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Quell’ infornate nel disprezzo del territorio 

In una delle tante, felici riflessioni, oscillanti tra moniti e “calembour”, in cui riusciva a sintetizzare magistralmente il “succo” di un articolo di fondo, Montanelli scriveva: “Chi fa politica, ha bisogno di buona memoria. Chi non ha buona memoria, può stare in politica ma non la fa: è solo un imbonitore ”. Sono anni che, insieme con i temi più scottanti della politica- in verità “scottanti” e purtroppo mai ben cotti per scodellarli – sentiamo parlare di astensionismo, autonomia e territorio.

Non c’è elezione, o meglio esito elettorale, quale che esso sia, dove non figuri il rompicapo preoccupante e crescente dell’astensionismo, visto giustamente come conseguenza della disaffezione alle liturgie della politica e alle sue troppe parole al vento, di solito incoerenti e contraddittorie. Spesso si impegnano settimane, mesi, per discutere sul numero insostenibile del popolo dei non votanti- (in vista delle consultazioni di marzo già dato nei sondaggi intorno al 30%)- con immancabili promesse finali, da parte di tutti, di arginare il fenomeno attraverso la ricerca di una maggiore partecipazione dal basso, di rispetto dell’elettorato come soggetto di una democrazia rappresentativa.

Stessa cosa avviene per autonomia e territorio, aspetti inscindibili di un corretto governo capillare di un Paese, non solo previsti dalla nostra Costituzione ma ribaditi anche da quella Europea, che riserva ampio spazio al ruolo trainante delle autonomie locali. Tale auspicio, già forte nella tormentata stagione del decentramento, ora è tornato nuovamente alla ribalta in seguito a precise indicazioni referendarie consultive. Istanze, che non sono una novità, ma hanno fatto sempre parte della vita dei popoli. Gli antichi romani, che istituirono per primi le province, lo fecero in ragione di poter meglio dirimere e governare le spinte dal basso. Il tema della “riqualificazione” del territorio sotto ogni profilo- produttivo, formativo, anche di autonomia propulsiva – visto che si parla sempre più spesso di illuminismo- fu anche il maggiore assillo dei riformatori napoletani del ‘700, autori di saggi, scritti e note lungimiranti sulla importanza di attrezzare i territori come condizione indispensabile per civilizzarli e “dinamicizzarli”. La recente creazione delle cosiddette Zone Franche Urbane per defiscalizzazione e decontribuzione per le imprese o delle Zone Economiche Speciali, cui si concedono altrettante franchigie, non è altro che frutto di queste urgenze. Mentre però cresce tale consapevolezza, il grande, odierno paradosso della politica, per parafrasare il versetto di un popolarissimo pezzo musicale di Celentano, purtroppo va “all’incontrario del treno dei desideri”, insomma di tutte le aspirazioni, appena dette, per fronteggiare astensionismo, assecondare una maggiore autonomia, sviluppare le potenzialità dei territori.

Lo dimostra la piega presa dai “sinedri” centrali dei partiti, decisi in queste ore a calare candidature dall’alto, nel disprezzo più evidente di autonomia e territori, a dare le carte. Più “scartine” che assi. Siamo ormai a una “infornata” dal Nord al Sud, dalla quale non si salva nessuno: il “rosatellum”, già preso a fischi, rischia di trasformarsi in un “bordellum”, con uninominale e proporzionale, ridotti a un “puzzle” dai tasselli in larga parte già “riservati”. E’ vero che, in materia, peccarono anche i vecchi partiti ma lo fecero con più classe: obbligando i prescelti a vivere il territorio per un periodo e solo, dopo un lungo noviziato, a meritarsi un posto in lista. Oggi, invece, siamo alla consegna di tagliandi sicuri, di previncite, da “Turista per sempre”. Di fronte a questi atti di imperio, guardiamo con fiducia alla coraggiosa assise di Morra, patria di Francesco De Sanctis- giova ricordarlo, difensore e sovrano cultore del territorio- in cui vi è stata una levata di scudi di sindaci e amministratori contro l’andazzo di paracadutare le candidature, infischiandosene di “chi sta in trincea” e “tira la carretta”. Anche perché nel documento di protesta dell’assise di Morra, oltre a censurare il metodo di scegliere i candidati, si bacchetta, è questo è un aspetto rilevante e molto responsabile, anche chi, pur essendo del territorio, non ha saputo servirlo anzi ne ha complicato la vita.

di Aldo De Francesco edito dal Quotidiano del Sud

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