di Virgilio Iandiorio
Che il “Castrum Sancti Barbati”, uno dei tanti Rio Bo, quei paesi piccini piccini della nostra provincia, avesse avuto diversi possessori è cosa risaputa, ma scoprire che un discendente dei feudatari di un tempo è impegnato a ritrovare in questo nome il senso della sua appartenenza alla famiglia e al luogo, del quale si fregiarono nel titolo nobiliare i suoi avi, è inusuale e semplicemente meraviglioso.
Inaspettatamente non molti anni fa mi giunse una telefonata. “Pronto, sono Massimo Patroni Griffi. Mi interesso della sorte del castello di San Barbato perché i miei avi portavano il titolo di baroni di San Barbato”.
Un attimo di stupore mi prese, ma spontaneamente mi venne di domandargli: “…Giuseppe Patroni Griffi è un suo parente?”. La risposta: “Era mio zio”.
Giuseppe Patroni Griffi narratore, regista teatrale e cinematografico, drammaturgo, autore di alcuni dei romanzi più interessanti della letteratura italiana del ‘900, nacque a Napoli nel 1921 e morì a Roma nel 2005. Tra le sue opere la più conosciuta rimane Metti, una sera a cena, un film tratto dal suo stesso lavoro teatrale, che venne interpretato da Florinda Bolkan, Tony Musante, Jean-Louis Trintignant, Annie Girardot e Lino Capolicchio.
Metti un barone a San Barbato.. in mente mia ho parafrasato il titolo della famosa opera di Patroni Griffi. Ma la cosa non è finita lì, perché dopo qualche giorno in un plico mi viene consegnata dal postino una serie di documenti che Massimo Patroni Griffi mi aveva cortesemente inviato.
E così siamo andati alla riscoperta di un pezzo di storia di questo borgo antico che ha affidato la sua storia anche a quella dei suoi possessori.
Cominciamo da Erasmo Ricca (La nobiltà delle Due Sicilie, Napoli 1869 vol. IV parte prima), una miniera di notizie sempre esplorata e anche saccheggiata.
La storia di come il titolo di barone di San Barbato sia giunto ai Patroni Griffi ha inizio con il matrimonio di Anna Ristaldi, dei baroni di San Barbato, con Francesco Gattola, che secondo il Ricca è “prosapia sì illustre che da’ documenti risalta essere Patrizia della città di Gaeta fin dall’anno 1091. E non tralasceremo di dire che il medesimo Francesco ed i suoi discendenti al cognome Gattola aggiunsero quello di de Martino., poiché egli appunto era figliuolo di Giovan Battista e di Lucrezia de Martino de’ Duchi di Faicchio”.
Tutto questo avveniva nella prima metà del XVIII secolo. Di generazione in generazione arriviamo al fatidico 1806 (anno dell’abolizione della feudalità) quando nel cedolario troviamo la Terra di San Barbato intestata a Giovan Battista Gattola de Martino 2°.
La nipote di Giovan Battista 2°, Francesca, “nell’anno 1867 –come scrive il Ricca- andava in isposa a Felice Patroni Griffi, de’ Conti di Calvi, Patrizio dell’illustre città di Trani e Commendatore dell’Ordine Sovrano di S. Giovanni di Gerusalemme. Da ultimo diremo che in occasione di siffatte nozze il Duca Di Roscigno e Sacco Paolo Gattola de Martino 2° [il padre di Francesca] e le figlie Concetta, Maria ed Eleonora cedevano a Francesca, testé riferita, il titolo di Baronessa di San Barbato con l’istrumento stipulato dal notaio Vincenzo Monti di Roma nell’anno 1867”.
Quando si dice le pari opportunità! già allora si era in sintonia con i nostri tempi: il titolo di barone di San Barbato passa ad una donna.
Il sig. Massimo mi ha inviato tutta una serie di documenti che attestano come i Patroni Griffi si siano fregiati di questo titolo di baroni di San Barbato. Il Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta (meglio conosciuto come S. M. O. di Malta) certifica che “dagli atti del Processo genealogico-nobiliare …risulta che il Nobile Felice Patroni Griffi, Barone di S. Barbato…fu ricevuto con prove nobiliari il 5.2.1857 Cavaliere Milite di Giustizia nel Gran Priorato delle Due Sicilie”. Viene aggiunto anche che sposò Francesca Gattola de Martino dei Duchi di Roscigno e Sacco e che morì in Napoli il 16 maggio 1895.
Dopo Felice Patroni Griffi i successori portarono ancora il titolo di barone di San Barbato. Lo ha appurato Massimo Patroni Griffi che è andato a chiedere notizie all’Ambasciata di Spagna in Italia: Certificaciòn de Armas, Genealogìa e Hidalguìa del 1996. Infatti Benedetto Patroni Griffi, Baron de San Barbato, Patricio de Trani, nacque nel 1876 e morì nel 1954. A lui successe Felice Patroni Griffi, conte di Calvi, Barone di San Barbato, Patrizio di Trani (nato nel 1919) che sposò nel 1949 Emma de Meo. Da questo matrimonio è nato Massimo Patroni Griffi, Patricio de Trani, al quale spetta il titolo di Barone di San Barbato.
Sembrerebbe una storia d’altri tempi, quando il blasone aveva un valore e un significato e non solo per chi ne era il detentore legittimo. Ma oggi? Può avere un valore questa voglia di ritrovare il tempo, il tempo della propria famiglia, della propria appartenenza a un titolo a cui è legato un luogo e la gente che lo ha abitato?
Quando con la fine della feudalità, furono aboliti tutti i diritti connessi con questo medievale istituto, i legittimi titolari del titolo di barone di San Barbato, andarono fieri di portare questo nome. E troviamo ancora una volta il nome di una donna, Maria Teresa Capialbi, di nobile famiglia calabrese, sposa di Benedetto Patroni Griffi, erede del titolo di Barone di San Barbato, e per questo Baronessa di San Barbato.
La Baronessa Maria Teresa Capialbi (nata a Vibo Valentia l’8 maggio 1882 e morta a Formia il 14 luglio 1964) non venne mai a San Barbato, ma pur restandone lontano sentiva il fascino di questo antico castello e ha voluto che sulla sua tomba fosse ricordato a chiare lettere il suo antico titolo nobiliare. Il marito della Baronessa Teresa, Benedetto Patroni Griffi, invece, a San Barbato era venuto una volta negli anni Venti del secolo scorso, dopo la conclusione della prima guerra mondiale. Chi abbia incontrato in quell’occasione il barone Benedetto, che cosa abbia potuto visitare dell’antico castello, non sappiamo; di sicuro possiamo dire che marito e moglie hanno trasmesso ai discendenti, in particolare a Massimo Patroni Griffi duca di Roscigno e Barone di San Barbato, l’affetto per il luogo che a loro ha affidato il nome.


