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Secondo una dinamica che rimanda alle brutte abitudini della cosiddetta prima repubblica, il governo che aveva rinserrato le fila dopo la sconfitta elettorale in Umbria (27 ottobre 2019), è entrato in fibrillazione quando in Emilia Romagna (26 gennaio 2020) il voto ha premiato se non l’intera coalizione certamente uno dei due pilastri, il Pd, sui quali si regge il Conte II. Logica vorrebbe che dopo un parziale risultato positivo ci si rimbocchi le maniche per riprendere il cammino rinfrancati: le occasioni non mancavano e neppure gli strumenti, primo dei quali una riunione del capo del governo con i responsabili della sua maggioranza e i principali ministri per aggiornare il programma e fissare le priorità. L’esperienza può dare molteplici indicazioni e il vocabolario è ricco di sinonimi: vertice, verifica, summit, caminetto. Chi si attendeva qualcosa del genere è però finora rimasto deluso: l’unico incontro di Giuseppe Conte con i suoi capigruppo, il 30 gennaio scorso, è stato bruscamente interrotto dalla notizia del ricovero allo Spallanzani di Roma di due turisti cinesi colpiti dal Coronavirus. Poi più nulla: anzi peggio, un rinvio sine die; e sì che la necessità di una messa a punto della macchina era avvertita da ben prima della fine dell’anno.

I motivi dell’impasse, con i rischi che una prolungata situazione di stallo comporta, sono più d’uno; ma quasi tutti rimandano allo smarrimento in cui si dibattono i Cinque Stelle, principale forza di maggioranza quanto a consistenza parlamentare, ma in piena crisi di identità, di guida e di visione.  Le dimissioni del capo politico Luigi Di Maio hanno scoperchiato il vaso di pandora delle polemiche e dei conflitti interni, su una linea di faglia ben definita, che divide “governisti” e “movimentisti” o, si potrebbe dire, “sovranisti” ed “europeisti”, o infine “demagoghi” e “responsabili”. In questa articolata geografia interna, Luigi Di Maio, che ha lasciato l’incarico di partito per restare al governo in una posizione di primissimo piano, dovrebbe iscriversi d’ufficio al campo dei difensori della stabilità; e invece è stato lesto, dopo appena una settimana di riflessione, a impugnare la bandiera dell’ala più intransigente se non proprio estremista, mettendosi idealmente alla testa dei militanti, invitati dal “Blog delle Stelle” a scendere in piazza a Roma il 15 febbraio, come un “esercito gentile”, ma “con l’elmetto”. Evidenti sono le possibili conseguenze negative sul quadro politico. I motivi del contenzioso vanno dalla prescrizione alle alleanze per le prossime regionali (il presidente della Camera Fico sarebbe favorevole ad un accordo col Pd, la base e il nuovo reggente Crimi sono contrari), dalla revisione del drastico taglio ai vitalizi degli ex parlamentari, che ha prodotto un infinito contenzioso giuridico, all’organizzazione interna che alcuni vorrebbero collegiale, altri (Crimi e lo stesso Di Maio) verticistica. Ma il nodo della questione è tutto politico: annunciando il ritorno all’origine del Movimento con la manifestazione del 15 febbraio, Di Maio ha denunciato il tentativo di “restaurazione”, contestando l’intenzione del governo (di cui pure fa parte) di “cancellare le nostre leggi”, a cominciare dai vitalizi.

A chi spetterebbe, a questo punto, sciogliere i nodi che impediscono al governo di prendere il largo e proseguire con decisione per la sua strada? Naturalmente al presidente del Consiglio, che però invece di indicare la rotta si barcamena: una volta pende verso il Pd, che lo ha definito “punto di riferimento” della sinistra; poi, su prescrizione e discesa in piazza appoggia Di Maio, che invece Zingaretti contesta. Ma così non se ne esce. Prima o poi anche Giuseppe Conte dovrà scegliere: o progresso o restaurazione.

di Guido Bossa

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