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Dopo la campagna elettorale per le europee la gran parte degli osservatori politici non scommettevano un euro sulla durata del governo. Erano volati troppi stracci, le polemiche avevano raggiunto il culmine, i due programmi erano incompatibili fra loro.
Erano volati troppi stracci, le polemiche avevano raggiunto il culmine, i due programmi erano incompatibili fra loro e la situazione economico-finanziaria al limite della rottura e la procedura d’infrazione per eccessivo debito nei fatti. In più ci si era messo anche Conte che, stanco di fare il sottosegretario dei suoi due vice li aveva avvisati di essere pronto a dimettersi se fossero continuate le liti e non avesse acuto carta bianca per trattare con Bruxelles. Invece, come d’incanto, i due gemelli pare abbiano ritrovato l’amore e rinnovato l’impegno di andare avanti per completare, a tutti i costi, le promesse elettorali contenute nel contratto. Però, subito dopo, sono ricominciati i distinguo e le differenze causando, di fatto, uno stallo all’azione governativa. Un governo di naufraghi che navigano a vista, senza prospettive e obbiettivi condivisi. Ma quanto può durare un governo siffatto? E’ sufficiente l’assenza di una possibile maggioranza parlamentare di alternativa a tenerlo in piedi? Quali sono le ragioni che lo tengono in vita? Essenzialmente due: una della maggioranza, l’altra dell’opposizione. Nella maggioranza Di Maio non ha altra scelta. Se cade il governo, molto probabilmente si andrebbe ad elezioni anticipate che, stando ai sondaggi, potrebbero sancire il dimezzamento del numero dei parlamentari penta stellati e la stessa fine della carriera politica di Di Maio, per il limite dei due mandati e il fallimento della sua premiership. Per questa ragione è andato a Canossa con il capo cosparso di cenere nella considerazione (tipicamente andreottiana) che “è meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Il problema è Salvini. Gli conviene andare avanti così fino a quando cavalca l’onda lunga del favore popolare o andare subito a capitalizzare? F.I si sta svuotando e molti grillini, specie al suda, stanno saltando sul carro del vincitore. Salvini ha tutto il tempo per valutare quando gli è più conveniente tornare al voto e incassare il premio che, una sciagurata legge elettorale voluta da Renzi, gli consentirebbe una sicura maggioranza con la Meloni senza i voti necessari di Berlusconi. Si instaurerebbe così in Italia un governo destra-destra, composta da un sovranismo post padano e da uno post fascista che potrebbe durare decenni. Il discorso della convenienza fila liscio come l’olio. Ma c’è un se: la situazione economica che pare stia precipitando. Crescita zero, spread in rialzo, investimenti al palo, reddito di cittadinanza e quota cento che non stanno dando i risultati sperati. I dati Istat sono impietosi: ad aprile è andato giù il fatturato, specie per le auto, ed anche gli ordinativi. Sono cominciati gli scioperi con i metalmeccanici nelle piazze e la CGIL pensa ad uno sciopero nazionale. La legge finanziaria si presenta con elementi di drammaticità che le buffe trovate, come i mini bot (utilizzati come moneta alternativa) per pagare i crediti dello Stato che, nelle intenzioni leghiste, preparerebbero l’uscita dall’euro, l’imposta sanatoria sui depositi nelle cassette di sicurezza sono trovate che non reggono ad un’analisi seria. Dove troveranno 50/60 miliardi è un tormentone che ci accompagnerà tutta l’estate. Se il governo cadrà saranno i mercati e l’Europa a determinarlo. Al PD conviene andare ad elezioni anticipate nelle condizioni di incertezza e titubanza in cui versa, senza proposte chiare e concrete? Non si consegnerà il Paese a Salvini? Non si potrebbe sfruttare l’ipotesi Conte per provocare una crisi di governo favorendo un capovolgimento della direzione del M5S con una nuova direzione (Fico?) e assicurare l’appoggio, anche solo tecnico, ad un governo del Presidente con fuori i ministri leghisti sostituiti con tecnici d’area, che modificasse il reddito di cittadinanza ed abolisse quota cento? Un governo che facesse la legge di bilancio, si facesse finanziare dall’Europa un serio piano di investimenti pubblici, e poi ci portasse al voto? In politica mai dire mai!

di Nino Lanzetta

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