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Governo premessa per un’intesa 

Ameno di due settimane dal voto del 4 marzo e prima ancora che inizi la XVIII legislatura, i due vincitori delle elezioni provano ad accordarsi per spartirsi la presidenza delle Camere. Non sarebbe ancora un’intesa politica per il governo che verrà, ma ne potrebbe essere la premessa, se reggerà alla prova del voto che i neoeletti deputati e senatori saranno chiamati ad esprimere a partire dal prossimo 23 marzo. numeri già parlano chiaro: al Senato la coalizione di centrodestra potrebbe comunque eleggere un suo rappresentante se dopo la terza votazione si andasse, come prescrive il regolamento, al ballottaggio fra i due candidati più votati.
Per la presidenza della Camera, invece, occorre una maggioranza qualificata, e nessuno, da solo, ce l’ha sulla carta. Diverso è il “peso” delle due presidenze: il numero uno di palazzo Madama è anche il supplente del presidente della Repubblica, oltre che il suo primo consigliere istituzionale; ma ha scarsa capacità di incidere sui lavori dell’assemblea che, in ultima istanza, sono regolati con un voto dell’Aula (quindi sarà il centrodestra, se unito, a contare di più). Alla Camera, invece, i poteri della presidenza sono più incisivi, ed è questo il motivo per il quale Di Maio l’ha opzionata per uno dei suoi: “Ci permetterà di portare avanti, a partire dall’Ufficio di Presidenza, la nostra battaglia per l’abolizione dei vitalizi e tanto altro”. L’intenzione è chiara. Siccome la formazione del governo è ancora in alto mare, i Cinque stelle si portano avanti col lavoro disponendosi ad utilizzare un ruolo istituzionale di primo piano per alimentare la propria campagna elettorale permanente contro la “casta” o quel che ne rimane ancora in piedi. E’ più facile e redditizio proporsi di combattere il “privilegio” dei vitalizi (che peraltro sono ormai già assimilabili alle pensioni contributive di tutti i lavoratori), che puntare alla difficile attuazione di altri punti qualificanti del programma, come il reddito di cittadinanza. Comunque sia, anche se l’accordo spartitorio andrà in porto, non sarà automaticamente l’anticipazione del varo di un governo. Qui le posizioni restano distanti, anzi irriducibili. Di Maio non intende discutere: gli elettori hanno scelto un presidente (lui stesso), una squadra, un programma. Salvini è molto più accomodante: “Se io sono disposto a non fare il premier, la stessa cosa deve valere per lui”, avrebbe detto. Insomma, la partita deve ancora iniziare e gli avversari si stanno studiando. Al momento sembra difficile che il patto di condominio per palazzo Madama e Montecitorio si possa trasferire a palazzo Chigi, ma intanto è stato delimitato il perimetro di un gioco nel quale c’è poco posto per altri protagonisti, il che ha irritato molto Silvio Berlusconi che si vede destinato ad un ruolo di secondo piano, e rafforzato nei democratici il proposito di restare risolutamente all’opposizione. Può darsi che i due sconfitti di questa prima fase della crisi abbiano modo di rientrare in partita in un secondo tempo, già quando fra una settimana cominceranno le votazioni per le presidenze, e soprattutto quando e se le consultazioni del Quirinale avranno messo i vincitori (Di Maio e Salvini) di fronte all’impossibilità di fare un governo con le sole loro forze. Ma è tutto da vedere, e le incognite restano molte.Intanto sul tavolo della trattativa è piovuta una carta imprevista, che potrebbe scompaginare i giochi. L’acutizzarsi della crisi fra Occidente e Russia in seguito al tentato omicidio di una ex spia riparata a Londra mette tutti i protagonisti del risiko politico italiano di fronte ad una scelta di campo. Fra Londra, Washington, Parigi e Berlino si sta saldando un fronte anti Putin che sollecita una presenza italiana più incisiva di quella che il governo Gentiloni ha fin qui garantito. A Mosca si vota domenica, e la scontata la rielezione dello zar Vladimir apre un pesante interrogativo sulle garanzie di fedeltà atlantica che i nostri alleati chiederanno ai possibili futuri governanti, due dei quali, Di Maio ma soprattutto Salvini, sono sotto osservazione. Il candidato premier dei Cinque stelle è stato protagonista di un riallineamento filo occidentale troppo frettoloso per apparire del tutto convincente; il capo della Lega continua ad ostentare le sua simpatie putiniane. E anche questo è un problema.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud

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