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Un voto politico nell’incertezza 

Nonostante i proclami di vittoria sbandierati da Silvio Berlusconi e, da qualche giorno con minor convinzione, dai Cinque stelle, l’impressione è che a due settimane dal voto il risultato delle elezioni politiche sia ancora avvolto nella nebbia. Gli ultimi sondaggi pubblicati prima del black out previsto dalla legge, danno un quadro d’insieme di grande incertezza, che riguarda le intenzioni degli elettori prima ancora degli orientamenti dei partiti. Gli indecisi sono calcolati ancora fra il 30 e il 45%, compresa una quota di renitenti, che non andrà ai seggi.

Dato ancor più significativo, quasi il 70% degli italiani non conosce ancora il nome dei candidati del proprio collegio uninominale, un terzo del totale da eleggere per Camera e Senato; il che vuol dire che molti decideranno solo quando avranno in mano la scheda con i nomi stampati, forse non sapendo che non è ammesso il voto disgiunto, il che vuol dire che se si sceglie un candidato all’uninominale e si barra la casella di un partito non collegato nella quota proporzionale, il voto viene annullato. La stessa doppia composizione grafica delle schede, fra candidati del maggioritario e listini proporzionali, può ingenerare confusione, al di là del complicato meccanismo dell’attribuzione dei seggi.

L’incertezza è anche il frutto di una campagna elettorale nervosa e confusionaria, dove è mancata in primo luogo l’illustrazione della nuova legge, mentre si sono moltiplicati appunto i sondaggi, la cui insistenza potrebbero aver contribuito a diffondere la percezione di un voto inutile, quasi che le decisioni sulla composizione del nuovo Parlamento e del Governo fossero già state prese altrove. Una sensazione, questa del voto inutile, frutto anche della previsione, da più parti avanzata, di un rapido ritorno alle urne in seguito all’elezione di un Parlamento ingovernabile, privo di maggioranza.

Il primo a parlarne, con una buona dose di incoscienza, è stato proprio Berlusconi, seguito da fior di commentatori che si sono sbizzarriti a disegnare scenari apocalittici quanto irrealistici, come quello di una proroga del governo Gentiloni dopo il 4 marzo e fino all’approvazione di una nuova legge elettorale, visto il fallimento di quella in vigore. Ipotesi inesistente, poiché l’ordinamento prevede che un Governo non possa vivere senza il voto di fiducia delle Camere, e quindi dovrà comunque essere il nuovo Parlamento a mettere Gentiloni o chiunque altro al posto suo nella condizione di governare con pieni poteri.

Solo l’impossibilità certificata dal Capo dello Stato di dar vita ad una maggioranza parlamentare potrebbe rendere necessario un ritorno immediato alle urne dopo il 4 marzo; ma ciò vorrebbe dire che deputati e senatori dovrebbero rinunciare al seggio appena ottenuto senza la certezza di poter tornare ad occuparlo in breve tempo.  Ipotesi da scartare; anzi, le ultime convulse fasi della campagna elettorale stanno prefigurando la formazioni di gruppi di eletti che, svincolati dalla fedeltà al partito che li ha candidati, si renderebbero disponibili ad ogni avventura pur di non doversi accomodare fuori dai palazzi del potere appena occupati. Sono i grillini espulsi dal movimento ancor prima del voto perché giudicati incompatibili con le regole stabilite dai vertici e invitati a dimettersi se eletti, i leghisti reclutati da Salvini al di fuori delle tradizionali aree del triangolo Lombardia-Veneto-Piemonte, i centristi messi insieme da Fitto, Cesa, Lupi, che si apprestano a conquistare seggi soprattutto nel Mezzogiorno, e anche qualche eletto nel cartello di Pietro Grasso, che non riesce a schiodarsi dall’iniziale previsione di un misero 6%, che decreterebbe il fallimento della scissione.

Si tratterebbe di un numero ancora imprecisato di parlamentari, pronti a puntellare una maggioranza da definire quanto a colore politico, ma certamente in grado di garantire l’avvio della legislatura. Insomma, un voto nell’incertezza; un’incertezza che si proietta anche dopo il voto. Ieri, in visita a Berlino, Paolo Gentiloni si è detto certo che dopo il 4 marzo l’Italia avrà un governo stabile su posizioni europeiste e non populiste; ma per il momento anche questo è un auspicio.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud

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