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Rulli di tamburo per Rancas è uno dei più avvincenti romanzi-verità che ci siano giunti dall’America Latina. E’ una vera e propria epopea con al centro le sofferenze di una comunità di campesinos delle Ande Centrali, derubati della terra e dei mezzi di sussistenza dall’avidità di una multinazionale americana, la “Cerro de pasco corporation” sostenuta dall’oligarchia bianca locale, per i cui interessi – scrive l’autore Manuel Scorza – vennero inaugurati tre nuovi cimiteri. La multinazionale si appropriava del territorio, costruendo un Recinto che avanzava con voracità incontenibile: “Nove colli, cinquanta pascoli, cinque lagune, quattordici sorgenti, tre fiumi così impetuosi che non gelano neanche d’inverno, cinque villaggi, cinque cimiteri, si inghiotti il Recinto in quindici giorni. (..) i viaggiatori, costretti a pernottare a Rancas, mormoravano che il recinto non era opera di cristiani, che spuntava nello stesso tempo in dozzine di casali, che ben presto sarebbe entrato nei villaggi e persino nelle stanze. Bruscamente il recinto sbucò 20 chilometri più in là accanto a Villa de Pasco…”

Mi è ritornato in mente il romanzo di Manuel Scorza, pensando al triste epilogo della vicenda politica in Bolivia. Evo Morales, il primo presidente indio nella storia del Sud America, eletto nel 2006, rappresentava il riscatto delle comunità di minatori e campesinos delle Ande che si liberavano dallo sfruttamento coloniale e instauravano un nuovo corso nel quale la loro nazione, la Bolivia, si riappropriava delle proprie ricchezze naturali, sottraendole alla rapina delle multinazionali, e le utilizzava per migliorare la vita delle comunità e dei singoli superando le discriminazioni che avevano da sempre oppresso i popoli indios.   Nei tredici anni del suo governo Evo Morales ha abbassato l’indice di povertà dal 38% al 18%, ha dimezzato la disoccupazione e ha portato il salario minimo da 60 a 310 dollari; ha usato le risorse naturali restituite alla Bolivia per finanziare salute e scuola; ha ridato dignità alle popolazioni indigene, coyas e aymarás, da cui proveniva anche lui; ha azzerato il debito pubblico accumulando delle risorse finanziarie che gli hanno consentito di liberarsi  dalle catene della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale (FMI), rifiutando il loro aiuto finanziario e le relative normative.

Questo processo proficuo di indipendenza economica e politica non poteva non suscitare forti reazioni e trame soprattutto da quei paesi come gli Stati Uniti, che considerano nemici tutti quegli Stati, a cominciare da Cuba, che si oppongono alla penetrazione economica delle loro multinazionali.

È stato un colpo di stato fascista quello che ha costretto alle dimissioni e all’esilio il presidente boliviano Evo Morales. Un colpo di stato d’estrema destra orchestrato da una destra populista, bianca e oligarchica, con la connivenza aperta degli Stati uniti come ben racconta l’ inchiesta «The Us embassy in La Paz continues carrying out covert actions in Bolivia to support the coup d’état against the bolivian president Morales» del sito Behind Back Door del 19 ottobre scorso – e che, con l’appoggio determinante di polizia e Forze armate, ha abbattuto il miglior governo che il paese abbia mai avuto. Dopo le contestate elezioni del 20 ottobre scorso, si è scatenata una ben orchestrata violenza politica, che le forze di polizia non hanno contrastato, con  incendi appiccati alle case dei dirigenti del Mas (Movimiento al socialismo), attacchi ai mezzi di comunicazione e ad atti di violenza squadrista, guidati il leader dei comitati civici di Santa Cruz Luis Fernando Camacho, l’equivalente boliviano di Bolsonaro. Quando il comandante generale delle forze armate Willimas Kaliman, ha “suggerito” a Morales di dimettersi “consentendo la pacificazione ed il mantenimento della stabilità”, è stato del tutto evidente che si trattava di un colpo di Stato a cui non si poteva resistere se non a prezzo di una sanguinosa guerra civile. Evo Morales ha denunciato davanti alla comunità internazionale “questo attentato contro lo stato di diritto” e chiesto al popolo boliviano di “custodire pacificamente la democrazia” al fine di “preservare la pace e la vita come beni supremi al di sopra di qualsiasi interesse politico”. In questo modo Evo Morales ha compiuto l’ultimo lascito a favore del suo paese, evitando l’oltraggio di un bagno di sangue.

Anche questo è amore.

di Domenico Gallo

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