“La femminanza richiama l’idea dell’alleanza tra donne, la forza originaria di colei che nutre ma è al tempo stesso un archetipo legato alla memoria, che tramanda saperi antichi ma non rinuncia alla ricerca d’anima: e’ libertà di ribellarsi, senza distruggere ma scavando nel dolore per creare spazi in cui riconoscersi, in cui il fuoco creativo possa emergere”. Spiega così Antonella Mollicone “La femminanza”, presentato ieri alla libreria Mondadori nel corso di un incontro, promosso dall’Accademia dei Dogliosi, con la docente e scrittrice Ilde Rampino e Fiorentino Vecchiarelli dell’Accademia dei Dogliosi. “Molte delle protagoniste della storia – spiega Mollicone – sono parte integrante della mia famiglia, sono donne che hanno subito violenza o conosciuto sofferenze senza fine. Hanno dovuto fare i conti con l’ansia di rivalsa, fino a diventare simbolo di una solidarietà che è sempre gesto concreto. Sono levatrici e chiudiocchi, aiutano i bambini a nascere e al tempo stesso si preoccupano di preparare i corpi che dovranno essere chiusi nelle bare, sono capaci di trasformare la sofferenza in amore, evocano tradizioni e riti che resistono, pur modificandosi, ci ricordano che la morte può essere incubatrice di vita, un modello di creazione, che il dolore si deve accettare e attraversare, che bisogna sempre che qualcosa muoia perchè un nuovo seme rinasca. Donne come Peppina, che è la madre di tutte le madri o Vincenzona che deve fare i conti con il dolore causato dal clima di violenza in cui è sempre vissuta, figura che richiama il riscatto delle donne semplici, che riescono a toccare l’essenza dell’universo, pur senza un elevato livello di istruzione. O ancora sono storie di madri che scelgono di lasciare le proprie figlie libere di scegliere anche a costo di scontrarsi con le convenzioni sociali, per scoprire che è meglio essere scapigliate, come venivano definite le donne che avevano una relazione senza che le portasse al matrimonio che vivere una vita di disperazione. Sono donne che hanno il coraggio di dire ciò che pensano, che comprendono e rispettano la sacralità della vita, poichè essere compiacenti, accettare ciò che non ci appartiene ci priva della capacità di agire. Centrale nella storia diventa così la Cerchia, che si ritrova per condividere fatiche e saperi, donne che si raccontano storie e si scambiano confidenze, senza timore di essere giudicate o rifiutate: che siano ricche o povere, giovani o anziane, tutte le donne trovano nella Cerchia rifugio e comprensione, in nome di quella femminanza che da sempre è scintilla di vita e legame di sorellanza. “. Mollicone chiarisce come il romanzo, ambientato nel basso Lazio, restituisca un universo linguistico e culturale non così diverso da quello campano “Non dimentichiamo che il basso Lazio era in passato parte della Terra di lavoro, persino il dialetto non è così diverso da quello campano. Ho voluto fortemente che le protagoniste si esprimessero nel loro dialetto perchè le parole fanno vivere storie. Sono convinta che sia fondamentale ripartire da questo patrimonio di storie e memoria, le stesse che mi raccontava la mia bisnonna Peppina la notte di Natale”. Una forza, quella delle donne, sottolineata da Ilde Rampino “che diventa spazio di libertà, capace di educare altre donne ad amare sè stesse e la vita, a vivere fino in fondo, a ripartire dai valori più autentici”. A Fiorentino Vecchiarelli il compito di soffermarsi sul ricco calendario delle iniziative dell’Accademia dei Dogliosi che saranno presentate nei prossimi giorni, nel segno della valorizzazione di cultura e territorio.


