antifascismo: sarà per qualche mese segretario della sezione del PCI del suo paese, sezione che aveva contribuito a fondare, e i compaesani lo vorranno sindaco (a 18 anni!): ma rifiuterà conscio della sua incompetenza amministrativa e inesperienza politica, e preso dagli studi. Riuscirà, grazie all’amicizia della famiglia di Antonio Maccanico, il cui padre era figura assai autorevole ad Avellino, benché notorio antifascista, a far liberare degli antifascisti incarcerati a Bisaccia per un atto provocatorio della «cricca dei galantuomini», come egli dice, che dopo il 25 luglio tentava di tenere in pugno la situazione locale”.

Un rapporto col comunismo che passa anche per la necessità di liberarsi del tutto dall’impronta dell’idealismo crociano, come spiegava lo stesso La Penna «Spesso ci accorgiamo, dopo esserci sforzati di risolvere i problemi letterari o storici scordandoci del metodo crociano, di non essere in fondo usciti dalle vie di quella metodologia e da quella fissazione di valori e di avere mutato poco più che le parole»  “Egli stesso – prosegue Citroni – riconosce al Crocianesimo la capacità avuta, allora, di sviluppare nei giovani che vi penetravano, una attitudine mentale all’approfondimento filosofico, che diventava «quasi una regola di vita» (p. 57). qui, indistinguibile dal bisogno di eticità, il nucleo di un tormento problematico che accompagnerà, con soluzioni diverse, tutto il percorso intellettuale di La Penna: il problema dello storicismo. Da un lato la necessità di spiegare i fenomeni umani nel contesto storico in cui sono intrinsecamente radicati, ma d’altra parte il rischio continuo di cadere in un determinismo e giustificazionismo, in una perdita di valore del giudizio morale, e anche estetico, se gli
eventi, le persone e le loro opere, sono immersi in una dinamica necessitante, che li trascende”. Fino all’adesione temporanea all’Esistenzialismo che “ha in La Penna una forte coloritura (difficile dire quanto “tipica”) di ansia religiosa: la limitatezza dell’individuo è avvertita come un peccato originale da cui redimersi con la conquista di una libertà propria, posta come aspirazione etica, come vocazione (pp. 74 s.). Ma era un traguardo illusorio, e si trattava pur sempre di un «esasperato chiuderci in noi stessi» (p. 77) in cui «la vita perdeva ogni costruttiva positività: restava un piacere morboso di abbandonarsi a quella cosmica religiosità pessimistica» (p. 75). La consapevolezza di ciò induce al bisogno di «cordialità umana», di «apertura di noi stessi» per «spezzare il cerchio della solitudine infeconda» (p. 78) perché «vivevamo in un isolamento o incantato dalle allucinanti bellezze
di tanta letteratura o cosciente di sé e aspettante».” Di qui la scelta del comunismo “un tentativo ancora poco saldo, visto con distacco, di dare soluzione a problemi culturali e spirituali.  La spinta viene dal «bisogno di dare un contenuto solido e chiaro a quel giovanile moralismo astratto in cui ci eravamo immalinconiti, chiudendoci in noi stessi e fermandoci davanti ad un inafferrabile trascendente»”.

Alessandro Di Napoli analizza il La Penna poeta, a partire dall’invettiva aspra e dura “nei riguardi dei padroni che in periodi diversi hanno gestito le proprietà terriere e il potere politico e non solo in Irpinia e nel Mezzogiorno”. Dalla formazione classica che emerge continuamente nella sua ricerca poetica al racconto dell’Irpinia come nella poesia Mephitis, un’Irpinia «spopolata», «desolata», «fra le montagne e i laghi, / dove banchieri meticolosi, / ossequiosi a Dio ed alla legge. / organizzano la più efficiente, / la più pulita delle schiavitù moderne».  «Sulle colline grige / negli spersi casolari / donna di castità forzata, / bambini in blue jeans, vecchi decrepiti / sui muri imbiancati / custodiscono gli antichi focolari». Una terra che combatte con lo spopolamento causato da “peste di miseria e di paura, / di rassegnazione e di torpore”» figlio della politica della nuova classe dirigente, quella dei “ras” insediatisi dopo la fine della Seconda guerra mondiale, che ha sostituito i “galantuomini”, dopo che questi avevano sostituito i “baroni”.

C’era sempre in lui la speranza di una rinascita del territorio, così nella lettera indirizzata a Filippo D’Oria, La Penna sottolineava la gioia per la scelta dell’amico di aver accolto “il compito di aiutare lo sviluppo della cultura in Irpinia. Il compito è arduo, e non ci si può attendere risultati rapidi e vistosi, ma da alcuni anni qualche germe sta fiorendo. Ciò si deve all’impegno di pochi intellettuali; quasi tutto dipende dalla volontà, dalle energie, dalle iniziative delle persone”. Narducci analizza l’impegno di La Penna sul tema dell’istruzione a partire dal saggio dedicato a La Scuola, non senza strali rivolti alla riforma Berlinguer “La valutazione che egli dà della riforma, in particolare di quella dei cicli, non lascia luogo a equivoci; essa semplicemente «distrugge la scuola dell’obbligo e insieme la scuola media superiore» (p. 132); perciò «questo libro si rivolge innanzi tutto agli insegnanti, con la speranza che, organizzandosi e facendo sentire alta la loro protesta, prendano nelle mani il proprio destino; ma si rivolge anche a studenti e famiglie che ancora sentano il bisogno di una scuola utile e formativa» (p. XI)”. Ad emergere il ritratto di uno studioso che non rimane ancorato su posizioni conservatrici “può risultare di particolare interesse il modo in cui La Penna argomenta l’opportunità della permanenza della tradizione della cultura classica nella formazione secondaria. Senza nessuna esaltazione incondizionata di un presunto ruolo sempre e comunque positivo di questa tradizione nella storia culturale europea, ma, all’inverso, con aperto riconoscimento della varietà e della contraddittorietà degli stimoli offerti da una tradizione che per molti secoli ha permeato la cultura e la civiltà dell’Europa”.

E’ ben lontano  “dall’impostare (come troppo spesso avviene) la difesa dell’eredità “classica” esclusivamente in nome di una sua pretesa “esemplarità” o dal considerare lo studio del latino e del greco come base di una cultura umanistica comunque necessaria per entrare nell’università.” Si batte, anzi, per il mantenimento (anzi, il potenziamento) di percorsi di studi vari e differenziati. Per ribadire “come La Penna, tutt’altro che magnificare la funzione della formazione umanistica in contrapposizione a quella scientifica, riconosca invece apertamente i limiti dell’egemonia umanistica la quale, in alleanza con l’Idealismo neohegeliano e con la cultura cattolica, ha lungamente condizionato la scuola italiana, e ha tenuto la cultura scientifica in condizioni di sostanziale inferiorità rispetto ai paesi più avanzati”.

Nè la scuola può essere appiattita sulla formazione alle attività professionali: «la flessibilità, la rincorsa dei rapidi mutamenti tecnologici devono entrare nella scuola di oggi […]; ma nella formazione scolastica non deve avere minor peso la coscienza della stabilità di certi valori affermati dalla civiltà europea moderna, come la libertà, la tolleranza, la giustizia, l’uguaglianza, l’amore dell’umanità tutta, ecc.».  Di qui l’idea di una scuola che proponga un modello diverso da quello imperante “Uno dei nodi centrali della proposta formativa di La Penna è l’idea di una scuola che comunichi ed elabori un sapere che sia consapevolmente diverso da quello dei giornali e della televisione; una scuola la quale, oltre e prima di educare all’uso delle tecnologie, insegni che esistono, in tutte le discipline, un sapere e una ricerca disinteressati, i quali, prima che alle applicazioni pratiche, mirano a raggiungere la verità, e che a questo fine si prendono tutto il tempo necessario, indipendentemente dai cosiddetti obiettivi di “produttività” che il panaziendalismo imperante pretende di fissare in ogni circostanza”.

Generoso Picone pone l’accento sul rapporto tra la sua analisi della favola esopica e le dinamiche della società contemporanea, un’analisi che “non può, quindi, essere letta e interpretata semplicemente come un documento della fantasia popolare, con gli strumenti antropologici che appartengono allo studio del folclore verso i quali La Penna espone un giudizio dalla liquidatoria asciuttezza critica. Bensì come testimonianze che conducono alla nascita di una ragione del popolo”. Poichè La Penna  da marxista attribuisce un’importanza decisiva al contesto, alla realtà materiale a cui l’opera rinvia. Così le dinamiche della terra irpina appaiono non diverse da quelle che regolano l’universo di Esopo “il mondo della favola esopica è fermo, intoccabile e non apprezza manifestazioni di rivolta demandate a forme di eroismo che sono considerate risibilmente e beffardamente inutili (…)La considerazione che le condizioni di vita sono non migliorabili, la constatazione che nessuna prospettiva di liberazione individuale o collettiva è perseguibile, l’accertamento che alcuna via d’uscita è possibile: queste convinzioni producono una postura di acuto pessimismo che fa sfumare il sentimento di rassegnazione nella maschera del comico”. Ecco perchè Picone parla di «meridionalismo irpino» di La Penna, «radice prima, e vitale, della sua interpretazione del mondo esopico e del particolare genere letterario che lo rispecchia», che si fa riflessione sul destino dei moderni schiavi, come i contadini d’Irpinia, di qui la scelta di abbracciare il comunismo con l’obiettivo di promuovere una svolta sociale con gli strumenti a lui propri e congeniali, con lo studio, la ricerca, la cultura.

Paolo Saggese ricorda di aver “vissuto una parte entusiasmante del mio apprendistato filologico sotto le sue “ali” non protettive, severe e rigorose, ma con il tempo capaci di consentire un volo personale e originale. Per chi, come me, può vantare la comune origine altirpina, il nome di Antonio La Penna, insieme a quello di Dante Della Terza (nato a Torella dei Lombardi un anno prima del latinista), è stato familiare sin dagli anni incerti dei miei studi presso il Liceo classico “Francesco De Sanctis” di Sant’Angelo dei Lombardi (AV). Di Antonio La Penna si citavano le “gesta” di studente del Ginnasio inferiore del centro altirpino, i suoi compiti di italiano, le sue traduzioni rigorose, la sua memoria proverbiale, la sua capacità di studio inesausta” . Fino alle lezioni presso la Facoltà di Lettere, in Piazza Brunelleschi, a Firenze (1985-1995), prima “come studente dei suoi corsi, poi come laureando nei suoi seminari ristretti, infine come dottorando di ricerca in Filologia greca e latina”.  Bellissimo il ritratto che consegna del maestro “Antonio La Penna aveva conservato la rudezza del contadino del Formicoso, di Oscata, frazione di Bisaccia, una rudezza persino esibita tra l’eleganza del fiorentino forbito dell’accademia: sembrava quasi che la civiltà contadina lo avesse forgiato nell’anima ancor più delle 10 o 15 ore giornaliere di studio, di ricerca, di riflessione, che lo hanno accompagnato credo da sempre, sino quasi alla morte (purtroppo, negli ultimi anni di vita fu privato del piacere della lettura a causa di gravi problemi di vista). Insieme a questo, il suo distaccato pessimismo, oltre che dalla civiltà contadina, era derivato anche dall’attenta riflessione sui classici, Lucrezio, Virgilio, Orazio, Petronio, Tacito tra gli altri, nonché dalle letture di molti classici italiani ed europei, di molti filosofi. In gioventù aveva coltivato l’utopia del Comunismo, che ha sempre conservato, ma ormai con gli anni era arrivato alla constatazione che l’utopia fosse irrealizzabile o comunque fosse lontana dalla sua realizzazione”.

Saggese ripercorre il fulcro della sua formazione “il magistero desanctisiano, il magistero filologico della scuola tedesca e di Giorgio Pasquali, l’impostazione marxista e gramsciana, che sfociò in una forma originale di “empiriomaterialismo”9, cioè di uno studio dei problemi incentrato sull’analisi rigorosamente empirica di fatti e idee. Da un lato egli seppe studiare e interpretare, ricostruire e rendere visibile l’eleganza estetica classica, dall’altro acquisì un rigore filologico estraneo alla  tradizione desanctisiana, infine seguì Gramsci nella necessità di studiare la letteratura all’interno di un contesto storico di riferimento, di ritenere la stessa letteratura strumento di comprensione del passato, nonché di conoscenza della società tutta, dei conflitti sociali, dei gusti, degli ideali, dei valori di un’epoca. Era insomma consapevole che un poeta o uno storico non potesse essere studiato, crocianamente, senza tener conto dell’uomo, del mondo, in cui visse”. Saggese si sofferma anche sulla sua idea di classicità ” rimase sempre convinto che, seppure la classicità non fosse depositaria di valori assoluti o di modelli cristallini, superiori ai nostri, essa fosse in grado sempre di fornire una traccia, per noi imprescindibile, per conoscere noi stessi e per comprendere la nostra vita, persino il nostro futuro”. Spiega come “L’indagine lapenniana risulta in linea con le analisi gramsciane e risponde a quell’esigenza sempre viva nello studioso di utilizzare l’antico per dare nuova luce ai problemi dell’uomo moderno. In effetti, La Penna afferma nel suo Congedo esopico di aver «speso la vita a levare la polvere dai testi dell’antichità per renderli meglio utilizzabili oggi, nella scuola, nell’università, nel circuito della cultura generale»”. Per ribadire come”dopo Francesco De Sanctis, Antonio La Penna è stato l’intellettuale più importante che l’Irpinia ha donato all’Italia e alla cultura mondiale”. della cultura generale».

Grande attenzione è rivolta anche alsuo essere sempre stato un intellettuale disorganico proprio come Carlo Muscetta, come spiegava lo stesso La Penna “Sono stato fiacco anche come militante di partito; la prima ragione, però, non è nell’impegno assiduo negli studi; l’ostacolo più rilevante era di ordine politico: la mia avversione, decisa e costante, allo stalinismo, che consideravo come una degenerazione mortale del comunismo. Per una ventina d’anni, dal 1943 al 1967, aderii al PCI, ma ogni tanto, per evitare il pericolo di essere espulso, ne restavo fuori. Non volevo abbandonare il partito, perché speravo che, prima o poi, il regime stalinista sarebbe stato abbattuto nell’URSS. Riposi grande speranza in Khrusciòv; dopo che egli fu sconfitto dalla casta burotecnocratica, che, con la sua cecità, scavava la propria fossa, uscii, anche se non immediatamente,
dal PCI; in sèguito aderii al gruppo del “Manifesto”, al quale sono stato a lungo più o meno vicino; ancora oggi, benché lontano da ogni attività politica, sono vicino alla sinistra radicale, purché eserciti verso il Partito Democratico una funzione di critica e di stimolo, non di ostilità preconcetta: oggi come oggi, il governo migliore a cui l’Italia possa aspirare, è un governo di centro moderato e riformatore”.

“Mi sono chiesto più volte – scrive Arminio – come avrebbe visto/il paese se ci fosse rimasto dentro,/come il paese avrebbe visto lui,/se gli fosse toccato avvistare/quel promontorio antropologico/che si pone tra chi ha successo e chi non ce l’ha./L’indole spinosa degli irpini sicuramente/avrebbe graffiato la sua anima vigorosa/e lui non avrebbe risposto con la resa./È stato un bene che la vita gli ha risparmiato/duelli inutili nella propria terra/e gli è toccato indagare la grande poesia latina/con una vibrante filologia”

Prezioso anche il contributo di Domenico La Penna nella doppia veste di presidente dell’associazione “Oscata in
Vita”, nata ad Oscata, proprio per valorizzare il borgo rurale dove è nato il professore Antonio La Penna, e di pronipote, perché nipote del fratello Angelo che ha continuato l’attività agricola di famiglia “Antonio La Penna ha vissuto la sua infanzia in una famiglia sì di umili contadini, ma intellettuali. In un borgo formato da case di agricoltori, pastori e braccianti presenti lungo una strada circondata da masserie, vigneti, orti e aie, popolata però da persone che mostravano verso la cultura un profondo desiderio di conoscenza, utilizzata anche ai fini sociali. Il padre, Salvatore La Penna, tra l’altro raccontato magnificamente da uno scrittore di Bisaccia, Pietro De Carlo, era una figura di riferimento nella comunità, veniva spesso interpellato per leggere lettere, dirimere controversie, rispondere e fare richieste ai vari enti”. Forte il legame con Oscata a cui ha dedicato alcune poesie, dalle quali trae “ispirazione proprio un murales che l’associazione locale “Oscata inVita” ha orgogliosamente dedicato ad uno degli intellettuali più influenti nella storia della letteratura classica del ‘900 nato proprio in una masseria di Oscata, luogo coincidente con l’ispirazione di tanti altri autori locali che proprio al borgo natio del professore hanno dedicato autobiografie, narrazioni e racconti riportati in diverse opere ambientate nell’allora popolosa contrada rurale di Bisaccia”.

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