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Quelle di domenica scorsa sono state le ultime elezioni generali in un paese europeo prima di quelle indette per l’ultima settimana di maggio per il rinnovo dell’Europarlamento; ed era quindi naturale che l’esito del voto spagnolo venisse interpretato non solo in chiave nazionale ma anche in vista dei futuri equilibri nelle istituzioni di Bruxelles. Ciò vale soprattutto per l’Italia, dove l’appuntamento di fine mese ha assunto da tempo il significato di una resa dei conti molto più che di una verifica della tenuta di una maggioranza che appare sempre più litigiosa. Dall’alta velocitò ferroviaria alla sicurezza, dalle autonomie regionali alla resurrezione delle province, dalle nomine, alle misure fiscali, alla questione morale, il contenzioso fra Cinque Stelle e Lega si arricchisce continuamente di argomenti e sale di tono fino a sfiorare la rottura. E non è vero che nella rissa ormai quotidiana fra Di Maio e Salvini emerga la figura del Presidente del Consiglio come leader dotato di autonomia decisionale e di una propria autorevolezza. Anzi, proprio nelle ultime battute del “caso Siri”, Giuseppe Conte ha dato prova di cedimento agli interessi e alle convenienze del partito che l’ha mandato a palazzo Chigi. Non solo ne ha condiviso totalmente le richieste, ma annunciando il licenziamento del sottosegretario nel giorno in cui il leader della Lega era a Budapest a cementare l’alleanza con Viktor Orbàn, gli ha tolto lo sgabello dai piedi e lo ha sfidato sulle prime pagine di tutti i giornali. E’ evidente l’intenzione di far andare di traverso il gulasch a Salvini: questo e non altro è il significato dell’annuncio della revoca dell’incarico di governo, rimandata però alla riunione di un Consiglio dei ministri ancora non convocato.
La regola non scritta del braccio di ferro in corso prevede ora che il capo della Lega studi una mossa che gli faccia recuperare il centro della scena, smarcandosi dal premier non più super partes e vendicandosi dei Cinque Stelle. Insomma, le tre settimane che ci separano dal voto di fine maggio riserveranno altre sorprese. I ministri della Lega potrebbero disertare la prossima riunione di governo; ma ciò significherebbe una rottura irreparabile, mentre è chiara l’intenzione di Salvini di spingere semmai i grillini ad aprire la crisi. Il casus belli potrebbe essere la questione delle autonomie regionali, richieste con referendum consultivi da Lombardia e Veneto nell’ottobre 2017 e finora impantanate in trattative fra i partiti della maggioranza, ma ogni altra occasione è buona per avvicinare lo show down. La partita non si può concludere in parità, e anche le alleanze internazionali, dopo il voto, peseranno sul risultato finale. Sia Salvini che Di Maio vogliono giocare un ruolo da protagonisti nella nuova Europa che si sta costruendo, ma ancora una volta militano in campi avversi: l’uno vorrebbe, con l’aiuto di Orbàn, spostare a destra l’asse politico del Partito popolare; l’altro punta ad incunearsi fra popolari e socialisti (che vorrebbe egualmente puniti dagli elettori) per scrivere a Bruxelles qualcosa di simile al contratto che lo ha portato al governo in Italia. Forse entrambi i disegni si riveleranno velleitari, ma intanto contribuiscono ad accendere una lite senza fine.

di Guido Bossa

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