La spesa sanitaria cresce in termini nominali, ma continua a perdere terreno rispetto alla ricchezza del Paese, allargando pericolosamente la forbice tra i fondi stanziati e le reali necessità del Servizio sanitario nazionale. È la fotografia impietosa scattata dal nono Rapporto della Fondazione Gimbe, presentato oggi alla Camera dei Deputati.
Analizzando il Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp), il report evidenzia come l’incidenza della spesa sanitaria sul Pil sia destinata a scendere dal 6,4% del 2026 al 6,3% nel triennio 2027-2029.
Le stime confermano l’assenza di un’inversione di tendenza: la quota di ricchezza nazionale destinata alla cura dei cittadini si riduce. Di conseguenza, nel triennio 2027-2029 si aprirà un baratro sempre più ampio tra le previsioni di spesa e l’effettiva consistenza del Fondo sanitario: 7,6 miliardi di euro nel 2027, 10,7 miliardi nel 2028 e ben 14 miliardi nel 2029, per un divario cumulativo spaventoso pari a 32,3 miliardi di euro.
«Poiché spetta allo Stato garantire il finanziamento dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) – osserva Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – il nodo cruciale è capire con quali risorse verrà colmato questo divario. In assenza di ulteriori stanziamenti, il peso ricadrà interamente sui bilanci delle Regioni, che per mantenere i conti in ordine avranno due sole strade: aumentare le imposte o tagliare i servizi. In entrambi i casi, il costo lo pagheranno ancora una volta i cittadini».
Il caso Campania: la regione più giovane d’Italia con i fondi pro-capite più bassi
Il report accende i riflettori anche sulle profonde disuguaglianze territoriali nella distribuzione delle risorse. Nel 2025, il riparto del Fondo sanitario nazionale assegna in media 2.218 euro per abitante, con oscillazioni che vanno dai 2.319 euro del Molise ai 2.143 della provincia autonoma di Bolzano.
A spiccare in negativo è la Campania, che con 2.173 euro pro-capite riceve la quota più bassa tra tutte le Regioni a statuto ordinario.
«Il caso della Campania – spiega Cartabellotta – è emblematico dei limiti dell’attuale sistema: la Regione più giovane d’Italia riceve meno risorse pro-capite della media nazionale, nonostante condizioni socio-economiche sfavorevoli e una speranza di vita alla nascita quasi tre anni inferiore a quella della Provincia autonoma di Trento».
Il presidente della Fondazione evidenzia come le correzioni introdotte a partire dal 2023 siano rimaste del tutto marginali: fattori cruciali come la mortalità precoce e la deprivazione socio-economica pesano infatti appena lo 0,75% ciascuna nel calcolo dei criteri di riparto, confermando un modello di distribuzione che penalizza i territori più fragili.

