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Questo deve essere il dilemma che in questa torrida estate procura affanni al “capitano” che guida la nave della politica. Ma andiamo per ordine. Dal 26 al 31 luglio a bordo della nave “Gregoretti” della Guardia Costiera italiana sono stati trattenuti 115 naufraghi che la Guardia Costiera ha recuperato in mare, adempiendo con dignità ed onore al proprio principale compito istituzionale: la tutela e la salvaguardia della vita in mare. In questo modo per cinque giorni è stata sospesa l’operazione di salvataggio che deve necessariamente concludersi con la sbarco delle persone recuperate in mare e nello stesso tempo una nave militare è stata impropriamente trasformata in un luogo di detenzione di persone ristrette senza alcun provvedimento o controllo dell’autorità giudiziaria, soggette ad una forma plateale di arresto illegale da parte di una autorità politica, il Ministro dell’Interno, che non dispone di alcun potere coercitivo. Per l’effetto   si è consumato anche un ennesimo sgarbo istituzionale alla Guardia Costiera: ufficiali e marinai sono stati puniti per l’operazione di salvataggio da essi compiuta mediante una sorta di consegna di rigore a bordo della nave.

In una situazione analoga, verificatasi l’estate scorsa, quando furono illegalmente trattenuti per cinque giorni a bordo della nave Diciotti della Capitaneria di porto 177 migranti recuperati in mare, il Tribunale dei Ministri di Catania ha chiesto l’autorizzazione a procedere a carico del Ministro Salvini per il delitto di sequestro di persona.

Il fatto che il Senato non abbia concesso, alla luce di una valutazione discrezionale di carattere politico, l’autorizzazione a procedere esclude la punibilità dell’autore del reato, ma non rende lecito il comportamento incriminato, tanto meno rende lecita la ripetizione di tale condotta in circostanze analoghe.

In questo contesto, a fronte di condotte ripetute di abuso di potere integranti la violazione di diritti fondamentali delle persone, degli obblighi derivanti dal diritto internazionale e persino della stessa disciplina dell’immigrazione, che prevede l’identificazione ed il soccorso delle persone giunte irregolarmente in Italia, è fondamentale per il “capitano” mettere la mordacchia ai giudici. Del resto con un inusitato comunicato del 5 giugno, il Viminale ha comunicato di aver messo sotto osservazione tre giudici donne, considerate colpevoli di aver assunto “posizioni in contrasto con le politiche del governo in materia di sicurezza, accoglienza e difesa dei confini.” Sono note le polemiche contro il giudice donna di Agrigento che ha rimesso in libertà Carola Rackete, la capitana che ha osato sfidare il “capitano”, che hanno prodotto una sequela di ingiurie e minacce contro il Gup e i magistrati della Procura.

Per questo non dobbiamo stupirci se il “capitano” ha definito “acqua fresca” la riforma epocale della giustizia presentata dal ministro Bonafede. Questa riforma, infatti, se pure presenta disposizioni bizzarre e incostituzionali, come l’elezione mediante sorteggio dei rappresentanti dei magistrati nel Consiglio Superiore della Magistratura, non consente, in concreto, di addomesticare la giurisdizione, garantendo che i provvedimenti dei giudici siano compatibili con le politiche dei governi in carica. Non è facile disarticolare lo Stato di diritto, come a suo tempo impararono a loro spese gli uomini delle brigate rosse.

di Domenico Gallo

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